Dal linguaggio al pensiero

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DALL’ACQUISIZIONE DEL LINGUAGGIO ALLO SVILUPPO DELLA FACOLTÀ DI GIUDIZIO

(articolo apparso sulla rivista ARTEMEDICA n. 51 autunno 2018)

   Nell’articolo pubblicato sull’ultimo numero di questa rivista abbiamo mostrato come la vita del bambino sia costellata di momenti di emancipazione dall’adulto, i primi dei quali sono la nascita fisica, la conquista della stazione eretta con la conseguente libertà di movimento e l’acquisizione del linguaggio verbale. Abbiamo visto che per aiutare i bambini a vivere nel modo migliore questi importanti momenti evolutivi è bene che gli adulti si limitino a creare le migliori condizioni “al contorno” possibili, lasciando alle forze del bambino il compito di sviluppare in autonomia le capacità in questione.

L’idea qui suggerita secondo cui è bene creare le condizioni grazie alle quali le capacità del bambino possano svilupparsi da sé senza forzature non vale solo per lo sviluppo dell’autonomia di movimento e per l’acquisizione del linguaggio, ma anche per tutto ciò che di più interiore va manifestandosi nel bambino e che perciò è più difficile da riconoscere e da comprendere; in particolare il graduale manifestarsi della vita del sentimento e del pensiero. Oggi accade sempre più spesso di vedere adulti impegnati nel tentativo di far esprimere ai bambini i propri sentimenti e di farli ragionare sui temi più diversi. Negli ultimi decenni molto si è fatto in questa direzione, senza però tenere presente due cose importanti. In primo luogo non si è riflettuto abbastanza sul fatto che la vita del sentimento e quella del pensiero si accendono nell’incontro col mondo e che esse non vengono sviluppate parlandone, ma vivendo. Da questo punto di vista le esperienze che stiamo proponendo oggi ai nostri bambini, tra percezione del proprio corpo e mera comprensione intellettuale del mondo, ci sembrano unilaterali e poco adatte a risvegliare una ricca vita interiore. Meglio sarebbe, secondo noi, se alla riflessione sui propri sentimenti e sul proprio corpo si sostituisse la ricchezza data dall’esperienza della natura, delle arti e dei mestieri. Tutto ciò risveglia entusiasmo e crea nei bambini capacità e competenze utili sia per la vita pratica che per la comprensione del mondo. Al tentativo di far ragionare i bambini sulle loro azioni e sul loro comportamento poi preferiamo sostituire l’esercizio del pensiero applicato ai fenomeni del mondo che ci circonda, a partire dall’età in cui si risveglia la facoltà del giudizio. Questo ci porta direttamente a considerare la seconda questione: non ci si è domandati quando e come si sviluppi nel bambino quella vita di sentimento e di pensiero che è propria dell’adulto e che il secondo vorrebbe risvegliare nel primo. Dobbiamo renderci conto che il bambino appena nato vive in una condizione del tutto diversa da quella dell’adulto, non solo dal punto di vista fisico, ma anche dal punto di vista interiore. Così come ha bisogno di un’alimentazione particolare, giace prono o supino e solo gradualmente impara a nutrirsi di tutto ciò che la natura gli offre e si conquista la capacità di camminare e di parlare, allo stesso modo la sua vita interiore è all’inizio del tutto diversa da quella dell’adulto e si trasforma gradualmente attraverso passaggi che oggi sfuggono alla nostra attenzione. Perciò riguardo alla vita del sentimento e del pensiero dobbiamo procedere con gradualità, analogamente a quanto abbiamo fatto con la vita del corpo. Qui la difficoltà sta nel fatto che mentre per quest’ultima i passaggi da una condizione all’altra sono visibili (ad esempio vediamo il bambino prima sedersi, poi gattonare e infine alzarsi in piedi), per la vita psichica e spirituale noi non sappiamo dire con precisione da quale punto di partenza muova il bambino, così che riguardo a sentimento e pensiero siamo portati a considerarlo ingenuamente un adulto in miniatura. Dobbiamo invece renderci conto che il sentire e il pensare del bambino sono di genere diverso da quelli dell’adulto e che per alcuni anni egli vive una sorta di dipendenza dal sentire e dal pensare dell’adulto, come dal punto di vista fisico ha vissuto durante la gestazione in una condizione di dipendenza dal corpo della madre. È perciò compito dell’adulto accompagnare il bambino nella conquista dell’autonomia di sentimento e di pensiero con la stessa avvedutezza con cui lo abbiamo accompagnato a conquistarsi l’autonomia nel movimento corporeo e nel linguaggio, sapendo distinguere in che misura egli sia ancora in uno stato di dipendenza dal sentire e dal pensare dell’adulto e in che misura abbia già sviluppato le forze per conquistarsi l’indipendenza in questi campi.

