La favola del tozzo e buon fornaio

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C’è un gioco per i bambini piccoli, nel quale al seguente testo si accompagnano dei movimenti delle dita:

 

Questo è il tozzo e buon fornaio, (si mostra il pollice),

questi sono i suoi aiutanti (si mostrano le altre dita).

Questo deve fare il pane,

ma poi gioca con il cane (l’indice).

Questo i biscotti nel forno mette,

ma poi dorme fino alle sette (il medio).

Questo deve far la torta,

ma è la faccia che si sporca (l’anulare).

Questo porta i bei panini,

ma poi casca dai gradini (il mignolo).

Ecco, torna il buon fornaio

e per voi sarà un bel guaio:

sgrida tutti i suoi aiutanti

e li scaccia tutti quanti (il pollice tocca di seguito la punta di indice, medio, anulare e mignolo e poi la mano si chiude a pugno).

 

Un giorno mi sono chiesto da dove venisse questo gioco e non trovando la risposta, ho deciso di inventare una storia che ne desse ragione. Eccola:

 

LA FAVOLA DEL TOZZO E BUON FORNAIO

 

C’era una volta in un paese lontano un bravo fornaio piccolo e tozzo, con una grande energia e tanta buona volontà che sapeva cuocere pane, torte e biscotti di una bontà senza pari. Un giorno bussò alla sua porta un ambasciatore del re per annunciargli che la principessa si sarebbe sposata di lì a tre giorni e che sua maestà gli chiedeva di cuocere pani e panini, torte e biscotti per il banchetto nuziale. Il fornaio disse che avrebbe avuto bisogno di aiutanti per fare bene il lavoro e l’ambasciatore rispose che avrebbe dovuto cercarseli da solo, perché a castello erano tutti molto impegnati per i preparativi delle nozze e nessuno poteva aiutarlo. Il fornaio accettò l’incarico e si mise alla ricerca dei suoi aiutanti.

Andò subito dal suo vicino che faceva il contadino e aveva un figlio grande e forte. Gli chiese se poteva mandarglielo nei prossimi giorni per aiutarlo a preparare pani e panini, torte e biscotti per il banchetto nuziale della principessa, ma quello gli disse che anche lui doveva lavorare per le nozze della principessa e si era impegnato a far avere al castello la frutta per gli invitati, così che suo figlio lo doveva aiutare a raccoglierla. Il fornaio allora andò dal falegname e gli chiese se suo figlio, che era un giovane abile e svelto, lo poteva aiutare; ma quello gli rispose che il re gli aveva chiesto di costruire i mobili per il palazzo nuovo in cui sarebbe andata a vivere la principessa e aveva assolutamente bisogno dell’aiuto di suo figlio. Provò infine a chiedere al sarto, ma anche lui e il figlio erano impegnati a cucire l’abito da sposa della principessa e non potevano aiutarlo.

L’uomo si avviò sconsolato verso casa senza sapere come fare, quando passando nei pressi di una grande fattoria sentì abbaiare. Si avvicinò e vide un giovane alto e magro che faceva piroette e capriole in mezzo all’aia, mentre intorno a lui saltellava allegramente un grosso cane nero che sembrava divertirsi quanto il suo padrone. Il fornaio salutò il giovane e gli chiese se voleva aiutarlo a cuocere pani e panini, torte e biscotti per il banchetto nuziale della principessa. Quello rispose che lo avrebbe aiutato volentieri, a patto di poter portare con sé il cane. Il fornaio non era molto contento all’idea di avere quella bestia per i piedi, ma pensò che era meglio sopportare un simile fastidio, che ritrovarsi privo di aiuto. Così il giovane lo seguì col cane. Poco dopo videro lungo il ciglio della strada un mucchio di paglia sul quale dormiva beatamente un ragazzo con la faccia tonda come una luna piena. Il fornaio lo svegliò e gli chiese se voleva aiutarli a cuocere pani e panini, torte e biscotti per il banchetto nuziale della principessa. Quello rispose che li avrebbe aiutati volentieri, a patto di poter fare ogni tanto un pisolino. Il fornaio accettò e si misero in cammino; ma fatti pochi passi trovarono un giovane che stava scavando una buca con tanta energia, che la terra schizzava da tutte le parti e lo ricopriva da testa a piedi. Il fornaio gli chiese se voleva aiutarli a fare pani e panini, torte e biscotti per il banchetto nuziale della principessa e quello gettò lontano la pala senza dire parola e li seguì. Stavano per raggiungere il forno, quando si imbatterono in un ragazzino che trascinava faticosamente due secchi di acqua incespicando e sbattendo di qua e di là di continuo, così che i secchi erano ormai mezzi vuoti. Il fornaio pensò che quattro aiutanti fossero meglio di tre, così propose anche a lui di dare una mano al forno. Il ragazzino abbandonò i secchi dove si trovavano e andò con loro.

