Milon e il leone

 

(stampato in proprio)

Capitolo primo

LA PARTENZA DA ATENE

   Il sole al tramonto stendeva i suoi ultimi raggi sulla città di Atene, fino ai templi chiari sulla collina dell’Acropoli. Un giovane ragazzo si affrettava per i viottoli. Arrivato nei pressi di una grande proprietà si fermò e si mise a battere col pugno contro il portale in legno. Si sentirono dei passi affrettati, e una voce di donna domandò:

«Chi sei, cosa vuoi?»

«Sono io, Tyrios! Aprimi, Agaja!»

La porta cigolò. Il ragazzo si trovò di fronte alla vecchia serva che lo guardò divertita:

«Sei così di fretta? Ancora un po’ e sfondavi la porta. Se tu avessi lo stesso slancio anche al lavoro…»

«Dov’è Milon? Bisogna che gli parli di una notizia importante. So dove ci stanno portando.»

La vecchia donna fece un segno  verso il lato del giardino.

«Sta raccogliendo l’uva. Ma dimmi, cosa hai saputo?»

Il ragazzo non ascoltò neppure la fine della domanda; aveva fretta di raccontare la notizia al suo amico: stavano lasciando la città per sempre. Lo trovò nella vigna, dove raccoglieva i primi grappoli d’uva maturi che deponeva con cura in un cesto. Milon aveva la stessa età di Tyrios ed era uno schiavo come lui. I suoi capelli biondi e disordinati gli davano un’espressione selvaggia, ma il suo viso aveva lineamenti fini.

«Milon, ci imbarchiamo per Roma! Ho dovuto caricare su una nave i pacchi che trasportavo al porto del Pireo. Già domani spiegherà le vele verso la grande città romana. È un grosso battello che deve trasportare un carico prezioso, perché delle guardie mi hanno impedito di passare sul ponte di prua.»

Tyrios si fermò per respirare profondamente. Aveva corso e aveva dato la notizia all’amico in fretta, così che ora gli mancava completamente il fiato. Milon gli offrì un grande grappolo d’uva e domandò esitante:

«Allora questa notte dormiremo per l’ultima volta ad Atene?»

Tyrios annuì. Gli dispiaceva che Milon non condividesse la sua gioia. Entrambi tacquero un istante. Tyrios prese un altro acino e ne succhiò avidamente il succo; aveva la gola tutta secca. Milon era sconvolto da quello che aveva appena appreso, ma non lasciò trasparire nulla. Senza dire una parola volse lo sguardo oltre il muro del giardino, verso la collina dell’Acropoli, dove il sole faceva splendere il marmo chiaro dei templi.

Dopo un momento di silenzio, riuscì a chiedere:

«Tyrios, potresti riempire questo cesto di uva e portarlo ad Agaja da parte mia? Bisogna che io salga un’ultima volta ai templi dell’Acropoli per prendere congedo da Alkides e da Atene.»

«Allora, non sei felice di lasciare queste vecchie donne capricciose che proviamo ad accontentare dalla mattina alla sera? Oh! Milon, saremo presto su di un battello, in viaggio per scoprire il mondo! Il mercante ha detto che a Roma andremo a servire nella dimora di una nobile famiglia.»

«Puoi riempire il mio cesto, Tyrios?» ripeté Milon senza lasciarsi turbare.

«Sì, fila verso i templi  dei tuoi dei! Dopo tutta la legna che gli hai portato per il fuoco dei sacrifici potrebbero anche ringraziarti.»

«Tyrios, se mai facessi tardi calma Agaja.»

«Me ne occuperò come sempre; non s’irriterà di certo col suo caro Milon.»

