Etty e l’autonomia interiore

 

21 ottobre 1941

La nascita di un’autentica autonomia interiore è un lungo e doloroso processo: è la presa di coscienza che per te non esiste alcun aiuto o appoggio o rifugio presso altri, mai. Che gli altri sono altrettanto insicuri, deboli e indifesi. Che tu dovrai essere sempre la persona più forte. Non credo che tu sia il tipo da trovare queste cose in un altro. Sei sempre da capo rimandata a te stessa. Non c’è nient’altro, il resto è finzione. Ma doverlo riconoscere, ogni volta! Soprattutto come donna. Hai pur sempre un gran desiderio di perderti in un altro. Ma anche questa è una favola, seppur bella. Due vite non possono combaciare. Per lo meno non per me. Può succedere in alcuni momenti: ma quei momenti giustificano una vita in comune, possono tenerla insieme? Però è un sentimento forte anche quello, talora felice. Sola, Dio mio. È dura. Perché il mondo è inospitale. Ho un cuore molto appassionato, ma mai per una persona sola: per tutte le persone. È un cuore molto ricco, io credo. Una volta pensavo sempre che lo avrei dato tutto a una persona sola: ma è impossibile. E quando, a ventisette anni, si arriva a “verità” così dure, ci si sente a volte disperati, soli e impauriti, ma anche indipendenti e orgogliosi. Sono affidata a me stessa e dovrò cavarmela da sola. L’unica norma che hai sei tu stessa, lo ripeto sempre. E l’unica responsabilità che puoi assumerti nella vita è la tua. Ma devi assumertela pienamente.

(Etti Hillesum, Diario)

Quando si dice «amore»

«Quanto all’amore, l’uomo soggiace nel senso più elevato ad una grande illusione ed ha ancor più bisogno di essere corretto che non per quanto concerne le comuni simpatie e antipatie del sentire. Per quanto singolare appaia alla coscienza comune è infatti assolutamente vero che l’amore che sorge fra essere umano ed essere umano, se non è amore spiritualizzato, in realtà non è amore come tale, ma è l’immagine che ce ne facciamo e generalmente non è altro che una terribile illusione; nella vita normale l’amore è assai raramente spiritualizzato, ed ora non parlo dell’amore sessuale o basato sulla sessualità, ma dell’amore in generale fra essere umano ed essere umano. L’amore che un essere umano crede di sviluppare per un altro – così è nella vita normale – non è generalmente che amore per se stessi. Un essere umano crede di amarne un altro, ma nell’amore ama in realtà solo se stesso. Si vede qui una fonte di un elemento antisociale che inoltre deve essere sorgente di una spaventosa auto-illusione. Si può infatti credere di avere un amore travolgente per un altro essere umano, ma in realtà non si ama l’essere umano, ma l’essere collegati con l’altro nella propria anima. In realtà si ama la felicità che si sente nella propria anima in relazione con l’altro essere umano, quel che si sente in sé per lo stare insieme all’altro, il fare per esempio una dichiarazione d’amore. Si ama in tutto e per tutto se stessi, accendendo questo amore per se stessi nel rapporto con l’altro.

Questo è un importante mistero della vita. È di immensa importanza, perché nella illusione relativa a tale amore, che si crede essere amore ma che in realtà è solo amore per se stessi, egoismo, egoismo mascherato – e di gran lunga la maggior parte dell’amore che agisce tra essere umano e essere umano e che viene chiamato amore non è altro che egoismo mascherato –, in questa illusione sta la sorgente degli impulsi antisociali più grandi ed estesi che si possano immaginare. A causa di questo amore per se stessi che si maschera di amore, l’uomo è appunto un essere antisociale nel senso più ampio. L’uomo è appunto un essere antisociale perché si nasconde in se stesso. E si nasconde in se stesso al massimo grado quando non sa, o non vuole sapere, di questo essere nascosto in sé.»

