Triarticolazione sociale in breve

 

Chi produce qualità può farlo grazie alle conoscenze che ha sviluppato in relazione al campo in cui opera. La possibilità di promuovere la qualità in un ambito qualunque dipende anzitutto dal talento del singolo, valorizzato per mezzo dell’educazione e dell’in-segnamento. Tutti quelli che, avendo sviluppato liberamente le proprie capacità e conquistato conoscenze adeguate, lavorano per produrre qualità, si accorgono però che per consentire alla qualità di af-fermarsi è necessario affrontare problemi politici ed economici che vanno al di là del loro ambito specifico di attività. Così i medici non convenzionali che prescrivono rimedi naturali si scontrano con gli interessi delle grandi case farmaceutiche, i ricercatori soffrono per i tagli statali ai fondi per la ricerca, gli agricoltori biologici cercano di difendere la biodiversità recuperando le sementi antiche che lo stato, condizionato da interessi economici, ha messo fuorilegge, gli insegnanti perdono tempo in pratiche burocratiche imposte dal ministero e senza le quali potrebbero lavorare di più e meglio e così via. In generale si riscontra che in qualsiasi campo gli interessi politici ed economici impediscono lo svilupparsi di una cultura e di un’educazione veramente libere. Appare allora chiaro che non basta produrre qualità nel proprio settore, ma che bisogna lavorare perché i rapporti reciproci tra cultura, politica ed economia vengano ridefiniti, creando un’alternativa di sistema capace di veicolare adeguatamente la qualità che viene prodotta nei settori particolari. Diversamente la qualità rischia di rimanere un fenomeno isolato, destinato a un piccolo gruppo di persone. Ma da dove cominciare?

     Il problema della qualità, come abbiamo detto, dipende prima di tutto dalla giusta cura dei talenti individuali attraverso l’educazione e l’insegnamento. Grazie a questa cura nuove idee e nuovi impulsi possono riversarsi nella comunità, trasformando l’organismo sociale in tutti i suoi settori. Perché ciò avvenga si devono anzitutto sviluppare forme di cultura libere. La libertà d’insegnamento è possibile solo se la scuola non è assoggettata né allo stato, né all’economia. Ma come può sostenersi una simile scuola? È necessario che parte dei capitali accumulati nell’attività economica – che normalmente vengono reinvestiti per ottenere un profitto, spesi per generi di lusso, o immobilizzati nelle proprietà fondiarie e immobiliari – vengano invece destinati, come donazioni, a iniziative culturali capaci di promuovere una vita spirituale libera. Bisogna però che questo avvenga in modo consapevole, imparando prima di tutto a distinguere il denaro di donazione da quello di prestito e da quello di scambio.

    Il denaro di scambio appartiene alla sfera economica; in essa si scambiano beni-merce con denaro-merce, così che ciascuno, cercando la soddisfazione del proprio bisogno, scambia un valore con un altro valore. Il denaro di prestito appartiene alla sfera politico-giuridica; in essa prestando denaro consentiamo a qualcuno di portare avanti la sua iniziativa e acquistiamo il diritto a riceverlo in restituzione con gli interessi. Il denaro di donazione appartiene alla sfera culturale-spirituale; grazie ad esso non si acquista nulla né si acquisisce qualche diritto, ma si permette ad altri di sviluppare liberamente i loro talenti.

    Nella nostra vita ci rapportiamo di continuo a queste diverse forme di denaro, ma confondendole spesso tra loro e spinti prevalentemente dalla logica del tornaconto personale: negli scambi ci occupiamo di avere il massimo della qualità col minimo di spesa; nel prestare il denaro ci preoccupiamo di avere il massimo tasso di interesse possibile; nel regalare denaro guardiamo per lo più al ritorno di immagine o alla causa che sosteniamo, senza prendere in considerazione se i beneficiari della nostra donazione ne sapranno fare un uso significativo per la comunità e se loro abbiano un giusto rispetto per la Terra e per l’Uomo.

    Dobbiamo invece cominciare a interessarci non più solo della qualità delle merci, dei tassi d’interesse e delle giuste cause, ma degli esseri umani che producono le merci, garantiscono i tassi d’interesse e portano avanti le giuste cause. E dobbiamo farlo tenendo presente come la vita economica, quella politico-giuridica e quella culturale-spirituale debbano essere rispettivamente animate dai tre grandi ideali di uguaglianza, giustizia e libertà, imparando a mettere sempre al centro della nostra attenzione le persone e il loro modo di lavorare per la comunità. Solo così potremo contribuire sensatamente al rinnovamento sociale di cui oggi sentiamo tutti la necessità.

