Galvano e l’orribile dama

Presentiamo qui di seguito uno splendido racconto, di cui purtroppo non siamo in grado di indicare le fonti, avendo ricevuto le fotocopie del testo in tedesco senza alcuna indicazione

 

Galvano e l’orribile dama

(Traduzione dal tedesco di Fabio Alessandri)

     Molto tempo fa, quando re Artù era signore della Britannia, avvenne che i Sassoni si misero a saccheggiare e a distruggere i villaggi delle popolazioni del nord. Alla fine però i barbari vennero respinti e dopo aver passato un intero anno al nord per combatterli, re Artù festeggiò il Natale in Carlisle con i suoi cavalieri e con la regina Ginevra.

     Mentre l’intera compagnia era riunita nella grande sala intorno alla tavola per la cena di Natale e i paggi servivano le vivande, si udirono improvvisamente risuonare fuori dalla porta gli zoccoli di un cavallo e poco dopo qualcuno bussò alla porta della sala. E quando fu aperto entrò una donna con i capelli scarmigliati avvolta in un mantello tutto infangato dalla lunga cavalcata attraverso il gelo invernale, che si gettò ai piedi di Artù. “Mio sire – disse – concedetemi il vostro aiuto e liberate il mio amato dal triste destino che incombe su di lui!”

     “Succeda ciò che è in mio potere”, disse il re. “Ditemi orsù qual è il suo destino che tanto vi opprime.” E si inchinò verso di lei per aiutarla a sollevarsi da terra, ma la donna volle rimanere inginocchiata.

     “Ero fidanzata con un cavaliere che mi era caro come il mio stesso cuore. Ieri cavalcammo insieme per andare a preparare le nostre nozze. La strada ci condusse attraverso l’oscura foresta di Inglewood e dopo qualche tempo arrivammo in un luogo nel quale gli alberi si diradavano e nel mezzo c’era un cupo lago, le cui rive erano circondate da macigni aguzzi. Su una piccola isola nel centro del lago c’era un castello. Sulle sue torri sventolavano bandiere nere e il ponte levatoio era abbassato. Mentre stavamo lì stupiti e meravigliati a guardare il castello, il portone si aprì e attraversando il ponte levatoio ci venne incontro una terribile figura armata di tutto punto, grande il doppio di un normale uomo, su un gigantesco cavallo, grosso il doppio di un normale cavallo. Il gigante disse al mio amato che doveva lasciarmi presso di lui e proseguire da solo il cammino. Il mio amato impugnò subito la spada per proteggermi, ma in quel luogo dominava un malvagio incantesimo che lo stregò, così che gli cadde la spada di mano ed egli si trovò inerme di fronte all’orribile cavaliere. Questi lo gettò giù dalla sella e lo legò sulla schiena del suo cavallo, mentre io dovevo assistere impotente alla scena. Cercai di combattere con il cavaliere e come ricompensa ricevetti questo.” Ella mostrò il volto sfigurato, le vesti stracciate, le mani piene di contusioni e di ferite. “Il cavaliere allora scoppiò in un’orribile risata, saltò sulla groppa del cavallo del mio amato e se ne andò portandolo con sé. Gli gridai dietro che sarei venuta alla corte di re Artù a raccontargli del torto subito e a pregarlo di concedermi un valoroso cavaliere per vendicare il suo amato – fosse stato anche il re stesso. Ma egli rise ancora più forte e mi gridò: dite al vostro pavido re che mi può trovare qui in Tarn Wathelan, se ne ha piacere. Ma temo che non abbia coraggio abbastanza per venire! Poi scomparve con il mio amato. Così sono venuta qui, sire, a pregarvi in ginocchio di darmi il vostro aiuto.”

     Un brusio rabbioso percorse la sala, i cavalieri si guardarono, qualcuno aveva già la mano sull’elsa della spada, qualcun altro si era levato in piedi. Il re allora balzò in piedi dal suo seggio e disse con voce alta e piena: “Io qui giuro sul mio onore di cavaliere che il re stesso affronterà questa avventura e vendicherà pienamente il torto subito da questa dama!”

     Allora molti cavalieri, soprattutto quelli giovani, batterono il pugno sul tavolo e salutarono con le loro parole il giuramento del re. Ma Galvano disse: “Caro zio, lasciatemi affrontare questa avventura. Dietro questa storia intravedo qualcosa di malvagio e il regno di Britannia adesso non può fare a meno del suo re per lungo tempo.” Ma per quanto anche Lancillotto e Bedivere, Gareth e addirittura Kay si offrissero di affrontare l’avventura, il re rifiutò le loro offerte.

     “Vi ringrazio tutti di cuore,” disse, “ma è già troppo tempo che il re non si cimenta in alcuna avventura e rimane solo a guardare i suoi cavalieri.” E mentre si guardava intorno, aggiunse all’improvviso, per metà rabbioso e per metà supplichevole: “Come è vero che esiste un Dio, fratelli, così è vero che non sono ancora un vecchio!”, e lo disse con un tono tale che nessuno osò protestare. Solo la regina non era contenta, perché come Galvano aveva la sensazione che dietro quella storia si nascondesse qualcosa di malvagio, a cui non riusciva a dare un nome.