Poco dopo, la porta di casa s’apriva. Il ragazzo scivolò fuori sollevandone il battente per evitare cigolii, e la chiuse dolcemente dietro di lui. Il mercante che li aveva comprati tutti e due aveva proibito che s’allontanassero dalla casa quel giorno. Milon correva agile per le stradine che portavano all’Acropoli. S’arrampicò sulla collina rocciosa, tra i cipressi e i giardini d’ulivi. La luce dorata della sera faceva risplendere i templi che si stagliavano contro il cielo blu, simili ad una città: la città degli dei. Milon si fermò un istante incantato. Ora che doveva andarsene da Atene era come se vedesse per la prima volta l’Acropoli in tutta la sua bellezza. Mentre stava in mezzo alle colonne e agli edifici tra i quali era cresciuto sentiva il cuore battere nel petto e in lui si mischiavano l’ammirazione e il dolore. Ogni anno in primavera aveva segnato di nascosto la sua altezza su una pietra. Rallentò la corsa, come se volesse prolungare il tempo degli addii. Mentre saliva gli ultimi scalini che portavano alle grandi sale si girò per contemplare la città e le strade che sparivano nell’ombra. Lontano vedeva il mare scintillante sul quale avrebbe remato l’indomani verso l’ignoto. Salì l’ultimo scalino che portava alle grandi colonne con un senso di solennità senza notare le persone che passavano vicino a lui. S’avvicinò ad una colonna che aveva assorbito il calore del giorno e si mise a passare le dita lungo le scanalature. Sentiva il riverbero del sole; premette la fronte contro la pietra calda. Aveva chiuso gli occhi e mormorava fra sé e sé parole che gli venivano dal fondo dell’anima.

All’improvviso qualcuno lo chiamò per nome. Spaventato si allontanò dalla colonna. Alkides, il giovane sacerdote, stava davanti a lui nella sua tunica bianca. Milon aveva fatto amicizia con lui dal tempo in cui portava la legna per i fuochi dei sacrifici tre volte alla settimana, come gli aveva ordinato il suo padrone.

« Milon, sei malato? Sei in ritardo, l’offerta della sera è già terminata. Vieni, accompagnami in città!»

«Oh! Alkides, m’hanno venduto! Sono all’Acropoli per l’ultima volta, per dirle addio! Domani dovrò lasciare la Grecia su una nave. Un mercante romano mi porterà in Italia.»

Il giovane sacerdote lo guardò con sorpresa, non poteva credere a quel che stava sentendo e lo prese per il braccio.

«Cos’è successo negli ultimi giorni? Perché il tuo padrone vuole sbarazzarsi di te? Lo hai fatto arrabbiare?»

«No, Alkides. Il mio padrone è caduto da cavallo mentre si recava al tempio di Eleusi ed è morto sul colpo. Sua moglie vende la casa e gli schiavi per andare a vivere da suo figlio a Olimpia. Ieri Tyrios e io siamo stati comprati da un mercante romano.»

Milon parlava senza alzare gli occhi. Era sconvolto e Alkides non riconosceva più in lui il ragazzo che così spesso si era occupato dei lavori di preparazione dei sacrifici. La partenza da Atene, sua città natale, gli pesava sul cuore. Dopo aver riflettuto un po’ Alkides gli disse:

«Vieni nel tempio, Milon. Andiamo a pregare la dea affinché la sua benedizione ti accompagni.»

Era una strana idea. Mentre salivano insieme i gradini del tempio, le colonne si tingevano dei bagliori rossi del tramonto. Entrarono in silenzio nel Partenone. Alkides, implorando il cielo, recitò una preghiera per Milon. Poi uscirono dal santuario e si sedettero sulla sommità della scalinata, ai piedi di una grande colonna, da dove potevano contemplare il sole che spariva all’orizzonte.

«Dimmi», domandò Alkides, «come può essere successo che t’abbiano venduto per un paese così lontano? Non c’è nessuno ad Atene che abbia bisogno dei tuoi servigi?»