 

( da  Esigenze sociali dei tempi nuovi  di Rudolf Steiner, Editrice Antroposofica Milano, pag, 93)

Simone Weil e il Padre Nostro

Fino al settembre scorso non mi era mai capitato in vita mia di pregare, neppure una volta, almeno nel senso letterale della parola. Mai avevo rivolto la parola a Dio, nè a voce alta nè mentalmente. Mai avevo pronunciato una preghiera liturgica. Mi era capitato talvolta di recitare la Salve Regina, ma soltanto cone una bella poesia.

L’estate scorsa, quando studiavo greco con T., avevo fatto per lui una traduzione letterale del Padre nostro in greco. Ci eravamo ripromessi di studiarlo a memoria. Credo che lui non l’abbia fatto, e neppure io in quel momento. Ma qualche settimana dopo, sfogliando il Vangelo, mi sono detta che poiché me l’ero ripromesso ed era una buona cosa, dovevo farlo. E l’ho fatto. La dolcezza infinita del testo greco mi prese a tal punto che per alcuni giorni non potei fare a meno di recitarlo fra me continuamente. Una settimana dopo cominciò la vendemmia, ed io recitai il Padre nostro in greco ogni giorno prima del lavoro, e spesso lo ripetevo nella vigna.

Da allora mi sono imposta, come unica pratica, di recitarlo ogni mattina con attenzione totale. Se mentre lo recito la mia attenzione si svia o si assopisce, anche solo un poco, ricomincio daccapo sino a quando non arrivo a un’attenzione assolutamente pura. Mi accade talvolta di ripeterlo una seconda volta per puro piacere, ma lo faccio solo se il desiderio mi spinge.

Il potere di questa pratica è straordinario e ogni volta mi sorprende, poiché, sebbene lo sperimenti tutti i giorni, esso supera ogni volta la mia attesa.

Talora già le prime parole rapiscono il pensiero dal mio corpo e lo trasportano in un luogo fuori dallo spazio, dove non esiste nè prospettiva nè punto di vista. Lo spazio si apre.  L’infinità dello spazio ordinario della percezione viene sostituita da un’infinità alla seconda e talvolta alla terza potenza. Nello stesso tempo, questa infinità dell’infinità si riempie, in tutte le sue parti, di silenzio, ma di un silenzio che non è assenza di suono bensì l’oggetto di una sensazione positiva, più positiva di quella di un suono. I rumori, se ve ne sono, mi pervengono solo dopo avere attraversato questo silenzio.

Talvolta anche, mentre recito il Padre nostro oppure in altri momenti, Cristo è presente in persona, ma con una presenza infinitamente più reale, più toccante, più chiara, più colma d’amore della prima volta in cui mi ha presa.

Non mi sarei mai risolta a dirvi tutto questo, se non stessi per partire. E poiché in fondo parto con il pernsiero di una morte probabile, mi sembra di non avere diritto di tacere queste cose. Poiché, dopotutto, non si tratta di me: si tratta solo di Dio, io non c’entro per nulla. Se si potesse supporre che Dio può sbagliare, direi che tutto ciò è capitato a me per errore. Ma forse Dio si compiace di utilizzare le scorie, gli scarti, i rifiuti.

[Simone Weil, Attesa di Dio, Rusconi 1972, pag 45-46]

Simone Weil e il Cristo

 

Mai i suoi mal di testa erano stati così violenti come nel 1938. Lo furono particolarmente verso la fine dell’anno. Fu allora credo che, temendo di avere un tumore al cervello, andò a consultare uno specialista, il chirurgo Clovis Vincent. Mentre asepttava in anticamera disse ai suoi: «Se consiglia un’operazione, voglio che la si faccia il più presto possibile». Sua madre tentò un’obiezione. Simone la guardò e disse: «Vuoi dunque che io peggiori sempre più?». Temeva la follia più di ogni altra cosa al mondo. (…) Il consulto fu inutile: Clovis Vincent non trovò la causa del male e di conseguenza neppure il rimedio.