     Il giorno dopo, quando il re ebbe ascoltato la messa, il suo scudiero gli portò armatura e scudo, gli cinse Excalibur, gli portò la sua potente lancia Ron e condusse dalla stalla il suo ardimentoso destriero. Allora egli partì da Carlisle con la dama e si fece condurre al bosco di Inglewood, nel cuore del mare di alberi che ricopriva uno sconfinato territorio.

     Si lasciarono alle spalle miglia e miglia di cammino e alla fine uscirono dal bosco, proprio quando il luminoso disco rosso oro del sole stava tramontando. Di fronte a loro c’era un lago la cui superficie sembrava incendiata dal mare di fiamme che riluceva all’orizzonte. Tutto intorno giacevano i massi sulla riva e nel centro dell’isola videro il castello dalle cui torri, stagliate contro il cielo della sera, sventolavano bandiere di color nero corvino.

     “Questo è il luogo” disse la dama. “Sire, vi prego, salvate il mio amato e vendicate il torto che ho subito!” Allora re Artù prese il corno che pendeva dalla sella e lo suonò con forza, così che il suono rimbalzava dai massi sulla riva alle acque del lago e i corvi dagli spalti delle mura del castello si alzarono in volo. Il re suonò una seconda volta, poi una terza e pareva che il suo richiamo si sollevasse al di sopra della fortezza su fino alle nuvole per poi discendere di nuovo. Tutt’intorno però regnava il silenzio più completo.

     Artù sguainò la spada, lanciò il suo grido di battaglia e gridò: “Venite fuori, cavaliere di Tarn Wathelan! Il vostro re è qua e non è sua abitudine che lo si faccia aspettare!”

     Mentre ancora stava pronunciando queste parole il ponte levatoio venne lentamente abbassato e davanti al portone spalancato apparve il cavaliere di Tarn Wathelan, rinchiuso da capo a piedi in un’armatura nera in sella a un gigantesco destriero nero dagli occhi rosso fiamma. “Siate il benvenuto, re Artù” gli gridò. “Già da molto tempo era mio ardente desiderio di starvi di fronte sul campo di battaglia, giacchè nel mio cuore io vi combatto da molto tempo!”

     A quelle parole il re fu preso da grande ira, spronò il cavallo al galoppo e si slanciò verso la riva, mentre il gigantesco cavaliere gli galoppava incontro attraverso il ponte levatoio. “Arrendetevi a me!” gli gridò Artù tanto forte da superare lo scalpitare dei cavalli. “Arrendetevi a me ed espiate il vostro atto malvagio, oppure combattete!” Ma in quello stesso momento il suo cavallo si arrestò, come paralizzato, così che il re per poco non volò dalla sella, e rimase immobile nitrendo forte per il terrore. E quando il re tentò di farlo avanzare, sentì che tremava in tutto il corpo. Allora fu preso da un gran terrore che lo avvolgeva come una nube di ghiaccio, un terrore sconfinato che non aveva a che fare con il cavaliere o con una qualsiasi altra cosa al mondo. Era un oscuro terrore dell’anima che si frapponeva tra lui e il cielo e gli succhiava tutte le forze, così che le braccia che reggevano la spada e lo scudo gli si afflosciarono, gli ricaddero lungo il corpo ed egli rimase completamente paralizzato. “Questa è opera del demonio” diceva una voce dentro di lui, “opera del demonio…”

     Il cavaliere di Tarn Wathelan gli si avvicinò col cavallo a meno di un tiro di lancia e ruppe in una terribile risata che cresceva sempre più e rieccheggiava dalle mura del castello. “Ora sta a voi arrendervi a me o combattere, vostra maestà!” Artù cercava disperatamente di raccogliere tutte le sue forze per sollevare la spada, ma per quanto si sforzasse fino a sentire il sudore gelido scendergli lungo la schiena, non riusciva a muovere neanche un muscolo. “Vedete Sire?” lo scherniva il gigante.

     “Che … cosa volete … da me?” ansimò Artù.

     “Ora potrei uccidervi o gettarvi nel fondo di una prigione, dove morireste insieme ad altri valorosi cavalieri, così che potrei, grazie alle mie arti magiche, impossessarmi del vostro regno. Ma voglio vendervi la vostra vita e la vostra libertà. Che ne pensate?”

     “A che prezzo?” domandò il re.

    “Il primo giorno del nuovo anno voi tornerete qui portandomi la risposta a questa domanda: cos’è che le donne desiderano sopra ogni altra cosa? Giurate sul santo crocifisso che tornerete, con o senza la risposta. Se non la trovate, rimarrete mio prigioniero fino a quando mi sarete debitore del prezzo del riscatto, e se ne avrò voglia vi ucciderò e getterò il vostro corpo nelle acque scure del lago.”

     Artù non aveva altra scelta che giurare; lo fece controvoglia, pieno di vergogna e di ira per l’umiliazione, ma anche spaventato come una mosca imprigionata nella tela di un ragno. Il cavaliere di Tarn Wathelan fece un rapido gesto con la lancia e il cavallo di Artù si impennò, si girò sugli zoccoli posteriori e si lanciò in un galoppo tanto sfrenato, che il re riuscì a fatica a fermarlo soltanto quando erano di nuovo nel folto della foresta. Solo allora Artù si accorse che la donna era sparita senza lasciare traccia da quando erano arrivati nella radura e avevano visto Tarn Wathelan.

