Se mi vuoi bene…

Nella mia attività a sostegno della famiglia e dell’infanzia ascolto spesso il racconto di genitori che hanno difficoltà nella relazione con i figli. Ho così constatato che mentre l’adulto può dedicare molto tempo e molti pensieri a ciò che riguarda la cura del corpo (alimentazione, abbigliamento, cure sanitarie, attività sportive, ecc.), quando si tratta di considerare aspetti legati alla vita dell’anima del bambino non si rende conto che per prendersene cura bisogna dedicare ad essa almeno tanto tempo e tanti pensieri quanti ce ne vogliono alla cura della vita del corpo. Se voglio preparare una buona cena so bene che devo avere tempo per decidere il menù, andare a fare la spesa, cucinare, apparecchiare la tavola e preparare un ambiente caldo e ospitale per chi verrà a cenare. Questo in altri termini significa che il tempo dedicato alla preparazione di un buon pasto è sempre superiore al tempo impegato per consumarlo. Se io so di dover cucinare per qualcuno e comincio a pensare cosa fare solo nel momento in cui il commensale arriva pensando di sedersi a tavola, mi trovo inevitabilmente in grande difficoltà e se anche riesco a dargli qualcosa da mangiare, non posso che lasciarlo insoddisfatto per quel che riguarda il suo bisogno di cura. Allo stesso modo se voglio nutrire la vita dell’anima dei miei bambini devo trovare il tempo per prepararmi adeguatamente. Se non mi preparo, quando sono con loro mi troverò inevitabilmente nella situazione di chi cucina una cosa qualsiasi all’ultimo momento, con tutto ciò che ne consegue.

La prima cosa dunque è trovare il tempo per preparare ciò che nutre l’anima del bambino. Bisogna trovare anche solo dieci minuti al giorno per dedicarsi a questo lavoro, senza essere distratti dai nostri pensieri e dalle nostre normali occupazioni. Se ci siamo chiariti che la relazione di cura che ci vede responsabili nei confronti dell’educazione del bambino ha bisogno di essere coltivata in sua assenza, potremo trovare la forza per ritagliarci il tempo necessario per un’adeguata preparazione, tempo durante il quale dovremo sapere esattamente cosa fare.

Per cominciare possiamo esercitarci a ricordare con la massima precisione alcuni momenti in cui abbiamo avuto delle difficoltà coni nostri bambini. Questo esercizio può essere fatto in quattro passaggi: 1) Mi sforzo di ricordare quello che è successo esteriormente, quello che ha fatto il bambino, quello che ho fatto io e quello che hanno fatto eventuali persone presenti. 2) Passo in rassegna gli stati d’animo che quella situazione ha provocato in me e quelli che ho potuto osservare nel bambino e nelle persone coinvolte dall’accaduto. Mi sono arrabbiato? Ero nervoso? Ero triste? E il bambino cosa ha provato? Si stava divertendo? Era furioso? Sembrava sulle nuvole? Era apatico? 3) Cerco i motivi per cui sono intervenuto così come ho fatto, domandandomi quali sono i pensieri che hanno accompagnato il mio intervento. Avevo fretta? Ero concentrato su altro e volevo che il bambino mi ubbidisse, senza essermi messo in ascolto io stesso? Ero convinto che le cose dovessero andare come avevo deciso e mi sono impuntato?

Questi tre primi passaggi richiedono grande onestà interiore. Noi ci poniamo di fronte a noi stessi come dei giudici imparziali che non devono condannare nessuno, ma devono formulare un giudizio circa il nostro proprio comportamento esteriore e interiore e l’efficacia del nostro intervento. Ogni fase richiede una diversa capacità di osservazione e di memoria. La prima fase mi mostra quanto poco io abbia osservato con attenzione i fatti nei quali ero coinvolto. La seconda mi mostra uno dei motivi per cui non sono stato capace di osservare attentamente quello che succedeva: ero troppo preso dai miei sentimenti e dalle mie emozioni. La terza fase è in assoluto la più difficile, perché richiede la capacità di osservare ciò che abbiamo pensato, attività che forse non abbiamo mai svolto in tutta la nostra vita. Per poter passare alla fase finale – quella creativa – è indispensabile essere riusciti a vedere qualcosa in ciascuna delle tre fasi precedenti. Se non si riesce a portare a coscienza niente nella terza fase, è molto difficile passare alla quarta con profitto. Infatti l’efficacia della quarta fase – che descrivo qui di seguito – dipende dalla capacità di sguardo interiore sul proprio mondo di pensieri e di sentimenti.