Nei momenti più dolorosi Simone recitava spesso Love, applicando a questa poesia tutta la sua attenzione e aderendo con tutta la sua anima alla tenerezza che vi è racchiusa.

    Amore mi diede il benvenuto; ma l’anima mia si ritrasse,

    Di polvere macchiata e di peccato.

    Ma Amore dal rapido sguardo, vedendomi esitante

    Sin dal mio primo entrare,

    Mi si fece vicino, dolcemente chiedendo

    Se di nulla mancassi.

 

    Di un ospite, io dissi, degno di essere qui.

    Amore disse: Quello sarai tu.

    Io, lo scortese e ingrato? O, amico mio,

    Non posso alzare lo sguardo su Te.

    Amore mi prese la mano e sorridendo rispose:

    E chi fece gli occhi se non io?

 

    E’ vero, Signore, ma li macchiai: se ne vada la mia vergogna

    Là dove merita andare.

    E non sai tu, disse Amore, chi portò questa colpa?

    Se è così, servirò, mio caro.

    Tu siederai, disse Amore, per gustare della mia carne.

    Così io sedetti e mangiai.

        [George Herbert, 1593-1633]

«Credevo di recitarla solo come una bella poesia, ma a mia insaputa quella recita aveva la virtù di una preghiera». Una volta, probabilmente a metà novembre, mentre la recitava, avvertì la presenza del Cristo: «Una presenza più personale, più certa, più reale di quella di un essere umano» scriverà a Joë Bousquet. Non fu un’apparizione. Dirà a padre Perrin: «In quell’improvviso imperio del Cristo su di me, nè i sensi, nè l’immaginazione hanno avuto alcuna parte; ho solo sentito, attraverso la sofferenza, la presenza di un amore analogo a quello che si legge nel sorriso di un volto amato».

     Quanto questo avvenimento l’avesse sorpresa e quanto poco vi fosse preparata, lo dirà sia a padre Perrin che a Joë Bousquet (con me non ne parlò mai). «Nei miei ragionamenti sull’insolubilità del problema di Dio non avevo previsto la possibilità di un contatto reale, da persona a persona, quaggiù, fra un essere umano e Dio. Avevo vagamente sentito parlare di cose simili, ma non vi avevo mai creduto. Nei Fioretti i racconti di apparizioni mi infastidivano più di ogni altra cosa, come i miracoli nel Vangelo… Non avevo mai letto i mistici… Dio mi aveva misericordiosamente impedito di leggere i mistici, affinché mi fosse evidente che non l’avevo fabbricato io questo contatto del tutto inatteso».

    (Simone Petrement, La vita di Simone Weil, Adelphi 1994, pag. 439-441)

Laurea Honoris causa a Cucinelli

 

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PERUGIA

LAUREA HONORIS CAUSA

Perugia – Giovedì 11 novembre 2010 – ore 11.00

Palazzo Murena – Aula Magna, Piazza dell’Università 1

Laurea magistrale honoris causa

in Filosofia ed Etica delle relazioni

Cavaliere del Lavoro

Brunello Cucinelli

 

Lectio Doctoralis

 

“La Dignità come forma dello Spirito”

 

 

Laudatio

 