    Così si allontanò senza avere concluso nulla e la vergogna per l’accaduto gli tormentava il cuore. Non ritornò a Carlisle; non voleva comparire di fronte ai cavalieri della tavola rotonda prima di aver pagato il suo riscatto – sempre che ci fosse riuscito. Tutta la settimana tra Natale e Capodanno cavalcò per boschi e paludi, verso nord e sud, oriente e occidente. Una volta incontrò una ragazza che guardava le oche, un’altra volta una donna sulla porta di una birreria. Incontrò una nobile dama che cavalcava con in suoi servitori in sella a un bianco palafreno con i finimenti ornati da tanti piccoli campanellini e un’anziana monaca che recitava il rosario. A ciascuna di loro pose la domanda che gli aveva imposto il cavaliere di Tarn Wathelan: “Cos’è che le donne desiderano sopra ogni altra cosa?” E ognuna di loro diede una risposta diversa. Una disse la ricchezza, un’altra la bellezza, altre dissero splendore o gloria, altre ancora potere e gioia o ammirazione, qualcuna disse anche amore. Il re ogni volta ringraziava con cortesia e scriveva le risposte su una lunga pergamena che aveva ricevuto il primo giorno della sua avventura in un monastero, così da non dimenticare neanche una delle risposte ricevute. Ma il suo cuore gli diceva che nessuna era quella giusta.

   Alla fine giunse il primo giorno dell’anno nuovo ed egli si diresse con il cuore pesante verso Tarn Wathelan. Lungo il cammino continuava a pensare a Merlino, che dormiva da molto tempo nel bianco cespuglio di spine incantato. Chi oltre a lui avrebbe potuto aiutarlo a risolvere quel difficile compito? Le colline su cui cavalcava gli apparivano più tenebrose dell’ultima volta che le aveva attraversate e il vento più tagliente. Il cammino gli sembrò molto più lungo e accidentato, ma presto arrivò alla meta.

     Quando ormai la fine del viaggio pareva giunta ed egli cavalcava, col mento appoggiato al petto, in una buia macchia, sentì all’improvviso una voce femminile che gli parlava con tono dolce e amichevole: “Salute a voi, sire. Dio vi protegga e vi benedica!”

     Il re si volse e nella direzione dalla quale veniva la voce vide accanto al sentiero una donna con un vestito rosso rosato. Sedeva su una montagnola di torba tra una giovane quercia e un agrifoglio e il colore della sua veste era vivace come le bacche dell’agrifoglio. La sua pelle era marrone e avvizzita come le foglie invernali che pendevano dai rami della quercia. Al primo sguardo il re fu preso da spavento, perché prima di vederla aveva creduto che quella voce appartenesse a una bella persona. Ma in realtà quella era la più orribile creatura che avesse mai incontrato. Il suo viso gli faceva l’effetto di un incubo e quasi non riusciva a reggerne la vista. Il suo naso era lungo e pieno di verruche, incurvato da una parte, mentre il lungo mento peloso era incurvato dall’altra. Aveva un unico occhio che guardava al di sotto di un sopraciglio sporgente e la sua bocca non era molto più che un buco informe. I capelli pendevano in grigi riccioli arruffati e le mani, che teneva giunte in grembo, parevano due brune zampe, nonostante i gioielli che le brillavano alle dita fossero degni di una regina. Il re era così colpito e sconcertato dalla sua vista che in un primo momento non rispose al suo saluto. Allora l’orribile dama sollevò lentamente il capo e gli rivolse un lungo ed espressivo sguardo, nel quale sembravano racchiusi il dolore, la rabbia e l’orgoglio di tutta una vita. “Per la croce di Cristo, vostra maestà, siete un cavaliere ben scortese a lasciare così a lungo senza risposta il saluto di una dama! Non dimenticate le vostre buone maniere. Io so in quale perigliosa avventura vi trovate e forse posso esservi di aiuto, se solo voi voleste domare il vostro orgoglio.”

     “Perdonatemi, eccellente dama”, disse il re. “Ero profondamente assorto e il motivo per cui non vi ho restituito il saluto non è la poca cortesia. Se voi davvero sapete quale avventura mi conduce qui e conoscete la domanda alla quale devo rispondere, se veramente potete aiutarmi, ve ne sarò grato finché vivo.”

     “La vostra semplice gratitudine non mi basta, nel caso voi vogliate il mio aiuto”, disse la donna.

     “Cos’altro vi serve?” domandò Artù. “Qualsiasi cosa voi vogliate da me, l’avrete.”

     “Siete veloce a fare promesse” disse la donna. “Giurate sulla croce di Cristo che manterrete la parola, così che non abbiate improvvisamente da pentirvi della vostra promessa. Prima però ascoltatemi. Oggi dovete dire al cavaliere di Tarn Wathelan quello che le donne desiderano sopra ogni altra cosa oppure supplicarlo di farvi la grazia. Ma egli non conosce pietà, non è così?”

     “Si, è così” disse il re.

     “Negli ultimi sette giorni avete rivolto la domanda a molte donne e da ognuna di loro avete ricevuto una risposta, ma nessuna di esse è quella giusta. Solo io posso darvi la risposta con la quale potete liberarvi. Ma prima che io ve la riveli, dovete giurare sulla santa rosacroce e di fronte a Maria, la madre di nostro signore, di concedermi qualunque cosa io esiga da voi.”