4) L’ultima fase è quella risolutiva. Devo cercare di immaginare un intervento diverso da tutto ciò che ho mai provato a fare finora, senza che ciò abbia alcun aspetto prescrittivo. Non devo decidere come mi comporterò la prossima volta che si presenterà una situazione simile a quella su cui mi sono concentrato, ma devo provare solo a immaginare di aver tenuto un altro comportamento del tutto nuovo e quale effetto avrebbe potuto avere questo comportamento sul bambino. Se credo di sapere già che reazione avrebbe avuto il bambino di fronte al comportamento che ho immaginato, significa che anche l’azione che ho provato a immaginare per me non è nuova. Solo quando la mia fantasia mi consente di immaginare un comportamento, la cui conseguenza nel bambino non si immaginare, sono sulla strada giusta. L’effetto che questa ultima fase ha su di me è di aiutarmi ad uscire dai miei schemi mentali (quelli che non mi consentono di trovare un intervento efficace quando ne ho bisogno e mi spingono a comportarmi sempre nello stesso modo), per aprirmi al mondo dell’intuizione. Grazie ad essa mi accorgo che nel momento in cui mi si presenta una difficoltà possono venirmi idee nuove ed efficaci, se solo sono capace di osservare attentamente quello che succede senza criticare o interpretare fatti e persone. 

In questo breve articolo non posso che accennare brevemente ad una pratica sperimentata per decenni, a cui ho dato il nome di OSSERVATORIO PEDAGOGICO. Può essere esercitata in gruppo sotto la guida di una persona esperta, ma anche da soli. Questa pratica è un vero e proprio esercizio di amore nei confronti dei nostri bambini. Richiede poco tempo, può essere portata avanti anche per iscritto e se praticata con costanza e buona volontà può dare ottimi risultati. Ha il preciso scopo di aiutarci a poco a poco a liberarci dalle nostra abitudini di pensiero, per aprirci al mondo del pensare intuitivo, grazie al quale è possibile avere idee nuove su come comportarci nel momento in cui ci troviamo a dover affrontare le difficoltà.

Un lavoro ulteriore e complementare al primo consiste nel decidere ogni giorno, nel tempo in cui vogliamo dedicarci alla preparazione dell’incontro con i nostri bambini,  un gesto di amore nei loro confronti del tutto gratuito: preparare una cosa da mangiare che amano particolarmente, andare con loro al parco a vedere le papere, fare con loro un bel disegno, costruire un giocattolo di legno, andare a raccogliere sassi sul fiume o qualsiasi altra cosa che li aiuti a coltivare l’interesse per la natura, l’arte, il lavoro manuale, le altre persone. In questo modo aggiungiamo a tutto quello che per dovere, abitudine e routine facciamo per i nostri bambini, qualcosa che è del tutto gratuito e inaspettato e che non può e non deve mancare in una vera relazione di cura.

L’amore è una forza che scaturisce da un atto libero, Facciamo sentire concretamente ai nostri bambini quanto gli vogliamo bene attraverso un quotidiano e ripetuto esercizio di amore prendendo iniziative nei loro confronti e scopriremo che educare i bambini è un’attività meravigliosa!

 

«L’uomo che piantava gli alberi» di Jean Giono

PUBBLICHIAMO IL TESTO INTEGRALE DEL RACCONTO DI GIONO

 Se l’azione di un uomo è priva di qualsiasi egoismo, se l’idea che la dirige è di una generosità senza pari e ha lasciato nel mondo tracce visibili, ci troviamo allora, senza rischio di errore, di fronte ad una personalità indimenticabile.

 

Una quarantina circa di anni fa stavo facendo una lunga camminata, tra cime assolutamente sconosciute ai turisti, in quell’antica regione delle Alpi che penetra in Provenza.

Questa regione è delimitata a sud-est e a sud dal corso medio della Durance, tra Sisteron e Mirabeau; a nord dal corso superiore della Drome, dalla sorgente sino a Die; a ovest dalla pianura del Comtat Venaissin e i contrafforti del monte Ventoux. Essa comprende tutta la parte settentrionale del dipartimento delle Basse Alpi, il sud della Drome e una piccola enclave della Valchiusa.

Si trattava a quel tempo di lande nude e monotone, tra i milledue e i milletrecento metri di altitudine, dove cresceva solo la lavanda selvatica.

Attraversavo la regione per la sua massima larghezza e, dopo tre giorni di marcia, mi trovavo in mezzo a una desolazione senza pari. Mi accampai di fianco allo scheletro di un villaggio abbandonato. Non avevo più acqua dal giorno prima e avevo necessità di trovarne. Quell’agglomerato di case in rovina, simile a un alveare, mi fece pensare che doveva esserci stato una volta un pozzo o una fonte. Mi misi a cercare. C’era difatti una fonte, ma era secca. Ogni segno di vita, tra le cinque o sei case senza tetto, corrose dal vento e dalla pioggia, era scomparso.