Brunello Cucinelli nasce a Castel Rigone (Perugia) nel 1953. Conseguito il diploma di geometra si iscrive alla Facoltà di Ingegneria, che però frequenta per poco tempo. Iniziata la carriera di imprenditore, si è subito imposto proponendo la novità del cashmere colorato. Nel 1982 si unisce in matrimonio a Federica Benda, dalla quale avrà due figlie. Trasferitosi a Solomeo, acquista per l’azienda il castello trecentesco, dove, nel 1987, inaugura la nuova sede. In virtù anche di una forte sensibilità umanistica, inizia l’attività di recupero e di riqualificazione dell’antico borgo, dove realizza spazi dedicati all’incontro e alla cultura. Per rispondere all’ideale rinascimentale di bellezza, fa realizzare un complesso architettonico e paesaggistico, denominato Foro delle Arti, dove trovano ubicazione un suggestivo Teatro, un invitante anfiteatro e una prestigiosa Accademia Neoumanistica impreziosita da una ricca biblioteca. Nello stesso periodo, le sue collezioni, riconosciute a livello mondiale come uno dei più importanti brand nel settore del lusso, conquistano i più importanti paesi d’Occidente e d’Oriente, ottenendo unanimi consensi. Non per questo ha distolto lo sguardo dalla sua regione d’origine; anzi se ne è occupato con grande impegno, ricoprendo vari incarichi, tra cui quello di Presidente del Teatro Stabile dell’Umbria, e contribuendo efficacemente alla diffusione della cultura. In considerazione dei suoi indiscussi meriti, rivolgo cortese istanza al Magnifico Rettore, al Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia e ai colleghi componenti la Commissione, affinché conferiscano a Brunello Cucinelli la laurea honoris causa in Filosofia ed Etica delle relazioni con la seguente motivazione: Imprenditore di grande successo, ha ottenuto i più prestigiosi riconoscimenti sia in Italia che all’estero. In virtù della comunione spirituale con i grandi del passato, ha restituito sagacemente il Borgo di Solomeo al suo antico splendore, realizzando un’impresa ispirata ai grandi valori morali e civili che hanno segnato la storia dell’umanità. L’uomo, infatti, costituisce il centro focale e il termine di riferimento della sua attività. Quello a cui Cucinelli guarda, però, non è l’homo faber, proteso esclusivamente a raggiungere il profitto, ma l’homo sapiens impegnato a realizzare la propria identità. Recuperato nel volume totale delle sue potenzialità, quest’ultimo è valorizzato nella sua intelligenza e nella sua capacità creativa, oltre che nella disponibilità con cui si apre agli altri e concorre alla realizzazione del bene comune. È questa la visione filosofica cui si ispira l’azione produttiva di Cucinelli. La sua azienda pertanto, poiché è concepita in funzione di un umanesimo integrale, è riuscita a stabilire un giusto rapporto tra l’economia e l’etica, tra l’utile e il rispetto della dignità del lavoratore. Al tempo stesso, siccome fa della bellezza uno strumento di elevazione dello spirito e di riscatto dei rapporti umani dalla mercificazione, ha reintegrato l’uomo nella natura, facendone il suo custode privilegiato. Coniugando infine il gusto estetico con la valorizzazione dell’ambiente, ha dimostrato come il capitalismo, quando è opportunamente guidato, può assumere un volto umano e costituire un veicolo per favorire il rispetto reciproco e la pacifica convivenza.

 

Prof. Antonio Pieretti

 

Lectio Doctoralis

 