     “Sono pronto a prestare giuramento”, disse il re e aveva già la mano sulla croce della sua spada.

     “Allora chinatevi verso di me – così – più vicino, così che gli alberi non possano sentire”, disse l’orribile dama. E mentre il re si inginocchiava ella si sollevò goffamente e gli sussurrò il segreto all’orecchio. Quando il re ebbe sentito la risposta dovette ridere forte, poiché era molto semplice, ma nessuno se la sarebbe immaginata. Poi smise di ridere e chiese alla donna quale fosse la sua ricompensa. Ma ella disse: “Non è ancora il momento. Quando avrete portato la risposta al cavaliere di Tarn Warhelan ed essa si sarà rivelata giusta dovrete tornare da me. Io vi aspetterò. E ora andate, Dio vi accompagni!”

     Così il re cavalcò fino a Tarn Wathelan. Le colline ora gli sembravano di nuovo luminose e il vento meno tagliente di prima, perché era sicuro di avere finalmente la risposta giusta alla domanda del cavaliere. Dopo poco raggiunse la radura, lasciò che il cavallo pascolasse sulla riva del lago e suonò con forza il suo corno. Prima ancora che l’eco svanisse il ponte levatoio si abbassò con gran fracasso e comparve il gigantesco cavaliere sul suo gigantesco cavallo nero, che si fermò a un tiro di lancia dal re. “Dunque, piccolo re, avete portato la risposta alla mia domanda?”

     “Vi porto molte risposte che ho avuto da molte dame e certo tra di esse ci sarà anche quella giusta”, disse Artù e mise la pergamena nella mano corazzata del gigante. Questi allora lasciò a sua volta il cavallo pascolare sulla riva e lesse le risposte dalla prima all’ultima.

     Dopo che ebbe terminato scoppiò in una terribile risata e gettò la pergamena dietro le spalle, nelle acque blu del lago. “Sono davvero molte risposte! Alcune sono pessime, altre sono buone, ma nessuna è quella giusta. Il vostro riscatto resta da pagare, la vostra vita e il vostro regno sono in mano mia. Porgete il collo alla mia spada, grande ed eccelso Artù Pendragon, grande sovrano di tutta la Britannia!” e così dicendo pose mano alla spada.

     Artù allora disse: “Consentitemi ancora una possibilità di rispondere alla vostra domanda, prima che io abbandoni la vita e il regno.”

     “D’accordo, ma fate alla svelta!” rispose il cavaliere.

     “Ieri, mentre tornavo qui”, cominciò Artù, “incontrai una donna vestita di rosso seduta tra una quercia e un agrifoglio che mi disse quello che le donne desiderano sopra ogni altra cosa: imporre la propria volontà.”

     Allora il cavaliere di Tarn Wathelan cominciò a fremere e a urlare per la rabbia. “Te l’ha detto di certo mia sorella Ragnell, solo lei conosceva la risposta. Sia maledetta per aver svelato questo segreto! Era orribile e infelice?”

     “Era effettivamente la donna più orrenda che io abbia mai incontrato”, disse il re.

     “Se la prendo la metterò su una graticola ad arrostire a fuoco lento, visto che mi ha rubato il regno di Britannia!” ruggì il cavaliere adirato. “Ad ogni modo voi siete libero, il vostro riscatto è stato pagato.”

    Il re se ne andò, cavalcò di nuovo attraverso paludi e foreste e all’improvviso si sentì talmente sfinito, che poteva appena rallegrarsi della sua vittoria.

     Quando arrivò alla quercia e all’agrifoglio trovò Ragnell, che lo aspettava come promesso. Le si fermò accanto e la salutò. “Madonna, la vostra risposta era quella giusta. Grazie al vostro aiuto ho riavuto la vita e il regno. Chiedetemi ciò che volete e lo avrete da me senza esitazione!”

     “Senza esitazione”, rispose la donna, “se voi siete non solo re, ma anche uomo di parola. Questo è ciò che voglio da voi: portatemi dalla vostra corte di Carlisle un cavaliere valoroso e cortese e di bell’aspetto che mi prenda in sposa.”

     A queste parole Artù sentì come se gli avessero inferto un violento colpo allo stomaco. “Madonna”, le disse, “voi chiedete una cosa che è impossibile.”

     “Dunque Artù non è un uomo di parola!” domandò la donna.

     Il re allora rispose: “Bene, avrete ciò che chiedete” e se ne andò cavalcando tristemente. Non aveva mai provato uno sguardo come quello che la donna gli rivolse, con un’espressione mista di speranza, di paura e di spaventoso dolore sul viso.

    Il secondo giorno del nuovo anno re Artù ritornò a Carlisle. Scese stanco di sella nel cortile del castello ed entrò nella grande sala, dove i cavalieri della tavola rotonda erano riuniti. La regina gli corse incontro a braccia aperte facendogli cento domande, poiché negli ultimi otto giorni aveva vissuto nella più nera angoscia.

     Ho esaltato troppo il mio valore e torno a voi come un uomo sconfitto”, disse il re respirando a fatica.

     “Sire, raccontateci cosa vi è capitato” disse la regina impallidendo.