Era una bella giornata di giugno, molto assolata e su quelle terre senza riparo il vento soffiava con brutalità insopportabile. I suoi ruggiti nelle carcasse delle case erano quelli di una belva molestata durante il pasto.

Dovetti riprendere la marcia. Cinque ore più tardi non avevo ancora trovato acqua e nulla mi dava speranza di trovarne. Dappertutto la stessa aridità, le stesse erbacce legnose. Ad un certo punto mi parve di scorgere in lontananza una piccola sagoma nera, in piedi. La presi per il tronco di un albero solitario. Ad ogni modo mi avvicinai. Era un pastore. Una trentina di pecore sdraiate sulla terra cocente si riposavano accanto a lui.

Mi fece bere dalla sua borraccia e mi portò nel suo ovile, in un’ondulazione del pianoro. Tirava su l’acqua da un foro naturale molto profondo, al di sopra del quale aveva installato un rudimentale verricello.

L’uomo parlava poco, com’è nella natura dei solitari, ma mi pareva sereno e sicuro di sé. Aveva un cane molto affettuoso, silenzioso come lui. Era una presenza insolita in quella regione spogliata di tutto. Mi chiese se volevo fermarmi a mangiare qualcosa con lui. Accettai. Abitava in una casa di pietra che doveva evidentemente aver rappezzato con le sue mani. La cucina era in ordine, i piatti lavati, il pavimento di legno spazzato. L’uomo accese il fuoco e mise una minestra a cuocere. Era rasato di fresco, tutti i suoi bottoni erano solidamente cuciti e i suoi vestiti erano rammendati con la cura minuziosa che rende i rammendi invisibili. Mangiammo la minestra in silenzio e quando gli offrii la borsa del tabacco mi rispose che non fumava.

Era rimasto inteso che avrei passato la notte da lui, perché il villaggio più vicino era a più di un giorno e mezzo di cammino. Sparecchiata la tavola l’uomo prese un sacco e rovesciò sul tavolo un mucchio di ghiande. Si mise ad esaminarle una dopo l’altra con grande attenzione, separando le buone dalle guaste. Gli proposi di aiutarlo. L’uomo rispose che era affar suo. Io non insistetti. Fu tutta la nostra conversazione. Quando ebbe messo dalla parte delle buone un mucchio abbastanza grosso di ghiande, le divise in mucchietti da dieci. Così facendo eliminò ancora i frutti piccoli o quelli leggermente screpolati, esaminandoli molto da vicino. Quando infine ebbe davanti a sé cento ghiande perfette si fermò e andammo a dormire.

La società di quell’uomo dava pace. Gli domandai l’indomani il permesso di riposarmi da lui per l’intera giornata. Lui lo trovò del tutto naturale o, più esattamente, mi diede l’impressione che nulla potesse disturbarlo. Quel riposo non mi era affatto necessario, ma quella situazione mi intrigava e ne volevo sapere di più. L’uomo fece uscire il suo gregge e lo portò al pascolo. Prima di uscire bagnò in un secchio d’acqua il sacco in cui aveva messo le ghiande meticolosamente scelte e contate. Portava con sé un’asta di ferro della grossezza di un pollice e lunga un metro e mezzo in guisa di bastone. feci mostra di voler fare una passeggiata di riposo e seguii una strada parallela alla sua. Il pascolo delle bestie era in un avvallamento. Lasciò il piccolo gregge in guardia al cane e salì verso di me. Temevo che venisse per rimproverarmi della mia indiscrezione, ma niente affatto, quella era la strada che doveva fare e m’invitò ad accompagnarlo se non avevo di meglio. Andava a duecento metri da lì, più a monte. Arrivato dove desiderava, cominciò a piantare la sua asta di ferro in terra. Faceva così un buco nel quale depositava una ghianda, dopo di che turava di nuovo il buco. Piantava querce. Gli domandai se quella terra gli apparteneva. Mi rispose di no. Sapeva di chi era? Non lo sapeva. Supponeva che fosse una terra comunale, o forse proprietà di gente che non se ne curava? Non gli interessava conoscerne i proprietari. Piantò così le cento ghiande con estrema cura.