«Ieri al Pireo il figlio della mia padrona ha incontrato un mercante che compra giovani schiavi greci e li porta a Roma. La sua nave è ancorata nel porto, pronta per partire. Ha certamente proposto un buon prezzo per Tyrios e per me e l’affare è stato concluso. Tu sai bene, Alkides, che non si chiede il parere degli schiavi. Verranno a prenderci domani mattina. Ti devo confessare che i romani mi spaventano un po’. Ho sentito dire che portano sul loro stendardo il segno della lupa e pare che abbiano assoggettato quasi tutti i popoli della Terra. Tu cosa sai di loro?»

Milon guardava con attenzione il sacerdote come se sperasse di leggere sulle sue labbra quello che lo aspettava.

«Mio caro amico,» disse Alkides, «farei qualunque cosa per tenerti qui. È molto meglio essere schiavo ad Atene che uomo libero a Roma! Noi greci siamo tenuti a pagare regolarmente dei tributi ai romani; è l’unico contatto che abbiamo con questi fieri conquistatori. Dopo che ci hanno vinto, gli dei non ci hanno più concesso i loro favori. A Roma hanno costruito copie dei nostri templi, nei quali mettono le statue degli dei che ci rubano. I sacrifici che noi offriamo agli dei sono divenuti presso di loro degli atti esteriori, superstiziosi e privi di senso. Tuttavia non temere nulla: se la dea guida i tuoi passi verso Roma, vai e sii tranquillo. Dovunque tu sia, i numerosi fuochi dei sacrifici celebrati qui, quando tu ci portavi la legna, continueranno a bruciare in te. Le colonne e i templi dell’Acropoli vivranno nel tuo cuore. Ogni volta che sarai maltrattato, sopraffatto dalla tristezza, chiudi gli occhi e fai risplendere in te l’immagine dei santuari di Atene. Ritroverai allora il coraggio e la fiducia, perché gli dei sono eterni e regnano sugli esseri umani.»

Alkides tacque. Cercava qualcosa nelle pieghe dei suoi vestiti e ne tirò fuori una medaglia di bronzo sulla quale era impressa la testa della dea Atena.

«Tieni Milon, prendila in ricordo di Atene.»

Milon si strinse il regalo sul cuore, come se fosse la cosa più preziosa al mondo:

«Come posso ringraziarti, Alkides! Tu mi rendi la partenza dolorosa e facile nello stesso tempo. Non è forse il sole che splende su Atene e su Roma lo stesso? E le stelle, non sono forse le stesse dappertutto, quelle che girano attorno alla Terra?»

«Bene,» approvò Alkides. «Vedo che non vai a disperarti in un paese straniero. Andiamo, scendiamo insieme in città e ci lasceremo camminando. Comincia già a far notte e le prime stelle brillano in cielo. Vedi quella laggiù sopra il mare? È la stella della sera. L’astro della dea Afrodite è un buon presagio per il tuo viaggio!»

Quando nell’oscurità  Milon arrivò alla porta di casa la trovò aperta e la spinse dolcemente; Agaja, che attendeva con impazienza il suo ritorno, ne distinse il leggero cigolio. Appena scorse Milon le lacrime le salirono agli occhi:

«Tyrios è già partito in direzione del Pireo. Il mercante romano è venuto, voleva portare anche te subito alla nave.»

Milon rispose spaventato:

«La partenza però era stata fissata a domani mattina. Da dove viene questa fretta improvvisa?»

Agaja gli afferrò la mano destra stringendola tra le sue vecchie mani indurite dal lavoro e disse in tono supplichevole:

«Milon, il mercante era molto arrabbiato per non averti trovato. Ho paura che ti faccia frustare domani mattina, se tu arrivi in ritardo alla nave. Ti consiglio di non scendere al Pireo e non andare dai romani! Lascia Atene, fuggi sulle montagne verso Delfi, da mio fratello che bada alle greggi di pecore. Non andranno a cercarti lassù. Tu conosci la strada. Lassù sarai al sicuro dai tuoi inseguitori. Diventerai pastore, com’eri da bambino, e un giorno, quando tutto sarà dimenticato, ritornerai ad Atene da uomo libero!»