     “Il cavaliere con il quale ingaggiai la lotta era più che un uomo mortale. Dal suo castello e da tutta la sua terra emanava un’oscura forza magica che toglieva a un uomo tutto il suo coraggio e al suo braccio la sua forza. Così caddi nelle sue mani e venni costretto alla resa. Mi lasciò andare, obbligandomi a tornare il primo giorno dell’anno con la risposta a una sua domanda, altrimenti mi avrebbe preso la vita e il regno.”

     Per un po’ nella sala si udì solo la legna scoppiettare nel camino e un cane sotto a un tavolo che si grattava. Poi Lancillotto disse con fare amichevole: “Sire, voi tuttavia siete ritornato qui, perciò dovete aver dato a quel cavaliere stregato la risposta che voleva. E così avete fatto di più che riacquistare semplicemente il vostro onore.”

     “La risposta giusta ho potuto darla solo grazie all’aiuto di una donna. Ma il suo aiuto costò caro e questo riscatto non posso pagarlo io stesso.”

     Allora Galvano chiese: “Vostra maestà, qual è dunque il prezzo che deve essere pagato a quella donna?”

     “Voleva qualcosa in cambio, ma prima dovetti dare la risposta al cavaliere. E io le promisi di esaudire il suo desiderio, qualunque fosse stato.” Il re cominciò a sospirare. “E quando ebbi risposta alla domanda e fui di nuovo libero, tornai dalla dama e le chiesi cosa voleva per il suo aiuto. Lei disse che voleva che un mio cavaliere la prendesse in moglie.”

    Di nuovo nella sala si fece silenzio. Poi Galvano disse: “Oh, questo non è poi così terribile. È bella?”

     “È la donna più orribile e infelice che io abbia mai incontrato”, disse il re. “Ha il naso adunco e il mento torto, è vecchia e rinsecchita e ha solo un occhio. Assomiglia a un deforme cespuglio di spine, sembra una figura uscita da un brutto sogno.” Per la terza volta cadde un profondo silenzio nella sala. “Volesse Dio che io stesso potessi pagare questo prezzo”, sospirò Artù. Ginevra gli tese la mano come una madre che vuole consolare il figlio. Ma evitò di guardare verso Lancillotto, e anch’egli guardava da un’altra parte. I cavalieri che avevano già una moglie respirarono a fondo sentendosi alleggeriti, poiché non avevano niente da temere.

     “Voi però, caro zio, non potete, e così dovrà qualcun altro pagare il riscatto affinché il vostro onore sia salvo.”

     Agravaine, che volentieri aizzava alla discordia, si alzò e disse con gli occhi che brillavano: “Cosa ne dite di pensarci voi, fratello Galvano? Parlate sempre della vostra fedeltà al re, come se fosse più grande di quella di chiunque altro. E vi ritenete anche il cavaliere preferito del re, come Lancillotto si ritiene il cavaliere preferito della regina.”

     Lancillotto era già balzato in piedi prima che Agravaine finisse il suo discorso. Ma prima ancora di lui era balzato in piedi Galvano e i suoi occhi blu mandavano bagliori per l’ira, i suoi capelli rossi si erano drizzati come quelli di un cane rabbioso.

     “Piccolo fratello, voi state esprimendo proprio ciò che io penso! Vostra maestà, io prenderò in moglie questa dama al vostro posto e pagherò così il vostro riscatto!”

     “Io vi ringrazio per la vostra offerta”, disse il re, “ma non posso accettarla prima che voi abbiate visto con i vostri occhi questa dama.”

     “No, mio signore e zio, ho deciso di fare questo per voi e non sono forse il vostro garante, come dice mio fratello Agravaine?” e Galvano prese il suo boccale di vino dalla tavola accanto a sé, lo sollevò lanciando agli altri cavalieri uno sguardo caparbio. “Bevete amici alla mia sposa!” disse, vuotò d’un fiato il boccale e lo batté rumorosamente sulla tavola. Nessuno però ricambiò il brindisi.

     “Solo quando l’avrete vista”, ripeté il re, e la sua voce suonò tetra e roca ma inflessibile. Allora Cabal, il suo grigio cane lupo, gli appoggiò il muso nella mano e Artù lo guardò e lo accarezzò dolcemente dietro le orecchie. Poi improvvisamente alzò lo sguardo come se avesse preso una decisione e lo lasciò vagare intorno nella cerchia illuminata dalla luce delle fiaccole.

     “Domani andremo a caccia nel territorio di Tarn Wathelan e Galvano vedrà madonna Ragnell alla luce del sole, quando sarà di nuovo sobrio e più ragionevole di quanto non sia ora. E anche tutti gli uomini che non hanno ancora moglie dovranno vederla prima che uno di qualunque di voi decida di sposarla.”

     Così il giorno seguente all’alba furono condotti i cavalli fuori dalle stalle e i cani da caccia fuori dalle loro cucce, e re Artù uscì con i suoi cavalieri per andare a caccia. Era ancora molto freddo e tutta la campagna era coperta di brina. I cani sentirono le tracce di un cervo e tutta la compagnia cavalcò nel folto del bosco di Inglewood. Il suono dei corni e l’abbaiare dei cani risuonavano lontano nell’aria. Il cervo li attirò in una macchia di agrifogli, di tassi, di spoglie querce e di noccioli. Alla fine riuscì ai cacciatori di raggiungere l’animale proprio nelle vicinanze di Tarn Wathelan.