Dopo il pranzo di mezzogiorno ricominciò a scegliere le ghiande. Misi, credo, sufficiente insistenza nelle mie domande, perché mi rispose. Da tre anni piantava alberi in quella solitudine. Ne aveva piantati centomila. Di centomila ne erano spuntati ventimila. Di quei ventimila contava di perderne ancora la metà a causa dei roditori o di tutto quello che c’è di imprevedibile nei disegni della Provvidenza. Restavano diecimila querce che sarebbero cresciute in quel posto dove prima non c’era nulla.

Fu a quel momento che mi interessai dell’età di quell’uomo. Aveva evidentemente più di cinquant’anni. Cinquantacinque, mi disse lui. Si chiamava Elzéard Bouffier.

Aveva posseduto una fattoria in pianura. Aveva perso il suo unico figlio, poi la moglie. S’era ritirato nella solitudine, dove trovava piacere a vivere lentamente, con le pecore ed il cane. Aveva pensato che quel paese sarebbe morto per mancanza di alberi. Aggiunse che, non avendo altre occupazioni più importanti, si era risolto a rimediare a quello stato di cose.

Gli dissi che nel giro di trent’anni quelle diecimila querce sarebbero state magnifiche. Mi rispose con gran semplicità che se Dio l’avesse fatto vivere a sufficienza, nel giro di trent’anni ne avrebbe piantate talmente tante che quelle diecimila sarebbero state come una goccia nel mare. Stava già studiando, d’altra parte, la riproduzione dei faggi e aveva accanto alla casa un vivaio generato dalle faggine. I piccoli alberi, che aveva protetto dalle pecore con una barriera di rete metallica, erano di grande bellezza. Pensava inoltre alle betulle per i terreni dove diceva che una certa umidità dormiva a qualche metro dalla superficie del suolo.

Ci separammo il giorno dopo.

L’anno seguente ci fu la guerra del ’14, che mi impegnò per cinque anni. Un soldato di fanteria non poteva pensare agli alberi e io mi dimenticai del tutto di quello strano pastore sperduto sui monti.

Finita la guerra mi trovai con un’indennità di congedo minuscola e con il grande desiderio di respirare aria pura. Mi ritornarono in mente quelle contrade deserte in cui ero andato a camminare prima della guerra e così decisi di tornare da quelle parti.

Il paese non era cambiato. Tuttavia, dopo il villaggio abbandonato, scorsi in lontananza una specie di nebbia grigia che ricopriva le cime come un tappeto. Dalla vigilia mi ero rimesso a pensare a quel pastore che piantava gli alberi. Diecimila querce, mi dicevo, occupano davvero un grande spazio.

Aveva visto morire troppa gente in cinque anni per non immaginarsi facilmente anche la morte di Elzéard Bouffier; tanto più che quando si ha vent’anni, si considerano le persone di cinquanta come dei vecchi a cui resta soltanto di morire. Ma non era morto. Era anzi in ottima forma. Aveva cambiato mestiere. Gli erano rimaste solo quattro pecore, ma, in cambio, possedeva un centinaio di alveari. Si era sbarazzato delle bestie che mettevano in pericolo i suoi alberi. Disse che non si era per nulla curato della guerra. Aveva continuato imperturbabile a piantare.

Le querce del 1910 avevano adesso dieci anni ed erano ben più alte di un uomo. Lo spettacolo era impressionante. Ero letteralmente ammutolito e poiché lui non parlava, passammo l’intera giornata a passeggiare in silenzio per la foresta. Misurava, in tre tronconi, undici chilometri nella sua lunghezza massima. Se si teneva a mente che tutto era scaturito dalle mani e dall’animo di quell’uomo, senza mezzi tecnici, si comprende come gli uomini potrebbero essere altrettanto efficaci di Dio in altri campi oltre alla distruzione.

Aveva seguito la sua idea e i faggi, che mi arrivavano alle spalle, sparsi a perdita d’occhio, ne erano la prova. Le querce erano fitte e avevano passato l’età in cui potevano venir rovinate dai roditori. Quanto ai disegni della Provvidenza stessa per distruggere l’opera creata, avrebbe dovuto ormai ricorrere ai cicloni. Bouffier mi mostrò dei mirabili boschetti di betulle che datavano a cinque anni prima, cioé al 1915, l’epoca in cui io combattevo a Verdun. Le aveva piantate in tutti i terreni in cui sospettava che ci fosse umidità quasi a fior di terra. Erano tenere e decise come delle adolescenti, e insieme alla loro crescita era successo qualcosa di incredibile. Ridiscendendo al villaggio vidi scorrere dell’acqua in ruscelli che, a memoria d’uomo, erano sempre stati secchi. Con l’acqua poi erano riapparsi anche i salici, i giunchi, i prati, i fiori e una certa ragione di vita. I cacciatori che salivano in quelle solitudini seguendo le lepri o i cinghiali s’erano accorti del rigoglio degli alberelli, ma l’avevano attribuito alle malizie naturali della terra. Così nessuno disturbava l’opera di quell’uomo. Se avessero saputo cosa stava facendo lo avrebbero ostacolato. Ma chi avrebbe potuto immaginare una simile ostinazione nella più magnifica generosità?