Le labbra di Agaja continuavano a tremare, anche quando ebbe terminato di parlare. Il suo sguardo protettivo era rivolto al giovane, da cui attendeva il consenso. Per un attimo Milon, gli occhi perduti nel cielo, guardava e riconosceva le stelle che aveva contemplato con Alkides. Scintillavano sul mare, molto al di là del muro del giardino. Allora si ricordò delle parole del giovane sacerdote:

«L’astro di Afrodite, un buon presagio per il tuo viaggio!»

In realtà, aveva già preso congedo da Atene. Andava ad intraprendere il cammino che gli era destinato: andava ad imbarcarsi per Roma, con Tyrios. Con un gesto improvviso accarezzò i capelli bianchi della buona Agaja e disse con una voce decisa, tenendole la testa tra le mani:

«Agaja, il mondo si apre davanti a me. M’imbarcherò questa sera stessa sulla nave e me ne andrò con la lupa romana. Cara Agaja, tu sei stata per me come una madre. Dovunque io sia, non ti dimenticherò mai. Sali di tanto in tanto all’Acropoli e prega per me al Partenone.»

Dopo ciò, arretrando un po’, aggiunse:

«Vado immediatamente a racimolare i miei averi nel fazzolettone che mi hai regalato, per evitare che il mercante romano se la prenda troppo, poi mi recherò in fretta al porto.»

Agaja non poteva trattenersi dal piangere dolcemente; ma siccome vedeva che Milon era deciso e sicuro di sé, lo aiutò a raccogliere i suoi pochi bagagli, ai quali aggiunse dei frutti e del pane speziato.

Poco dopo Milon apriva la porta del cortile e la sua ombra, che s’allontanava sul selciato del viottolo, sembrava indicare la direzione da seguire. Agaja lo illuminava con la sua lampada come per imprimere nella mente la sua immagine per l’ultima volta; poi, dolcemente, gli posò la mano sulla spalla. Durante questi sette anni l’aveva amato come un figlio. Pensava di aver trovato in lui una compagnia per i suoi vecchi giorni:

«Domani mattina, scenderò al porto, verrò a benedire la tua partenza.» disse ella con tono sicuro.

Siccome Milon non la contraddiceva, aggiunse:

«La troverò di certo, la tua nave. Fai in modo di vedermi; ti porterà bene!»

Milon aveva una lunga distanza da percorrere nella notte, fino al mare. Da buon corridore ben presto raggiunse la grande strada che collegava Atene al porto. Degli asini e dei muli tiravano ancora i loro carretti nell’oscurità, portando le mercanzie in città. Milon sentì ad un tratto dietro di lui i cigolii di un veicolo. Un carro elegante, tirato da cavalli e illuminato da quattro portatori di fiaccole, procedeva veloce in direzione del Pireo. “Ecco una buona occasione per non correre da solo”, pensò Milon, e si mise al ritmo del convoglio. Guidato dal chiarore delle torce avanzava più rapidamente. Milon non aveva difficoltà a correre al passo dei portatori di fiaccole, era ben allenato e felice. Aveva l’impressione di essere scortato lui stesso da queste quattro luci; e poi, non andava incontro alla stella della sera che brillava sul mare? Atene era dietro di lui, una vita nuova sembrava illuminarsi. Lo scalpiccio degli zoccoli dei cavalli sul selciato risuonava in lui e lo calmava. Respirava rapidamente senza affannarsi, saltando persino qua e là per esprimere la sua gioia. Aveva lasciato dietro di sé la schiavitù, sebbene fino ad allora, grazie alle cure di Agaja, non gli fosse pesata troppo. Quanto al segno della lupa romana, non ingombrava il suo pensiero in questo momento. Davanti a lui si stendevano nuove rive e l’ignoto; sentiva crescere in lui il coraggio di affrontare il mondo.