    Il cervo abbattuto venne smembrato e legato sul dorso di un pony da caccia e gli uomini cavalcarono di nuovo verso Carlisle. Ognuno era di buon umore, nonostante il palafreno che li accompagnava ricordasse loro fin troppo chiaramente il motivo di quella caccia. Proprio per questo ridevano tanto più forte e si lanciavano parole scherzose attraverso gli alberi, per far tacere la preoccupazione che avevano nei cuori.

   Allora sir Kay, che cavalcava sempre un po’ più avanti degli altri, vide tra gli alberi il lembo rosso scarlatto di una veste. Si spinse tra i rami di un grosso tasso e si arrestò, restando senza parole quando vide la donna vestita di rosso scarlatto che sedeva tra una quercia e un agrifoglio.

     “Dio vi conservi, sir Kay”, disse madonna Ragnell. Il siniscalco del re a quella vista non profferì parola e fece rapidamente una croce con le dita per proteggersi da malvagi incantesimi. Anche egli aveva sentito quello che il re aveva raccontato della donna la sera prima, ma in verità non si era immaginato un viso così raccapricciante. Nel frattempo gli altri cavalieri lo avevano raggiunto, così che sir Kay ritrovò a poco a poco il coraggio. E poiché aveva avuto paura, cominciò a parlare in modo più scortese del solito deridendo nel modo più crudele la donna.

     “Guardate qua: questa, se non ho capito male la descrizione del re, deve essere la donna che cerchiamo. Chi di noi dunque deve prenderla in sposa? Venite, rendetele omaggio e non statevene lì impalati come degli sciocchi!”

     Re Artù si fece avanti accompagnato da Galvano e quando guardarono Kay quest’ultimo tacque. L’orribile dama, che aveva nascosto il volto tra le mani e piangeva, sollevò lo sguardo con un’espressione ferita di disperato orgoglio.

     “Poiché uno di noi deve davvero prenderla in moglie”, disse il re sdegnato “è del tutto inopportuno, sir Kay, tirare fuori simili scherzi di cattivo gusto!”

     “Sposarla!” esclamo sir Kay. “Bene, io certo non lo farò. Per la testa del cervo che abbiamo appena preso, sposerei prima la strega di Cit Cot Caledon!”

     “Tacete una buona volta, Kay!” disse il re. “Vi state comportando di fronte a questa donna come una vera canaglia! Tenete a freno la vostra lingua se volete continuare a fare parte dei miei cavalieri!”

    Gli altri cavalieri intanto guardavano in silenzio, per metà abbattuti e per metà pieni di compassione verso la donna. Qualcuno addirittura guardava da un’altra parte, sir Lancillotto osservava la briglia del suo cavallo come se avesse qualcosa che non andava. Solo Galvano guardava la donna in viso e quel suo orgoglio ferito e il suo modo di sollevare l’orribile capo gli ricordava il cervo circondato dai cani, così che gli pareva che dal suo sguardo opaco si levasse come da lontananze infinite un grido di soccorso. Allora egli si girò e volse lo sguardo sugli altri cavalieri.

     “Orsù, cosa sono questi sguardi obliqui e questi musi lunghi? Kay è sempre stato un cane privo di belle maniere. La cosa è sistemata da tempo, poiché io ho detto al re già da ieri sera che sposerò io questa dama. E lo farò di certo, se ella mi vuole come marito.” Con queste parole smontò di sella e si inginocchiò di fronte alla donnna. “Madonna Ragnell, volete prendermi come vostro sposo?”

     La donna lo osservò un momento con il suo unico occhio e disse con una voce straordinariamente dolce: “Oh no, voi no, sir Galvano. Non fate così anche voi!” E poiché egli la guardava con aria confusa ella aggiunse: “Volete anche voi prendervi gioco di me come sir Kay?”

     “Non sono mai stato così serio in tutta la mia vita”, disse sir Galvano con un filo di voce.

     “Allora pensateci bene prima che sia troppo tardi. Volete davvero prendere come moglie una donna così brutta e deforme? Che compagna sarei io per il nipote del re? Che cosa diranno la regina Ginevra e le sue ancelle, se voi portate a corte una simile sposa?”

     “Nessuno davanti alla mia sposa si permetterà di dire una parola scortese”, disse Galvano. “Da ciò saprò ben proteggervi.”

     “Questo può anche essere. Ma voi stesso, voi vi vergognerete a causa mia”, disse la donna. E di nuovo cominciò a piangere amaramente così che il suo volto si fece umido e gonfio e appariva ancora più brutto.

     Galvano allora le prese a mano e le disse: “Madonna, credetemi, se posso proteggere voi posso proteggere anche me stesso”, e guardò con aria di sfida nella cerchia degli altri cavalieri. “Venite dunque con me a Carlisle; questa sera festeggeremo le nostre nozze.”

     “Voi forse non mi crederete”, disse la donna, “ma io vi dico che non avrete da pentirvi di queste nozze.” Poi si alzò e si avvicinò al palafreno che i cavalieri avevano condotto per lei e tutti videro che aveva la gobba e per di più una gamba paralizzata. Sir Galvano la aiutò a montare in sella e l’intera compagnia fece ritorno a Carlisle con in testa Galvano, l’orribile dama, il re e dietro i cavalieri, i cacciatori con i cani al guinzaglio e in fondo il pony con il cervo abbattuto sulla groppa.