E il verbo?

Fateci caso: i nostri bambini oggi, quando si rivolgono agli adulti, tendono a non usare più i verbi. Basta la “parolina magica” che apre ogni porta. Così a tavola dicono “acqua, per favore” e qualcuno versa loro da bere. Il verbo non è più di moda e appare come semplice possibilità priva di attributi («Posso un foglio?»). Ma l’assenza dei verbi nel linguaggio dei nostri bambini non è una buona cosa. Dovremmo ricominciare a insegnare loro ad esprimere chiaramente il loro pensiero e formulare correttamente le loro richieste, se vogliamo aiutarli a diventare uomini e donne capaci di lavorare insieme per il bene di tutti.

Prima di mangiare

 

I nostri bambini hanno bisogno di punti di riferimento per potersi orientare e trovare il loro cammino nel mondo. Questi punti di riferimento sono dati anche dalla ripetizione costante di piccoli gesti o di frasi che accompagnano importanti momenti della giornata come i pasti o la nanna, forme di ritualità di cui il bambino ha un profondo bisogno, come del latte materno; grazie ad esse può sentire di appartenere ad un mondo pieno di cose belle e buone in cui vale la pena di vivere. I ritmi della natura e il lavoro dell’uomo possono così presentarsi in brevi immagini, prima e dopo aver mangiato, per ricordare al bambino (e anche all’adulto) che la vita è un dono meraviglioso e che ringraziare gli esseri a cui dobbiamo la nostra esistenza è bello e fa bene a tutti.

 

God made the sun and God made the see,

god made the mountains and God made me.

I thank you God for the sun and the see

For making the mountains and for making me.

 

Chi ha fatto il sole, il mare, le montagne?

Chi ha fatto me?

Chiunque sia, io lo voglio ringraziare

per la luce e il calore del sole,

per la vita del mare, per la stabilità delle montagne

e per la gioia che mi regala ogni giorno.

 

Quando a tavola mi siedo

e sul tavolo io vedo

ciò che il sole ha riscaldato,

che la terra ha in sé cullato,

l’acqua e l’aria alimentato,

l’uomo saggio coltivato,

 

a me sembra naturale

poco prima di mangiare

ringraziar per un momento

l’aria, l’acqua, il sole e il vento

ed a chi per me lavora

il mio grazie dire ancora.

Viva la volontà!

 

    Spesso gli adulti trovano sconveniente che i bambini si esprimano dicendo «Voglio…» e cercano di correggerli. C’è chi li ammonisce dicendo che l’erba voglio non cresce neanche nel giardino del re, chi cerca di insegnare loro l’uso del condizionale «vorrei» per esprimere educatamente i propri desideri, chi li invita ad aggiungere la parolina magica «per favore» per essere ascoltati, chi cerca di farli riflettere sul senso di quella espressione per dissuaderli comunque dall’usarla. In un caso come nell’altro sembra che l’adulto cerchi di insegnare al bambino che esprimere la propria volontà in modo diretto non va bene. Se però un bambino dice: «Da grande voglio fare l’avvocato», l’adulto probabilmente non cercherà di correggerlo, dimostrando così che in certi casi invece l’erba voglio può crescere tranquillamente dove meglio crede.

    Da cosa dipende questa apparente contraddizione? Va bene esprimere la propria volontà, oppure no?