Una prima elaborazione della vita del sentimento verso una certa indipendenza ha luogo nel bambino negli anni che vanno dalla maturità scolare alla maturità sessuale. Come abbiamo detto più sopra la vita del sentimento si accende nell’incontro con il mondo che ci circonda, non per il fatto che riflettiamo su di essa (la vita del sentimento) o su di esso (il mondo), ma per il fatto che trasformiamo il mondo con le nostre mani. Perciò in questo periodo il bambino ha bisogno di un’educazione e un insegnamento grazie ai quali possa sperimentare la bellezza del mondo in modo creativo. Lo stesso modo in cui l’adulto parla, si muove, si relaziona agli altri, o in cui presenta materie astratte come la matematica, o quelle più concrete come la geografia, può avere forma artistica. Se l’adulto che lavora con bambini di questa età oltre che esercitare le arti insegna in modo artistico, i bambini potranno vivere con gioia la scuola e ogni materia sarà un’occasione per sperimentare la bellezza del mondo. Ognuno potrà così sviluppare la sua propria sensibilità, separandosi gradualmente anche in questo ambito dagli adulti che gli stanno intorno e sperimentando così ad un livello superiore la propria autonomia e indipendenza.

Il successivo momento di separazione ha inizio con la pubertà e riguarda lo sviluppo della facoltà di giudizio autonomo. Si dice che l’adolescenza è l’età della contestazione. Ma a cosa si rivolge tale contestazione? All’abitudine dell’adulto a imporre il proprio punto di vista su quello del bambino,ora divenuto ragazzo. Fino alla maturità sessuale è nell’ordine naturale delle cose che i bambini accolgano il giudizio dell’adulto, pur cercando di affermare la propria volontà. Ora però viene il momento in cui il nascere di forze nuove nelle ragazze e nei ragazzi non consente più all’adulto di imporre loro il proprio punto di vista come ha sempre fatto. Il sorgere delle forze atte a formarsi un giudizio proprio a partire dalla maturità sessuale rende l’adolescente irriducibile nella sua richiesta di autonomia di pensiero e ne fa appunto un contestatore. Gli adolescenti vogliono separarsi e distinguersi dai giudizi di genitori e insegnanti, pur non essendo ancora in grado di giudicare correttamente il mondo e la vita. In questo momento perciò il compito dell’adulto cambia: adesso è il momento di sollecitare i ragazzi e le ragazze a formulare i propri giudizi in piena autonomia. Prima, quando l’adulto chiedeva al bambino di ragionare con la propria testa, faceva lo stesso errore – mutatis mutandis– che avrebbe fatto se per assurdo avesse voluto invitare l’embrione nel grembo materno a nutrirsi da solo mangiando con le proprie mani. Il bambino nella pancia della mamma assume il nutrimento attraverso l’organismo materno, proprio come il bambino fino alla pubertà fa propri i giudizi che vengono dall’autorità dell’adulto. L’adolescenza per la facoltà del giudizio costituisce una nascita nello stesso senso in cui il parto è stata una nascita per il corpo fisico. Ma come il corpo fisico ha impiegato anni a svilupparsi affinché il bambino potesse stare sulle proprie gambe da solo, così ci vogliono diversi anni affinché la facoltà di giudizio del ragazzo adeguatamente sviluppata possa arrivare a reggersi su di sé. Perciò ora l’adulto deve offrire gli elementi sulla base dei quali il ragazzo possa imparare a poco a poco a formulare un giudizio grazie all’esercizio del pensare. È questa una delle separazioni più difficili da comprendere e da mettere in atto, di cui parleremo nel prossimo articolo.

 

Fabio Alessandri

 

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  1 comment for “Dal linguaggio al pensiero

  1. Antonio Mattia Olivetti
    4 ottobre 2018 at 18:19

    Perfetto, mi sembra proprio lo zoccolo della pedagogia Waldorf, sempre da rammentare, anche per i più esperti!

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