da Nelson Mandela

La nostra
paura più profonda
non è di essere inadeguati.
La nostra paura più profonda
è di essere potenti oltre ogni limite.
E’ la nostra Luce, non la nostra ombra,
a spaventarci di più. Ci chiediamo: “Chi sono io
per ritenermi brillante, pieno di talenti, favoloso?”
In realtà chi sei tu, per non esserlo?
Siamo figli di Dio.
Il nostro giocare in piccolo, non serve al mondo. Non c’è nulla
di illuminato nello sminuire se stessi, così che altri non si sentano sicuri
intorno a noi. Siamo tutti nati per risplendere, come fanno i bambini. Siamo nati
per rendere manifesta la gloria di Dio che è dentro di noi. Non solo in alcuni di noi:
è in ognuno di noi. E quando permettiamo alla nostra luce di risplendere, inconsapevolmente
offriamo agli altri la possibilità di fare lo stesso. E quando ci liberiamo dalle nostre paure,
la nostra presenza automaticamente libera gli altri.
(Nelson Mandela)

Etty Hillesum: ebrea o cristiana?

 

 

23 settembre 1942     «Klaas, non si combina niente con l’odio, la realtà è ben diversa da come ce la costruiamo noi. Prendi quel nostro assistente. Lo vedo spesso nei miei pensieri. La cosa che più colpisce in lui è il suo collo diritto e rigido. Odia i suoi persecutori con un odio che suppongo sia giustificato. Ma anche lui è un uomo crudele. Sarebbe un perfetto capo di un campo di concentramento. L’osservavo spesso  mentre stava all’ingresso, quasi fosse là  per scacciare i suoi compagni ebrei scacciati, non era mai uno spettacolo molto consolante. Mi ricordo ancora il modo in cui aveva dato a un bambino di tre anni che piangeva due sporchi pezzi di liquirizia: glieli aveva buttati sulla tavola di legno dicendogli paternamente: sta’ attento a non sporcarti il muso. Ripensandoci credo si trattasse di goffaggine e di timidezza piuttosto che di malagrazia: semplicemente non riusciva a trovare il tono giusto. Ma era anche uno dei giuristi più brillanti in Olanda e i suoi articoli così intelligenti erano formulati alla perfezione. Ogni volta che lo vedevo girare tra la gente, con quel collo diritto, lo sguardo dispotico e la sua eterna pipetta, mi veniva da pensare: gli manca solo una frusta in mano, gli starebbe magnificamente bene. In certi momenti mi faceva una pena terribile. Aveva , una bocca così insoddisfatta, o meglio, così infelice: era la bocca di un bambino di tre anni che non è riuscito a imporsi a sua madre. Nel frattempo lui aveva passato la trentina, era diventato un bell’uomo, noto giurista e padre di due figli. Ma quella bocca da bambino insoddisfatto di tre anni gli era rimasta tale e quale, anche se naturalmente era diventata un po’ più grossa col passar del tempo. A guardarlo bene non era affatto attraente.

Vedi Klaas, quell’uomo era pieno di odio per quelli che potremmo chiamare i nostri carnefici, ma anche lui avrebbe potuto essere un perfetto carnefice e persecutore di uomini indifesi. Eppure mi faceva tanta pena. Non aveva mai contatti amichevoli con i suoi compagni, e se questo succedeva agli altri li guardava di sottecchi, con un’espressione così affamata (potevo vederlo e osservarlo in continuazione, in quel luogo si viveva senza muri). Più tardi un collega che lo conosceva da anni mi aveva raccontato alcuni particolari della sua vita. Nei primi giorni della guerra si era buttato in strada dal terzo piano, ma non era riuscita ad ammazzarsi, come doveva pur essere sua intenzione. in seguito ci aveva riprovato, questa volta sotto una macchina, ma anche questo tentativo era fallito. Poi aveva trascorso qualche mese in un istituto per malattie mentali. Era paura, tutta paura. Era un giurista così brillante e acuto e nelle discussioni accademiche aveva sempre l’ultima parola. Ma nel momento decisivo era saltato giù dalla finestra. Sua moglie doveva camminare per casa in punta di piedi e lui faceva delle scenate ai figli atterriti. Mi faceva tanta, tanta pena. Che vita è mai questa?