A partire dal 1920 non ho mai lasciato passare più di un anno senza andare a trovare Elzéard Bouffier. Non l’ho mai visto cedere né dubitare, eppure Dio solo sa le prove che ha passato. Non ho tenuto il conto delle sue delusioni. Un anno aveva piantato più di diecimila aceri. Erano morti tutti. L’anno dopo abbandonò gli aceri per riprendere con i faggi, che riuscirono ancora meglio delle querce.

Per farsi un’idea più precisa di quell’eccezionale carattere non bisogna dimenticare che operava in una solitudine totale; al punto che verso la fine della vita aveva perso del tutto l’abitudine a parlare. O forse non ne vedeva la necessità.

Nel 1933 ricevette la visita di una guardia forestale sbalordita. Il funzionario gli intimò di non accendere fuochi all’aperto per non mettere in pericolo la crescita di quella foresta naturale. Era la prima volta, gli spiegò quell’uomo ingenuo, che si vedeva una foresta spuntare da sola. A quell’epoca Bouffier andava a piantare faggi a dodici chilometri da casa. Per evitare il viaggio di andata e ritorno, poiché aveva ormai settantacinque anni, stava considerando la possibilità di costruirsi una casupola di pietra sul luogo stesso dove piantava. Cosa che fece l’anno seguente.

Nel 1935 una vera e propria delegazione governativa venne ad esaminare la foresta naturale. C’erano un pezzo grosso delle Acque e Foreste, un deputato, dei tecnici. La bellezza di quei giovani alberi in piena salute esercitò su di loro il suo fascino: la delegazione decise di mettere la foresta sotto la tutela dello Stato e di proibire che si venisse a farne carbone.

Un capitano forestale mio amico faceva parte della delegazione. Gli spiegai il mistero. Un giorno della settimana seguente andammo insieme a cercare Elzéard Bouffier. Lo trovammo in pieno lavoro, a venti chilometri da dove aveva avuto luogo l’ispezione.

Quel mio amico conosceva il valore delle cose e rimase in silenzio. Io offrii le uova che avevo portato in regalo. Dividemmo lo spuntino e restammo qualche ora nella muta contemplazione del paesaggio. La costa che avevamo percorso era coperta di alberi che andavano dai sei agli otto metri di altezza. Mi ricordavo l’aspetto desolato di quelle terre nel 1913. Quell’uomo era un atleta di Dio. Il lavoro calmo e regolare, l’aria di montagna, la frugalità e soprattutto la serenità dell’anima gli avevano conferito un aspetto quasi solenne.

Prima di partire il mio amico azzardò solo qualche suggerimento a proposito di certe essenze alle quali il terreno sembrava adattarsi. Non insistette, «per la semplice ragione», spiegò poi, «che quel signore ne sa più di me. » E dopo un’ora di cammino aggiunse: «Ne sa più di tutti. Ha trovato un bel modo per essere felice! »

E’ grazie a quel capitano che, non solo la foresta, ma anche la felicità di quell’uomo furono protette. Fece nominare tre guardie forestali per quella protezione e le terrorizzò a tal punto che rimasero sempre insensibili alle mazzette offerte loro dai boscaioli.

L’opera corse un grave rischio solo durante la guerra del 1939. Poiché le automobili andavano allora a gasogeno, non c’era mai abbastanza legna. Cominciarono a tagliare le querce del 1910, ma l’area era talmente lontana da tutte le reti stradali che l’impresa si rivelò fallimentare dal punto di vista finanziario e così fu abbandonata. Il pastore non aveva visto nulla. Era a trenta chilometri di distanza e continuava pacificamente il proprio lavoro, ignorando la guerra del ’39 come aveva ignorato quella del ’14.

Vidi Elzéard Bouffier per l’ultima volta nel giugno del 1945, quando aveva ottantasette anni. Avevo ripreso la strada del deserto, ma adesso, nonostante la rovina in cui la guerra aveva lasciato il paese, c’era una corriera che faceva servizio tra la valle della Durance e la montagna. Viaggiando su quel mezzo di trasporto relativamente veloce non riconoscevo più i luoghi delle mie passeggiate. Mi parve anche che l’itinerario mi facesse passare in posti nuovi. Ebbi bisogno del nome di un villaggio per concludere che invece mi trovavo proprio in quella zona un tempo in rovina e desolata. La corriera mi depositò a Vergons.