    Quando un bambino dice a un adulto «Voglio l’acqua», a ben guardare non sta realmente esprimendo la sua volontà, poiché la volontà è una forza grazie alla quale noi ci mettiamo in attività, ma sta esprimendo solo un bisogno. L’adulto però, senza rendersene conto, ha abituato il bambino a usare l’espressione «Voglio…» come se fosse una richiesta alla quale segue senz’altro il soddisfacimento del suo bisogno. Ciò dipende dal fatto che quando il bambino piccolo comincia a parlare, l’adulto non si preoccupa tanto di insegnargli ad esprimersi correttamente, ma si rallegra di riuscire a cogliere ciò che il bambino vuole esprimere verbalmente. Perciò quando un bimbo piccolo sta imparando a parlare, l’adulto è felice di sentirlo pronunciare la parola «acqua» e gliela offre volentieri senza che il bambino debba aggiungere altro. Quando poi il bambino impara a dire «voglio acqua» l’adulto apprezza la sua accresciuta capacità linguistica e di nuovo gli offre acqua senza aspettarsi altro. Se però l’adulto non sa cogliere il momento in cui può insegnare al bambino a fare il passaggio successivo per formulare una richiesta articolata, il bambino continua a dire «Voglio l’acqua» aspettandosi di essere soddisfatto e sviluppa così l’abitudine ad essere servito dall’adulto, anziché a chiedere agli altri un aiuto se non può fare da solo. Per evitare ciò è sufficiente riportare l’attenzione sul vero senso delle parole e chiedere al bambino se l’acqua (o qualsiasi altra cosa) vuole prendersela da solo, o se vuole che qualcuno lo aiuti. In quest’ultimo caso basta dire al bambino che è bene formulare una domanda chiara, come ad esempio: «Mi puoi dare un po’ d’acqua, per favore?».

    Quando l’adulto, alla frase «Voglio l’acqua», invita il bambino solo ad aggiungere la cosiddetta parolina magica «per favore» è chiaro che continua ad attribuire all’espressione «Voglio…» il significato «Dammi…» e invita il bambino ad usare la formula di cortesia «per favore» in modo sbagliato, dal momento che in realtà egli non ha formulato alcuna richiesta. Un bambino così educato si abituerà a pensare che affermare la propria volontà equivale a chiedere agli altri che soddisfino i nostri bisogni. Di conseguenza non domanderà mai nulla, aspettandosi di essere soddisfatto nel momento in cui nomina ciò che desidera. E se anche – come è ovvio – l’adulto non lo accontenterà in ogni suo desiderio, l’abitudine ad ottenere senza formulare chiaramente alcuna richiesta si formerà comunque.

    Nel caso poi in cui l’adulto risponde che l’erba voglio non cresce neanche nel giardino del re, il messaggio che arriva al bambino è che volere qualcosa non va bene. La realizzazione di sé però dipende dal fatto che una persona sappia cosa vuole e riesca a tradurre in azioni efficaci la propria volontà in armonia con quella degli altri. Affermando che l’erba voglio non cresce neanche nel giardino del re l’adulto, senza accorgersene, comunica al bambino la convinzione secondo la quale nella vita la propria volontà deve essere messa in secondo piano, per compiere il proprio dovere («Prima il dovere, poi il piacere», dicevano i nostri vecchi). Questa convinzione ha prodotto una lacerazione interiore che è all’origine di molti disagi dell’umanità occidentale contemporanea e che, a seconda del temperamento del bambino, può dare origine a manifestazioni come insicurezza, nervosismo, aggressività, prepotenza,  introversione, irascibilità e altro ancora, ma anche ad atteggiamenti manipolatori volti ad affermare comunque la propria volontà su quella normativa dell’adulto.

    Da tutto ciò può risultare chiaro che quando il bambino usa il verbo «volere» è opportuno aiutarlo a comprenderne correttamente l’uso. Non c’è nulla di male nell’esprimere chiaramente la propria volontà, ma bisogna insegnare al bambino ad usare il linguaggio per formulare richieste altrettanto chiare. Così, se un bambino dice «Voglio l’acqua», a seconda dei casi gli si può rispondere ad esempio: «Io invece voglio una mela, me ne passi una per favore?». Oppure: «Quando io voglio qualcosa, o me lo prendo da solo, oppure chiedo a qualcuno. Tu come vuoi fare?» Non si tratta di avere pronta una formula, ma piuttosto di capire che la volontà è uno dei beni più preziosi dell’uomo e che è sulla volontà che si fonda la possibilità di vivere una vita ricca di significato e di soddisfazioni per sé e per chi ci sta vicino. Persone con una forte volontà sono capaci di fare del bene agli altri e a se stessi e perciò è di fondamentale importanza che fin dalla più tenera età si abbia particolare cura per l’educazione della volontà nei bambini. Se faremo attenzione a ciò daremo un contributo significativo alla risoluzione dei problemi che oggi affliggono il nostro tempo.