Klaas, volevo solo dire che abbiamo ancora così tanto da fare con noi stessi, che non dovremmo neppure arrivare al punto di odiare i nostri cosiddetti nemici. Siamo ancora abbastanza nemici fra noi. E non ho neppure finito quando dico che anche fra noi esistono carnefici e persone malvagie. In fondo io non credo affatto nelle cosiddette “persone malvagie”. Vorrei poter raggiungere le paure di quell’uomo e scoprirne la causa, vorrei ricacciarlo nei suoi territori interiori, Klaas, è l’unica cosa che possiamo fare di questi tempi.

Allora tu Klaas hai fatto un gesto stanco e scoraggiato e hai detto: ma quel che vuoi tu richiede tanto tempo, e ce l’abbiamo forse? Ho risposto: ma a quel che vuoi tu si lavora d duemila anni della nostra era cristiana, senza contare le molte migliaia di anni in cui esisteva già un’umanità. E che cosa pensi del risultato, se la domanda è lecita? – hai detto tu.

E con la solita passione, anche se cominciavo a trovarmi noiosa perché finisco sempre per ripetere le stesse cose, ho detto: è proprio l’unica possibilità che abbiamo, Klaas, non vedo altre alternative, ognuno di noi deve raccogliersi e distruggere in se stesso ciò per cui ritiene di dovere distruggere gli altri. E convinciamoci che ogni atomo di odio che aggiungiamo al mondo lo rende ancora più inospitalee.

E tu Klaas, vecchio e arrabbiato militante di classe, hai replicato sorpreso e sconcertato insieme: sì, ma – ma questo sarebbe di nuovo cristianesimo!

E io , divertita da tanto smarrimento, ho risposto con molta flemma: certo, cristianesimo – e perché poi no?»

(Etty Hillesum, Diario, Adelphi)

«La filosofia della libertà» di R. Steiner

COME LEGGERE  LA FILOSOFIA DELLA LIBERTA’  DI RUDOLF STEINER?

di Fabio Alessandri


Un giorno, intorno agli anni Venti del secolo scorso, chiesero a Rudolf Steiner che cosa della sua opera avrebbe resistito alla prova del tempo. La risposta fu: «Niente altro che La filosofia della libertà. Ma in essa è contenuto tutto il resto. Chi realizza l’atto di libertà in essa descritto trova l’intero contenuto dell’antroposofia» (citato in Fiducia nel pensare di Giancarlo Roggero, Tilopa 1995, pag 55). Di fronte a una simile affermazione le persone seriamente interessate alla ricerca scientifico-spirituale non possono che domandarsi cosa significhi realizzare l’atto di libertà di cui parla lo Steiner. Cercando nella sua opera ulteriori indicazioni al riguardo si trovano numerosi passi nei quali si dice che se La filosofia della libertà deve diventare ciò per cui è stata scritta, deve essere letta diversamente da come si legge un qualsiasi altro libro:

«Questa Filosofia della libertà non è scritta con la stessa intenzione con cui oggi vengono per lo più scritti libri. Oggi si scrivono libri con lo scopo di informare semplicemente l’interessato sul contenuto di ciò che viene comunicato, così che egli, a seconda delle conoscenze acquisite in precedenza, della sua formazione o della sua cultura scientifica, prenda atto di ciò che si trova contenuto nel libro. La mia Filosofia della libertà fondamentalmente non è affatto intesa in questo modo. Perciò non è proprio amata da chi di un libro vuole soltanto essere al corrente del contenuto. La mia Filosofia della libertà è intesa così che ci si deve conquistare pagina dopo pagina la propria attività pensante, in modo tale che il libro stesso sia solo una specie di partitura e che si debba leggere questa partitura in interiore attività di pensiero a partire da se stessi.» [Gesamtsausgabe 322, p.110[1]

Il primo passo quindi consiste nello sviluppare una modalità di lettura nuova. Il riferimento alla pratica musicale costituisce un’indicazione fondamentale che Steiner riprende in molte conferenze. Vediamo come possiamo intenderla.