Magnifico Rettore, Presidi, Professori e Autorità, amici che con la vostra presenza completate la felicità di questo giorno, Vi ringrazio di cuore. Questa lectio doctoralis è l’occasione da me più desiderata per esprimere la gratitudine verso chi mi onora di così ambito riconoscimento e per testimoniare il genuino amore che nutro per la vita in ogni sua forma. Sono convinto che in ogni epoca storica e in ogni parte del mondo le università siano state e saranno sempre il sale della terra. L’Università degli di Perugia, che è una delle più antiche e prestigiose, mi offre oggi una straordinaria occasione, che mi lusinga e mi appare ricca di opportunità bellissime. Della mia infanzia conservo un grande ricordo: non ho mai visto i miei genitori litigare. Mi è sempre presente l’immagine di mio padre, dei miei nonni e dei miei zii, uomini impegnati in un lavoro faticoso e spesso ingrato, i quali pregavano Iddio perché mandasse bel tempo, affinché il raccolto non fosse rovinato. Il loro esempio ha rappresentato per me un’esperienza indimenticabile cui tuttora ispiro la mia vita. Poi, quando avevo circa quindici anni, ci trasferimmo in città, perché mio padre lasciò la campagna e si dedicò a un altro lavoro. Vedere il proprio figlio lavorare in fabbrica anziché nei campi era stato il sogno più grande di mio nonno. Anche come operaio mio padre aveva a che fare con un lavoro faticoso, ma era soddisfatto del nuovo impegno. A volte, però, la sera lo vedevo tornare silenzioso e dispiaciuto, perché durante la giornata aveva subito umiliazioni, talora perfino delle offese da parte del datore di lavoro. Sebbene non riuscissi a capire fino in fondo quale messaggio fosse riposto in questo suo stato d’animo, tuttavia mi indusse a riflettere. Qualcosa cambiò dentro di me. Ero triste nel vedere mio padre in quelle condizioni e, probabilmente, allora ho cominciato a comprendere quale importanza rivestisse l’uomo nell’attività lavorativa. Mi sono reso conto, per esperienza diretta, quanto fosse ingiusto offenderne la dignità e non riconoscergli il valore che gli spetta. Dai quindici ai venticinque anni ho frequentato la scuola e mi sono diplomato geometra. Devo ammettere però che non ho studiato molto, perché non ero sufficientemente motivato e non provavo soddisfazione nel faticare sui libri. Ho comunque superato gli esami di maturità e poi mi sono iscritto all’Università, alla Facoltà di Ingegneria. Ho frequentato le lezioni per circa tre anni, durante i quali, però, ho dato un solo esame, quello di Geometria descrittiva. In queste poche annotazioni si condensa la mia esperienza di studente. L’evento più importante di quel periodo, ma anche di quelli successivi, fu l’incontro con la donna che poi sarebbe diventata mia moglie: avevamo entrambi circa diciassette anni; lei aveva finito gli studi di ragioneria e si decise ad aprire un piccolo negozio di abbigliamento. In qualche modo, fu proprio seguendola in questa esperienza che riscoprii il gusto del bello e cominciai ad apprezzare la moda. Molto importante, in quel periodo, è stata la vita del bar, del caffè italiano, che ho frequentato quasi quotidianamente e al quale mi sono sempre più affezionato. Era lì che ci ritrovavamo la sera, settanta-ottanta persone, solo uomini, secondo la cultura del tempo, e dove si incontravano praticamente tutte le classi sociali, in rapporto di amicizia e di reciproco rispetto, senza barriere e senza pregiudizi. Vi partecipavano gli industriali, gli operai e… i nullafacenti come me (confesso di essere stato tale). Era ben più che un semplice modo di passare il tempo, perché si stava insieme discutendo dei problemi più svariati e impegnandoci in un dibattito che non vedeva interruzioni. Sembrava che, in piccolo, riproducessimo le condizioni di quel dibattito tanto caro a Eraclito, quando parla di Polemos come maestro e signore di tutte le cose: tutto si genera dal confronto vivace e intenso, purché fatto con garbo e con moderazione. Sono