Nel 1913 quella frazione di una dozzina di case contava tre abitanti. Erano persone rozze che vivevano di caccia con le trappole. Le ortiche divoravano attorno a loro le case abbandonate. La loro condizione non disponeva certo alla virtù.

Ora tutto era cambiato, perfino l’aria. Invece delle bufere secche e brutali che mi avevano accolto un tempo, ora soffiava una brezza docile carica di odori. Un rumore simile allo scrosciare dell’acqua veniva dalle cime delle montagne: era il vento nella foresta. Infine, cosa più sorprendente, udii il rumore dell’acqua che scrosciava in una vasca. Vidi che avevano costruito una fontana: l’acqua era abbondante e, ciò che soprattutto mi commosse, vidi che vicino ad essa avevano piantato un tiglio, forse di quattro anni, già rigoglioso, simbolo incontestabile di una resurrezione.

In generale Vergons portava i segni di un lavoro per la riuscita del quale era necessaria la speranza. Avevano sgomberato le rovine, abbattuto i muri crollati e ricostruito cinque case. La frazione contava ormai ventotto abitanti, tra cui quattro giovani famiglie. Le case nuove, intonacate di fresco, erano circondate da orti in cui crescevano, mescolati ma allineati, verdure e fiori, cavoli e rose, porri e bocche di leone, sedani e anemoni. Era ormai un posto dove si aveva voglia di abitare.

Da lì proseguii a piedi. Sulle pendici più basse della montagna vidi campicelli di orzo e segale in erba. In fondo alle strette vallate qualche praterie verdeggiava.

Otto anni dopo quell’epoca tutta la zona risplendeva di salute e felicità. Dove nel 1913 si vedevano solo rovine sorgevano ora fattorie pulite, ben intonacate, che denotavano una vita lieta e comoda. Le vecchie fonti, alimentate dalle piogge e dalle nevi che la foresta riteneva, avevano ripreso a scorrere. Le acque erano state canalizzate. A lato di ogni fattoria, in mezzo a boschetti di aceri, le vasche delle fontane lasciavano debordare l’acqua su tappeti di menta. I villaggi erano stati ricostruiti a poco a poco. Una popolazione venuta dalle pianure, dove la terra costa cara, si era stabilita qui, portando gioventù, movimento, spirito di avventura. S’incontravano per le strade uomini e donne ben nutriti, ragazzi e ragazze che sapevano ridere e avevano ripreso il gusto per le feste campestri. Contando la vecchia popolazione e i nuovi venuti, più di diecimila persone dovevano la loro felicità a Elzéard Bouffier.

Se si pensa che un uomo solo, ridotto alle proprie semplici risorse fisiche e morali, è bastato per far uscire dal deserto quel paese di Canaan, si può dire che, malgrado tutto, la condizione umana è ammirevole. E mettendo in conto quanto c’è voluto di costanza nella grandezza d’animo e di accanimento nella generosità per ottenere questo risultato, l’anima si riempie d’un enorme rispetto per quel vecchio contadino senza cultura che ha saputo portare a buon fine un’opera degna di Dio.

Elzéard Bouffier è morto serenamente nel 1947 all’ospizio di Banon.

 

Parolacce e sapone

Vengo a sapere da amici che in alcune scuole, nel tentativo di insegnare ai bambini a non dire parole volgari, li si è mandati in bagno a lavarsi la bocca con il sapone.

E’ mia consuetudine non giudicare le persone, ma procedere con metodo cercando di

 1) ricostruire i fatti con precisione;

2) osservare che cosa viveva nell’animo delle persone coinvolte nell’episodio;

3) andare alla ricerca delle motivazioni che hanno spinto l’adulto ad agire come ha fatto;

4) immaginare altri possibili interventi che avrebbero consentito ai bambini di fare un’esperienza diversa e più costruttiva di quella che hanno vissuto.

Cerco perciò anche in questo caso di procedere con metodo per giungere ad una corretta valutazione di quanto mi è stato riferito e provare a immaginare una diversa proposta di intervento.

Si può riconoscere un pensiero pedagogico dietro alla richiesta fatta ai bambini di lavarsi la bocca col sapone? Cosa si aspettavano di ottenere gli insegnanti considerando la parola volgare che esce dalla bocca del bambino alla stregua dello sporco del corpo? E’ questo un paragone possibile e sensato? O forse la similitudine che hanno posto a fondamento del loro intervento è inappropriata?