Quando ascoltiamo con piacere un brano musicale, sperimentiamo un’emozione che non dipende dalla nostra attività cosciente e non ha niente a che fare con la conoscenza che abbiamo della musica. La musica fa risuonare in noi qualcosa di misterioso che ci appartiene profondamente, l’emozione che ci dà è paragonabile a quella data da un romanzo avvincente: ne siamo coinvolti, ma non potremmo certo scrivere noi stessi qualcosa di simile.

Le cose cambiano se vogliamo studiare musica. In questo caso non ci abbandoniamo alle nostre sensazioni, ma dirigiamo la nostra attenzione verso aspetti particolari dello studio come la melodia, il ritmo, l’armonia, la dinamica. In questo modo, attraverso la pratica e l’esercizio, cominciamo a percepire quanto prima sfuggiva alla nostra osservazione e a sviluppare la sensibilità grazie alla quale più tardi, applicandoci nello studio di uno strumento, cercheremo consapevolmente di far provare agli altri l’emozione che all’inizio provavamo noi stessi nell’ascolto.

La stessa esperienza può essere fatta in relazione alla scienza dello spirito. Leggendo o ascoltando quanto essa ha da dire si può provare un coinvolgimento per un certo verso simile a quello dato dall’ascolto di un brano musicale che ci emoziona. Se però vogliamo stabilire un rapporto cosciente con la dimensione spirituale e testimoniare efficacemente di ciò che la scienza dello spirito ha da dire, dobbiamo intraprendere uno studio simile a quello musicale. In altre parole dobbiamo esercitare l’attività di pensiero come ci eserciteremmo col violino o col pianoforte. Leggiamo un’altra indicazione dello Steiner:

«L’uomo può già arrivare molto lontano in relazione a questa catarsi se egli per esempio ha trattato e sperimentato tutto ciò che si trova nella mia Filosofia della libertà così interiormente da avere il sentimento che il libro sia stato per lui uno stimolo, ma che egli possa ora in verità riprodurre da sé i pensieri esattamente come si trovano in esso. Se qualcuno si comporta rispetto a questo libro come si comporta all’incirca un virtuoso nel suonare un pezzo al pianoforte nei confronti dell’autore del brano, così che egli produca l’insieme da se stesso – naturalmente nel modo corrispondente –, allora grazie alla sequenza di pensieri severamente articolata di questo libro può essere raggiunta già fino ad un grado elevato la catarsi. Infatti in simile cose, come in questo libro, ciò che conta appunto è che i pensieri siano tutti posti in modo da diventare efficaci.» [Gesamtsausgabe 103, p.195]

Come il virtuoso studia un brano musicale e arriva a ricreare senza leggere lo spartito ciò che era stato fissato sulla carta a partire da se stesso, così chi vuole realizzare l’atto di libertà descritto ne La filosofia della libertà deve esercitarsi a ricreare interiormente i pensieri in essa esposti. Questo è possibile solo se dopo aver letto ci si concentra in se stessi e si prova a ricostruire quanto è stato letto. Non si tratta di imparare a memoria il testo, ma di formulare interiormente i pensieri che ne sono alla base, approfonden-dosi in essi e verificando in che misura corrispondano a quanto il singolo sperimenta nella sua attività conoscitiva e morale.