    La notizia del loro arrivo aveva già raggiunto la città e tutti gli abitanti di Carlisle erano usciti dalle loro case per poter vedere sir Galvano con la sua orribile sposa. Quando Artù con i suoi cavalieri cavalcò lungo le strade di Carlisle la folla ammutolì, qui e là qualcuno si segnò con la croce e una vecchia donna inorridita esclamò “Dio ci salvi!”. Così giunsero al portone del castello ed entrarono nella corte.

    Quella sera Galvano e l’orribile dama si sposarono nella cappella del castello, la regina stessa stava a fianco della sposa e il re era testimone di nozze. Quando la cerimonia fu conclusa, sir Lancillotto per primo si avvicinò alla sposa e la baciò sulla guancia rinsecchita e così fecero dopo di lui sir Gareth e sir Gaheris, sir Ector delle Paludi e sir Bedivere, sir Bors e sir Lional e tutti gli altri uomini. Ma quando vollero augurare un felice matrimonio a madonna Ragnell e a sir Galvano le parole non gli uscirono di bocca e molti non fecero che mormorare qualcosa di incomprensibile. Madonna Ragnell guardava al di sopra delle teste che si inchinavano davanti a lei e osservava le donne che si presentavano a lei per baciarle rapidamente la punta delle dita, senza avere il coraggio di baciarle le guance. Solo Cabal il cane le venne vicino e con la sua lingua calda e umida le leccò la mano guardandola con i suoi occhi color dell’ambra; sembrava che l’orribile aspetto di Ragnell non lo disturbasse, certo perché gli occhi dei cani vedono cose che gli occhi degli uomini non possono vedere.

    Durante il banchetto nuziale che si tenne nella sala grande del castello le conversazioni e le risa ai tavoli suonavano innaturali e forzate. Ognuno si dava pena di mostrarsi allegro. Galvano e madonna Ragnell sedettero per tutta la cena vicino al re e alla regina alla tavola alta. Quando ebbero finito di mangiare, i paggi levarono le tavole così che ci fosse spazio per le danze. Allora tutti gli invitati pensarono che Galvano si sarebbe finalmente potuto allontanare un po’ da madonna Ragnell per intrattenersi con gli amici. Ma egli disse: “Lo sposo e la sposa devono aprire le danze”, e porse la mano a Ragnell. Ella prese la sua mano, contorse il viso in una smorfia orribile che sarebbe dovuta essere un sorriso e saltellò con lui fino allo spazio per le danze. E durante il lungo ballo che seguì nessuno in tutta la sala, sotto lo sguardo del re e di Galvano, osò guardare i due ballerini come se ci fosse qualcosa che non andava.

    Finalmente la serata terminò. L’ultima danza era finita e i suonatori si erano allontanati, gli ultimi boccali furono vuotati e gli sposi vennero accompagnati nelle loro stanze, in alto nel castello. Ai lati del letto scolpito nel legno e addobbato con sontuosi tendaggi bruciavano molte candele, la camera era piena di fluttuanti giochi di luci e di ombre, così che i personaggi delle scene di caccia raffigurati sugli arazzi sembrava si muovessero davvero per la campagna. Quando i paggi e le cameriere si furono allontanati, Galvano si lasciò cadere nella morbida poltrona vicino al camino facendo vagare lo sguardo sulle lingue di fuoco, senza curarsi di Ragnell. Un improvviso colpo di vento fece piegare la fiamma delle candele e le figure alle pareti cominciarono di nuovo a muoversi, come animate da vita propria. Parve a Galvano di sentire da una remota lontananza, come dal cuore della foresta incantata, una debole eco.      Galvano allora sentì dai piedi del letto un lieve fruscio di vesti femminili e una voce dolce e leggera disse: “Galvano, mio signore e mio amore, non avete neanche una parola per me? Non potete proprio sopportare di rivolgermi lo sguardo?”

     Galvano si costrinse a voltarsi verso il letto e a guardare madonna Ragnell – e nello stesso istante balzò in piedi fuori di sé, perché davanti a lui, nel vestito rosso scarlatto di madonna Ragnell e con i suoi gioielli alle dita, stava la più bella dama che avesse mai visto. La sua pelle risplendeva alla luce della candele bianca come latte e i suoi capelli avevano un riflesso giallo scuro come il grano al tempo della mietitura. I suoi occhi grandi e scuri cercavano quelli di Galvano pieni di aspettativa e mentre un sorriso gli increspava lievemente le labbra ella gli tese le mani.

     “Madonna”, disse Galvano con un filo di voce, senza sapere bene se stesse sognando o fosse sveglio, “chi siete voi? Dov’è madonna Ragnell, la mia sposa?”

     “Io sono la vostra sposa”, disse ella, “io sono madonna Ragnell che voi trovaste tra la quercia e l’agrifoglio e che oggi avete sposato, per pagare il debito del vostro re – e forse anche un po’ per compassione.”

     “Ma – io non capisco”, proseguì Galvano, “voi siete così cambiata.”

     “Sì”, disse Ragnell, “sono cambiata, come vedete. Ero sotto l’effetto di un incantesimo e ora ne sono per metà liberata. Posso stare di fronte a voi nella mia vera figura solo per breve tempo. Il mio signore è soddisfatto della sua nuova sposa?”