Noi ci laviamo col sapone quando ci siamo sporcati. Lo sporco si accumula sul mio corpo per il semplice fatto che io vivo e agisco nel mondo. Lo allontano da me quando è troppo per potere continuare ad agire senza che esso diventi un impedimento, ad esempio prima di mangiare, per fare un disegno su un foglio bianco, per fare un massaggio a qualcuno o anche solo per eliminare il cattivo odore. Lo sporco, per quanto possa risultare indesiderabile, è una normale conseguenza del fatto che ho vissuto e ho svolto una qualche attività. Io dunque non mi lavo per non svolgere più le attività che hanno portato all’accumulo dello sporco, ma per continuare a svolgerle senza essere disturbato dallo sporco stesso. Il simbolico lavaggio della bocca invece dovrebbe avere lo scopo di non pronunciare più le parole che – secondo l’immagine dell’adulto – mi avrebbero «sporcato». Tale intervento si fonda perciò su una similitudine che ad un esame più attento non è del tutto corretta e di conseguenza non può portare ad alcun risultato positivo. Anzi: lavarsi la bocca con il sapone non è piacevole e dobbiamo domandarci seriamente che senso ha infliggere al bambino questa piccola sofferenza, che per lui potrebbe essere (secondo il carattere e il temperamento) anche una umiliazione. Abbiamo così la possibilità di guardare meglio quello che ci ha spinto ad agire così e scoprire qualcosa su noi stessi, anche se questo potrebbe non risultare molto piacevole.

Un passo ulteriore consiste nell’immaginare un intervento più adeguato.

L’uso di parole volgari ha senza dubbio l’effetto di «sporcare» il nostro linguaggio ed è comprensibile che gli educatori vogliano insegnare ai bambini una lingua «pulita». A questo scopo è bene considerare le parole tenendo presente l’effetto che hanno nelle relazioni umane. Sul linguaggio si fondano i nostri rapporti sociali, grazie ad esso abbiamo la possibilità di vivere in armonia con gli altri, ma anche di esercitare su di essi potere e sopraffazione*. Le parole perciò vanno studiate in rapporto a ciò che producono nella relazione tra persone che comunicano. Per questo se da un lato si può cercare di capire perché il bambino usi parolacce, d’altro lato per aiutarlo può essere sufficiente considerare che l’uso che facciamo del linguaggio avvicina o respinge altre persone. Se uso un linguaggio volgare attirerò persone volgari, se uso un linguaggio pulito e ricco di sfumature attirerò persone pulite e ricche.  Questa elementare verità  si può presentare nei modi più diversi a seconda dell’età dei bambini: con i più piccoli attraverso una storia, o facendo succedere qualcosa che sia la conseguenza dell’uso delle parolacce («E’ scomparso il tuo orso di pezza, forse non gli piacevano le parole che dici negli ultimi giorni e si è allontanato aspettando che tu smetta»). Oppure se ne può parlare in modo aperto e franco ai più grandi, facendo loro presente che la volgarità richiama la volgarità, mentre un linguaggio pulito attira a sé pulizia e ricchezza. La fantasia dell’educatore che ha compreso i pensieri qui esposti potrà trovare i mezzi più adatti alla situazione in cui si trova.

Per concludere: la vita è una grande maestra e per educare i bambini e aiutarli a crescere sani e forti non abbiamo bisogno di inventare paragoni artificiosi. Bisogna imparare a guardarsi dentro e osservare ciò che abbiamo di fronte senza darne interpretazioni personali. Scopriremo allora che la soluzione di tante difficoltà si trova imparando a leggere correttamente il rapporto che c’è tra il nostro mondo interiore e quello degli altri.

 * Il secolo scorso ha dato alla luce molti studiosi dell’uso del linguaggio come Paul Watzlawick, Viktor Frankl, Carl Rogers, Marshall Rosenberg, solo per citarne alcuni tra i più importanti.

Vogliamo un’altra scuola o un’altra educazione?

Un’idea che dovrebbe animare tutti gli insegnanti di qualunque scuola o grado è che l’insegnamento dovrebbe preparare alla vita stando nella vita. Di fatto negli ultimi decenni ci siamo abituati a ritenere del tutto normale rinchiudere i nostri bambini entro mura scolastiche all’interno delle quali si trova ben poco di ciò che c’è nel mondo. Il mondo curiosamente, entrando nelle scuole, si trasforma come per incantesimo in racconto astratto, formula, definizione, così che i nostri bambini vivono una costante lacerazione tra ciò che la scuola li obbliga a fare e a imparare a memoria, adducendo mille ragionamenti a favore della propria proposta, e quello che il mondo nella sua concretezza è sempre stato. In tal modo non si fa alcuna esperienza delle attività manuali vere (quelle cioè grazie alle quali si produce qualcosa di bello e di utile per la vita e non soltanto qualcosa di decorativo), non si pratica l’arte (non intesa come semplice espressione di sé, ma come esercizio per lo studio della bellezza del mondo) e tutto sembra ridursi ad addestramento, a valutazione che intimorisce o sprona alla competizione. In generale resta insoluta la questione che riguarda la comprensione profonda dell’essere del bambino, a favore di una dottrina dell’uomo che viene amministrata attraverso un catechismo e che poco ha da dire all’animo infantile.