Per procedere in questa direzione si tratta anzitutto di superare una difficoltà molto diffusa, dovuta al fatto che ognuno di noi si ritiene capace di pensare, pur non essendosi mai esercitato a farlo consapevolmente. Chi non si è mai esercitato nell’arte del pensare può solo esprimere concetti e idee sviluppati secondo abitudini di pensiero consolidate a partire da educazione e cultura dominante. Se invece ci si educa a pensare partendo dalla propria attività interiore e collegando consapevolmente pensiero a pensiero secondo nessi che appartengono al pensare stesso, si possono fare esperienze simili a quella qui di seguito descritta dallo Steiner:

«Ora immaginate di poter avere pensieri in puri flussi di pensiero. Allora arriva per voi il momento in cui avete condotto il pensare fino ad un punto al quale non ha più assolutamente bisogno di venir chiamato pensare. È diventato in un batter d’occhio – diciamo in un batter di pensiero – qualcos’altro. Di fatto questo pensare, chiamato a ragione «pensare puro», è diventato pura volontà; è assolutamente volere. Se siete progrediti in campo animico al punto di avere liberato il pensare dalla visione esteriore, allora in questo modo esso è diventato contemporaneamente pura volontà. Voi fluttuate, se mi è lecito dire così, col vostro elemento animico in un puro corso di pensieri. Questo puro corso di pensieri è un puro corso di volontà. Ma con ciò il puro pensare, addirittura lo sforzarsi per esercitarlo, comincia ad essere non solo un esercizio di pensiero, ma un esercizio di volontà, e per la precisione un esercizio che fa presa fin nel centro dell’uomo. Infatti voi farete questa notevole osservazione: solo ora potete parlare del fatto che il pensare, così come lo si conosce nella vita abituale, è un’attività della testa. Fino a questo momento non avete assolutamente alcun diritto di dire che il pensare è un’attività della testa, poiché voi lo sapete solo esteriormente dalla fisiologia, dall’anatomia e così via. Però ora sentite interiormente che non pensate più così in alto, ma cominciate a pensare col petto. Voi intessete effettivamente il vostro pensare col processo della respirazione; in questo modo stimolate ciò a cui hanno teso gli esercizi. In quanto il pensare diventa sempre più un’attività della volontà, voi osservate che esso si «estrae» prima dal petto dell’uomo e più tardi da tutto il corpo dell’uomo. È come se voi tiraste fuori questo pensare dall’ultima cellula dell’alluce. E se voi studiate con partecipazione interiore quanto è apparso nel mondo in modo quanto mai imperfetto – non voglio difendere la mia Filosofia della libertà –, se lasciate agire su di voi qualcosa di simile e sentite cosa sia questo pensare puro, allora sentite che è nato in voi un nuovo uomo interiore che può portare ad uno sviluppo della volontà a partire dallo spirito.» [Gesamtsausgabe 217, p.148]

Tutto sta nel riuscire a ricreare interiormente per attività propria i pensieri esposti ne La filosofia della libertà fino a sentirne la realtà interiore. Quanto in essa viene esposto non è altro che il risultato di un’attenta osservazione della vita dell’anima propria ad ogni essere umano e della sua relazione con la pratica di tutti i giorni. Sforzandosi pazientemente di percepire nell’interiorità quanto in tale testo viene descritto possiamo arrivare a percepire l’elemento spirituale che vive in noi e ritrovare così l’unità di pensiero, sentimento e volontà, la cui separazione è caratteristica della nostra epoca

9 ottobre 2007

 


[1] Le indicazioni del numero di pagina si riferiscono all’edizione tedesca.

La legge sociale fondamentale

 

«La salute di una comunità di uomini che lavorano insieme è tanto più grande quanto meno il singolo ritiene per sé i ricavi delle sue prestazioni, vale a dire quanto più di tali ricavi egli dà ai suoi collaboratori, e quanto più i suoi bisogni non vengono soddisatti dalle sue prestazioni, ma da quelle degli altri.»

 

(Rudolf Steiner, «Scienza dello spirito e problema sociale» 1905, ne «I punti essenziali della questione sociale», Editrice Antroposofica Milano)