questi i miei ricordi, di un divertimento che è anche di apprendimento, un apprendimento di vita, diverso da quello della scuola, vivo, desiderato, autentico. Già dall’età di diciannove anni ho iniziato a leggere qualche cosa. Devo dire la verità: nonostante il genere di vita che allora conducevo, era presente in me il desiderio, la voglia di conoscere di più quella dignità che mi era sembrata tanto importante, quando era stata offesa in mio padre. Pensai così di poter trovare qualche risposta ai miei interrogativi nella filosofia. Fu allora che mi avvicinai al mondo del sapere e Kant fu il primo che lessi, con timore e con avidità. Una lettura difficile, ma piena di umane verità. Ricordo un’annotazione che trovai molto suggestiva e straordinariamente vera, quella in cui Kant dice: «Due cose mi emozionano in un modo particolare: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me». In questa ho ritrovato gli ammonimenti di mio padre, quando a casa mi diceva spesso: «Devi essere una persona perbene. Mi raccomando, cerca di mantenere la parola che hai dato». Ma se la lettura di Kant, per un verso, soddisfaceva i miei interrogativi, per un altro ne faceva nascere continuamente di nuovi, aumentando sempre il mio desidero di conoscenza. Da qui si è consolidato il mio amore per la filosofia, che mi ha accompagnato fino ad oggi e tuttora dura. Mi sono messo subito alla ricerca delle idee dei grandi filosofi greci: Socrate, Platone, Aristotele. Nel frattempo gli anni passavano e cominciavo a pensare cosa avrei fatto nella vita. È così che, frequentando la mia fidanzata e il suo negozio, ho cominciato ad appassionarmi alla maglieria, che allora come oggi è un segno distintivo della cultura umbra. Maturai così l’idea di realizzare pullover di cashmere colorati, e devo dire che, sotto il profilo del prodotto, si trattò di una piccola innovazione. Il sogno della mia vita, tuttavia, era quello di rendere l’attività lavorativa più umana, di dare dignità morale ed economica al lavoro, perché, credetemi, il lavoro spesso è piuttosto duro e ripetitivo. Ero però anche convinto che esso eleva la dignità dell’uomo. E di questo obiettivo ho fatto il vero scopo della mia vita. Così, pur aspirando a ottenere profitti, perché credo nel capitalismo (ogni impresa deve produrre profitti, perché è la ragione della sua esistenza), al tempo stesso volevo che tali profitti non arrecassero mai danni all’umanità, o il meno possibile. Mi ripromettevo, per metodo e per finalità, che i profitti fossero realizzati nel rispetto della dignità e del valore della persona umana, e perciò che fossero orientati a uno scopo morale. Aristotele considera l’etica come la parte superiore della filosofia e proprio in tal senso volevo agire. Non sapevo se vi sarei riuscito, ma mi impegnavo ad operare in questa direzione con tutte le mie forze. Questo è lo spirito, questo è l’intento del mio lavoro. Per mettere in pratica quanto mi ero ripromesso, decisi di ripartire i profitti secondo quattro criteri, ai quali tuttora mi attengo. La prima parte è destinata all’impresa, a quell’impresa di cui io mi sento custode e non proprietario. Sì, ne sono il maggior azionista e il responsabile, ma unicamente nel senso di garantirgli solidità e stabilità. Ho sempre immaginato che, se ci si sente custodi e non proprietari, allora tutto assume un significato diverso, tutto diventa quasi eterno. La seconda è riservata alla mia famiglia, che vive in un piccolo paese e, pertanto, non ha necessità particolari. La terza, quella più importante, va ai ragazzi che mi aiutano nell’impresa, perché possano lavorare in un modo migliore e vivere in maniera conforme alle loro attese. La quarta, che ha altrettanta rilevanza delle prime tre, è la parte destinata ad “abbellire il mondo”, un concetto che può riguardare qualsiasi tipo di iniziativa: aiutare qualcuno in difficoltà, ma anche restaurare una chiesa, costruireun ospedale, un asilo, un teatro, una