Che tutto ciò produca disagio in grandi e piccoli è evidente. Di fronte a questi fatti ci si può chiedere come intervenire per risanare questo o quell’istituto scolastico, ma anche come si può dare vita a iniziative che si fondino fino dal loro sorgere su idee più sane e adeguate alle esigenze dei bambini. Vogliamo qui indicare sinteticamente alcune idee guida che ci sembrano  particolarmente importanti per il futuro .

L’ambiente domestico è il primo luogo di apprendimento del bambino. La vita casalinga, per millenni e fino a qualche decennio fa, è sempre stata animata dalle attività più diverse, la cui ricchezza e varietà è andata di recente perduta in seguito all’affermarsi delle tecnologie sviluppate nella seconda metà del secolo scorso. Se questo ha costituito un enorme progresso per la vita adulta, d’altro lato è stata una grave perdita per la vita del bambino. Dobbiamo perciò rimediare a questa perdita e restituire anzitutto ai bambini un contesto di vita domestica ricco di attività sensate, grazie alle quali il bambino possa vedere come l’Uomo, principalmente grazie alle sue mani, trasforma le risorse naturali di cui dispone per farne qualcosa di utile per la propria vita.

Il gioco del bambino è un’attività molto seria che l’adulto fatica a comprendere in tutta la sua portata. La serietà che il bambino ci mette nel gioco, se bene intesa e coltivata in modo sano, si trasformerà nella serietà dell’adulto che lavora. Il rapporto tra gioco e lavoro è molto più profondo di quanto oggi non si riconosca. Ma bisogna anche considerare forme di lavoro non alienato, nelle quali l’individuo possa realizzare se stesso mettendo le proprie competenze al servizio della comunità con soddisfazione di tutti. Per trasformare il nostro attuale concetto di lavoro così che possa indicare un’attività che l’adulto svolge con soddisfazione a favore della propria comunità è necessario anzitutto aiutare i nostri bambini a giocare secondo principi e regole che preparino tale trasformazione. I primi anni di scuola perciò dovrebbero essere impiegati non solo per sviluppare le prime capacità legate alle materie curriculari tradizionali, ma anche per imparare a giocare dandosi delle regole e seguendole di buon grado, non per imposizione esterna ma per volontà propria.

Un altro aspetto fondamentale per il futuro dell’educazione e dell’insegnamento è costituito dalla capacità di ascolto profondo dell’adulto. Troppo spesso gli adulti sono convinti di sapere cosa è giusto per i bambini ancora prima di averli ascoltati, o si convincono di poter decidere istante per istante cosa fare con loro sulla base delle loro risposte esteriori. Gli educatori e gli insegnanti devono esercitarsi ad ascoltare attentamente ciò che bambini e ragazzi dicono loro e domandarsi se essi li seguono volentieri o controvoglia. Chi spinge un bambino a fare malvolentieri qualcosa deve anche esercitarsi ad osservare le conseguenze del suo agire e cercare il modo per accompagnare il bambino nel suo cammino accordando la propria volontà con la sua, anziché contrapporla. A chi sarà capace di questo l’adolescenza non apparirà più come l’età della contestazione, ma come il momento magico nel quale l’adulto può cominciare a insegnare ai ragazzi a pensare con la propria testa.

Infine – Last but not least – va coltivata la preparazione degli insegnanti riguardo alle materie proposte. Si parla molto di creatività, di fantasia, di gioco, di arte e – fortunatamente – si sta facendo strada l’idea che si debba insegnare in modo da rendere l’insegnamento interessante, così da motivare il bambino. Questo però porta a volte a intrattenere i bambini con qualcosa di curioso, a volerli divertire, senza che ci sia una reale comprensione di ciò che una data materia può muovere nel bambino. E’ dunque necessario continuare ad approfondire la propria conoscenza delle materie di insegnamento e domandarsi come aiutare il bambino ad affrontare lo sforzo richiesto dall’apprendimento, per non accontentarsi di una proposta «divertente», ma offrire qualcosa che sia un vero nutrimento per l’anima.