Quando arrivarono il fornaio diede a ciascuno un compito diverso. Al primo spiegò come impastare il pane, al secondo mostrò come cuocere i biscotti, al terzo disse di preparare l’impasto per le torte e al quarto insegnò a infornare i panini. Poi disse loro di mettersi al lavoro e gli raccomandò di fare attenzione a non combinare guai; prese il carro e andò dal mugnaio a caricare la farina che gli mancava. Gli aiutanti si misero al lavoro di gran lena, ma dopo poco tempo al primo venne una gran voglia di fare due capriole insieme al suo cane, piantò lì il lavoro appena cominciato e uscì in giardino a divertirsi. Il secondo, che aveva infornato i biscotti, pensò che aveva tempo di farsi un pisolino fintanto che quelli si cuocevano; si cercò un angolino comodo, si sdraiò e si mise a dormire. Il terzo era alle prese con l’impasto delle torte e ci metteva una tale energia che la farina schizzava da tutte le parti ricoprendogli le braccia e la faccia. Il quarto era riuscito a cuocere dei bei panini dorati e profumati, ma nel portarli in dispensa era inciampato per le scale ruzzolando miseramente, così che i panini erano tutti schiacciati e pieni di terra ed erano ormai buoni solo per le galline.

Quando il tozzo e buon fornaio tornò a casa con il carro carico di sacchi di farina trovò che il lavoro o non era cominciato, o era finito male, mentre i suoi aiutanti giocavano, dormivano, sporcavano dappertutto e si curavano le ammaccature. Allora li sgridò ben bene e li scacciò tutti quanti. Poi si sedette sconsolato sui sacchi di farina, pensando a come avrebbe potuto fare a preparare tutti quei pani e panini, torte e biscotti in tempo per il banchetto nuziale della principessa. Da solo non ce l’avrebbe mai fatta, ma non sperava neanche di riuscire a trovare altri aiutanti in tempo. Decise comunque di mettersi al lavoro e di fare del suo meglio, sperando che qualcosa di buono sarebbe riuscito lo stesso a fare. Si rimboccò le maniche e si mise a impastare e a infornare senza fermarsi neanche per mangiare un boccone. Alla sera tardi, quando gli occhi gli si chiudevano dalla stanchezza, si fermò e si buttò sul letto per riposare almeno un paio d’ore. Ma aveva appena toccato il materasso, quando sentì bussare piano alla porta. Andò ad aprire e si trovò di fronte un vecchio canuto con la barba bianca come la neve che gli chiese ospitalità per la notte. Il fornaio lo fece entrare, gli scaldò un po’ di minestra e gli preparò come poteva un giaciglio in un angolo. Il vecchio sentì il profumo del pane e dei panini, delle torte e dei biscotti, e chiese di assaggiarli. Il fornaio andò a prendere un pezzo di tutto e glielo offrì, poi gli spiegò quello che era successo e come disperasse di riuscire a cuocere tutto quello che doveva in tempo per le nozze della principessa. Il vecchio ascoltò attentamente ogni parola, assaggiò pane e panini, torta e biscotti e disse che erano molto buoni. Poi andarono a dormire.

L’indomani, quando il fornaio si alzò per rimettersi al lavoro, il vecchio era sparito, ma il pane e i panini erano stati tutti impastati e cotti a puntino. L’uomo si rallegrò della cosa, ringraziò il cielo dell’aiuto imprevisto e si rimise alacremente al lavoro per terminare di cuocere il resto. Ma la sera era ancora ben lontano dall’aver fatto anche solo la metà di quello che mancava. Se ne andò a dormire angosciato, senza sapere cosa avrebbe detto al re presentandosi a castello con una quantità insufficiente di cibo e si girò e rigirò nel letto tutta la notte. Il giorno dopo però, quando si alzò, trovò i biscotti appena sfornati e ben dorati. Contento per la sorpresa riprese coraggio e si dedicò alle torte, mescolando di buona lena l’impasto fino a notte fonda. Prima di andare a dormire, visto che le torte non erano ancora cotte, accese il forno, apparecchiò la tavola e vi dispose sopra cibo e bevande, pensando che forse sarebbe tornato l’aiutante notturno avrebbe volentieri fatto uno spuntino per rifocillarsi dalla fatica che faceva per lui. E infatti la mattina dopo trovò le torte cotte a meraviglia e le vivande che aveva messo in tavola consumate abbondantemente. Fece appena in tempo a disporre pani e panini, torte e biscotti in grandi ceste che arrivò una carrozza con l’ambasciatore del re a ritirare tutto quel ben di Dio per il banchetto nuziale della principessa, che si sarebbe tenuto quella sera. E gli invitati rimasero così soddisfatti delle buone cose che il fornaio aveva cotto, che il re lo nominò fornaio di corte e gli fece costruire un gran forno nel quale poteva cuocere pani e panini, torte e biscotti per gli abitanti del castello e per tutta la popolazione del suo grande regno, fin dove arrivava.

 

 

  1 comment for “La favola del tozzo e buon fornaio

  1. yarlan
    18 febbraio 2018 at 17:17

    mi ricorda la favola dello spacca legna.
    mi piace

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