biblioteca… E qui devo dire che mi ha ispirato la grandezza di mente di uno dei miei maestri, l’imperatore Adriano, quando dice: «Mi sento responsabile delle bellezze del mondo». Questa è la filosofia di fondo dell’impresa. Volevo dar vita a un prodotto di grande artigianalità, di grande qualità e, spero, anche di autentica creatività. Volevo costruire un manufatto in cui fosse trasferito il modo italiano di vivere e di lavorare, la sua fierezza, tolleranza, dedizione, spiritualità e misticità. Per far questo, senza dubbio, sono necessarie mani sapienti, ma anche il cuore di persone generose, orgogliose della propria origine e attaccate alla propria terra. Come dice Pico della Mirandola: «Magnum miraculum est homo». Ma anche altri principi sono alla base dell’impresa. Su tutti, un concetto di lavoro che vediamo nascere molti secoli fa, predicato e diffuso da San Benedetto, questo santo affascinante, che raccomanda all’abate, quale responsabile in vita e dopo la morte dei suoi monaci, di essere rigoroso e dolce, esigente maestro, amabile padre. Ho cercato di portare nella mia impresa questo spirito. San Benedetto mi ricorda che ogni giorno dobbiamo curare la mente con lo studio e l’animo con la preghiera e il lavoro. Da Platone ho appreso il rispetto delle regole, come insegna nella Repubblica, dove fa dire a Socrate che, ti piacciano o meno, «le leggi dello stato vanno rispettate più dei genitori». Perché, come potete immaginare, c’è un grosso problema da affrontare che, a mio avviso, rimane sempre aperto ed è sempre lo stesso, in ogni tempo: è quello del rapporto tra il datore di lavoro e le persone che collaborano con lui. Ho sempre pensato che ogni essere umano abbia una sua dote di genio, per quanto vari da individuo a individuo. Mio padre non conosceva niente del suo datore di lavoro; non ne conosceva i profitti, le proprietà e la vita che conduceva. Oggi, invece, per le nuove generazioni non è più così: esse sanno tutto o quasi del loro datore di lavoro. Credo pertanto che la condivisione delle ragioni e delle finalità di un’impresa, da parte di tutti coloro che vi sono coinvolti, debba essere il fondamento di un rapporto di lavoro sano e dignitoso. È per questo che ho deciso che qualsiasi giovane che venga a lavorare nelle nostre imprese sappia tutto di me e della mia vita. Infatti, da sempre ho immaginato e voluto avere un rapporto impostato su basi di fiducia e collaborazione. A tale riguardo, mi è servita da guida la bellissima espressione di Marco Aurelio, quando, dopo aver ammonito un giovane con le parole «datti pace, potrebbe essere forse l’ultimo giorno della tua vita», subito dopo gli ricorda di progettare come se fosse destinato a vivere per l’eternità. E, ancora: quanta nobiltà dimostra quando, nell’esortare i suoi soldati alla vigilia di una battaglia decisiva contro i Germani, non usa toni retorici, ma solo poche, semplici e immense parole: «O miei stimati uomini dell’impero romano, domani Roma ha bisogno di noi». Quale migliore modo per significare la dignità dell’uomo? Ecco, infine, il tema del futuro del mondo relativo al settore imprenditoriale. In questo difficile momento economico, morale e civile, credo che noi stiamo in qualche maniera riprogettando l’umanità. Non è escluso che la grande crisi economica dei nostri giorni possa avere infine conseguenze benefiche. C’è qualcosa di straordinariamente attuale in sant’Agostino quando, rivolgendosi a Dio, dice: «O eccellentissimo, onnipotente Reggitore dell’universo, Tu che ci mandi il dolore come maestro». Sono convinto, per l’Italia in particolare, che ci sia un sicuro avvenire se sapremo produrre beni di grande qualità, di grande artigianalità e di grande unicità, qualità queste che appartengono alla tradizione delle nostre genti. Ma, ciò che mi preoccupa di più, è come riuscire a convincere i giovani, i ragazzi a venire a lavorare nelle nostre imprese, dal momento che, a causa della bassa remunerazione (forse mille euro