     Ella gli si avvicinò e Galvano la prese tra le braccia. “Soddisfatto? Oh, mio caro amore, io sono l’uomo più felice del mondo, perché volevo salvare mio zio e così facendo è stato esaudito il più grande desiderio che avevo in cuore. Avete detto la verità quando mi diceste che non mi sarei pentito di questo matrimonio, anche se in quel momento non volevo crederlo.” Se la strinse al petto, la baciò, mentre lei gli cingeva il collo, e disse. “Ho sentito fin dall’inizio che c’era qualcosa in voi che risvegliava in me una eco lontana…”

    Dopo qualche momento Ragnell si sciolse dal suo abbraccio. “Ascoltate”, disse, “perché ora dovete prendere una decisione difficile. Vi ho detto che sono libera dall’incantesimo solo in parte. Prendendomi in moglie l’incantesimo è rotto a metà, ma solo per metà.”

     “Che significa ciò? Non vi capisco.”

     “Ascoltate”, ripetè ella, “è tutto vi apparirà chiaro. Per metà della giornata devo prendere la forma nella quale mi avete incontrato nel bosco tra la quercia e l’agrifoglio. Voi dovete decidere se volete avere una sposa bella di giorno e brutta di notte o viceversa.”

     “Davvero una decisione difficile!” disse Galvano.

     “Pensateci.” Disse Ragnell.

     E Galvano, senza troppo riflettere, rispose: “Oh, mio caro amore, siate brutta di giorno e bella di notte per me solo.” “Ah!” disse Ragnell, “volete così? Devo aggirarmi orribile e deforme tra le splendide dame della regina, sopportando il loro scherno e la loro compassione, mentre io sono bella quanto loro? Oh, Galvano, è questa una prova del vostro amore?”

     A quelle parole Galvano chinò il capo. “No, avete ragione, ho pensato solo a me stesso. Se vi fa felice, dovete essere bella di giorno per occupare alla corte il posto che vi spetta. E di notte, nell’oscurità, io ascolterò la vostra dolce voce e mi dovrà bastare.”

     “Questa è la risposta di un vero amante”, disse madonna Ragnell. “Ma anch’io desidero essere bella per voi, non solo per la corte e per la splendida vita del giorno, di cui mi importa meno che di voi.”

     Galvano allora disse: “In qualunque caso siete voi che dovete soffrire della vostra condizione più di chiunque altro. E poiché siete una donna, credo che in queste cose possediate più saggezza di me. Decidete perciò secondo la vostra volontà, mia cara, e qualsiasi cosa deciderete io sarò contento.”

     Allora madonna Ragnell poggiò dolcemente il capo sulle sue spalle e cominciò a ridere e a piangere insieme. “Oh, Galvano, mio amato signore, poiché vi rimettete alla mia decisione e lasciate che io faccia valere la mia volontà, l’incantesimo è spezzato del tutto. Ora sono libera e posso avere la mia vera figura di giorno e di notte. E anche mio fratello…”

     “Vostro fratello?” chiese Galvano angosciato.

     Quando Ragnell vide la sua preoccupazione lo fece sedere nella poltrona vicino al fuoco, si sedette accanto a lui sul tappeto e gli abbracciò le ginocchia. “Mio fratello il cavaliere di Tarn Wathelan”, disse ella. “Ad entrambi la fata Morgana aveva tolto con la magia la nostra vera figura. Mio fratello venne stregato perché doveva servirle come strumento per infliggere un colpo fatale a re Artù. Io venni stregata perché cercai di oppormi ai suoi piani, dal momento che anch’io possiedo un po’ della sua forza magica.”

     “Ma come conoscevate il modo per salvare il re?” domandò Galvano.

     “Per ogni incantesimo esiste una chiave con la quale può essere spezzato, ma solo pochi uomini possono conquistarla.” Galvano le sciolse i capelli che le incorniciarono le guance come seta del color del grano. “Io ero la chiave per la salvezza del re; e solo quando avessi salvato il re avrei potuto chiedervi aiuto per me e per mio fratello. Ma se voi non aveste ascoltato il mio grido di aiuto nessuno avrebbe potuto salvarmi, perché la chiave della mia salvezza si chiama amore.”

     Quando il giorno seguente Galvano condusse madonna Ragnell nella sala grande del castello, l’intera compagnia dapprima si stupì grandemente di ciò che era avvenuto, poi la gioia si diffuse in tutti i cuori e le nozze vennero celebrate per la seconda volta. Questa volta fu una vera festa che costituì la degna conclusione del periodo natalizio.

     Per sette anni Galvano e Ragnell vissero felicemente e durante quel tempo Galvano fu un uomo ancora più cortese e nobile di prima. Ma alla fine di quel tempo Ragnell lo abbandonò. Qualcuno disse che era morta, altri sostennero che aveva in sé il sangue del popolo antico e che nessun essere umano che appartenesse a quel popolo poteva vivere per più di sette anni con un uomo mortale. Come fu o come non fu, un giorno Ragnell sparì e con lei sparì anche una parte di Galvano. Rimase sempre un cavaliere valoroso, ma presto tornò a galla il suo antico temperamento irascibile; non aveva più chiaro dove volesse andare e non era neanche più così cordiale come un tempo. Fino alla fine dei suoi giorni il dispiacere per la perdita di Ragnell gli oppresse il cuore.