al mese o poco più), ritengono che il loro lavoro non sia dignitoso e che non abbia alcun significato. Eppure, Lorenzo il Magnifico considerava gli artigiani in qualche maniera fratelli dei grandi artisti. Aveva ragione, ma noi abbiamo tolto un po’ di dignità, un po’ di prestigio, un po’ di valore morale al nostro lavoro, e questo è un grave errore. Da parte mia, vorrei far riscoprire ai giovani il profondo significato che è riposto nel lavoro. Sono certo che, se riescono in questa impresa, le cose cambieranno e troveranno in se stessi il desiderio di dedicarsi con entusiasmo all’attività artigianale ed artistica. Nella conquista della propria identità, ottenuta attraverso al fatica, è riposta la condizione di vita che Dante chiama suprema felicità umana, e che però trovò solo in Dio. Boezio, alcuni secoli prima, disse qualcosa di simile: «O felice genere umano, se i vostri animi fossero governati da quell’amor che governa il cielo!». È un amore grande, quello di cui abbiamo bisogno, che non riguarda soltanto il lavoro e la fatica degli uomini, ma anche l’ambiente dove sono nati e vivono, un ambiente che non possiamo in nessun modo trascurare. È anche per questo che ho voluto restaurare Solomeo. Allorché le cose hanno cominciato ad andare abbastanza bene, son venuto in questo piccolo paese, che frequentavo già da fidanzato, e mi doleva il cuore vederlo abbandonato e diroccato, perché nel dopoguerra e poi negli anni Sessanta molte famiglie si erano costruite la casa fuori le mura per avere una dimora più accogliente. E proprio in questo borgo, con una decisione che allora destò meraviglia, decisi di trasferire la sede della mia piccola impresa. Perché la scelta di Solomeo? Perché lontano dai centri nevralgici dell’attività economica e commerciale? Perché mi ha sempre affascinato la vita al di fuori delle città. Fra i miei maestri, Jean-Jacques Rousseau, verso il 1750, diceva che le nostre città sono difficili da vivere. Forse dobbiamo tornare nei paesi, nei borghi, e discutere, riprogettare l’umanità. Questo è quello che ho cercato di fare scegliendo Solomeo. L’idea di vivere e di lavorare in un piccolo centro, per me, che da lì provengo e lì ho le mie radici, mi aveva sempre affascinato. Nel corso degli anni abbiamo cominciato i restauri, in modo spontaneo, quasi fosse gioco e, in quest’opera, abbiamo cercato solo di ascoltare la sapiente parola degli architetti del passato, di Palladio, Leon Battista Alberti, Vitruvio. Sotto la loro ispirazione ci siamo preoccupati di rispettare la natura e l’ambiente, facendo attenzione al Genius loci. Ci siamo riproposti di non alterare il passato ma di restituirlo alle generazioni precedenti e future, possibilmente reso più bello, secondo quello spirito di custodia cui facevo cenno precedentemente. Sono convinto che la felicità e la capacità di costruire il futuro sia alla portata di ciascuno e di tutti, di chiunque ami la bellezza, la spiritualità e la tolleranza, e di chiunque sia disposto a dire, con il grande filosofo Spinoza, «non son venuto al mondo per giudicare, né per condannare, ma sono venuto al mondo per conoscere». Ho l’impressione che stia arrivando il secolo d’oro; si intravede l’aurora di un mondo migliore. A tutti auguro di poter condividere il desiderio del mio maestro Erasmo da Rotterdam: «O mio Signore, fammi vivere ancora una ventina di anni perché sta arrivando il secolo d’oro». Dobbiamo tornare a credere nei grandi valori: la Famiglia, la Religione e la Politica. Questi valori hanno guidato i nostri genitori, i nostri nonni e noi. Essi possono illuminare anche i nostri figli, purché siano disposti ad accoglierli e ad ispirarvi le loro scelte quotidiane. Miei stimati amici, credo di essere pieno di debiti di gratitudine e pertanto vi ringrazio dal profondo del cuore. Vorrei che tutti ci ricordassimo che l’anima è sempre la fonte dei nostri grandi pensieri.

 

Che Dio illumini il nostro cammino.

 

Grazie

 

Brunello Cucinelli