Milon e il leone – capitolo decimo

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Capitolo decimo

NUOVE  METE

   Tre settimane trascorsero, fino al giorno in cui una nave di Pompeiano venne a gettare l’ancora presso Stabia. L’equipaggio aiutò a trasportare quello che gli schiavi e Fusco avevano potuto salvare dalle rovine. Era molto meno di quello che si era sperato, perché la villa aveva subito un enorme danno. Il capitano del battello ricordò a Fusco che bisognava far scalo a Misenum per vendere i tre schiavi; tuttavia li avrebbero portati a Roma, se non si poteva ricavarne un buon prezzo.

   Durante la traversata Fusco informò i tre giovani ragazzi di ciò che li aspettava:

   «Ho ricevuto l’ordine di vendervi a Misenum. Il nostro padrone non ha bisogno di voi a Roma.»

   Vargo e Vesonius rimasero impassibili. Milon invece impallidì. Non avrebbe dunque rivisto mai più Tyrios, il suo amico? Non avrebbe mai più portato il piccolo Florus sulle sue spalle? Dopo aver loro comunicato quello che aveva da dire, Fusco si era ritirato. Milon sentì che il destino aveva parlato in modo irrevocabile.

   Il Vesuvio si stagliava maestoso sul blu del mare. Milon guardò verso di esso. Doveva esserci una via che dalla sommità conduceva verso il centro della Terra, una via di fuoco. Milon dava libero corso ai suoi pensieri:

   «Gli dei hanno forse inviato questo cataclisma per punire gli errori degli uomini? Perché bisognava che anche degli innocenti morissero in espiazione degli errori degli altri? O forse l’umanità è un solo grande essere, dove Bene e Male si equilibrano misteriosamente?»

   Milon non poté rispondere a queste domande. Le coste di Misenum erano ormai vicine e sulla nave regnava una grande agitazione. Fusco venne con una catena, con la quale incatenò i tre schiavi. Disse loro, come per scusarsi:

   «So bene che non fuggireste; ma vi devo incatenare perché l’usanza vuole così al mercato degli schiavi.»

   Milon non aveva ancora mai portato le catene. Il metallo freddo e duro al suo polso gli faceva prendere coscienza che in quel momento non era più un essere umano. Era una merce in mezzo ad altre merci della nave.

   Entrarono nel porto e videro molte navi romane superbe all’ancora. Fusco disse ai tre ragazzi:

   «Vado a sbrigare le faccende, voi aspettate sul battello.»

   Meno di un’ora dopo ritornò con un mercante che manifestava interesse per i tre schiavi. Dopo averli esaminati minuziosamente ritornò da Fusco per mercanteggiarne il prezzo. Raggiunsero un accordo. Quando discesero sulla banchina Fusco batté sulla spalla di Milon e di Vargo dicendo:

   «Miei bravi ragazzi, non abbiate paura! Non andrete a servire sulle galere, siete dei ragazzi troppo buoni per quello. Il vostro nuovo padrone fa rotta su Alessandria, una città dell’Africa. Navigherete a lungo ancora in mare. Dunque, buon viaggio.»

   Senza nemmeno avere veramente toccato le rive di Misenum, furono condotti su un veliero di media grandezza che si chiamava Alexandria. Furono sostituite le loro catene; questa volta furono incatenati alla caviglia e non furono liberati che l’indomani, quando si trovarono in pieno mare. Le catene erano una misura di sicurezza, perché nei porti capitava che degli schiavi fuggissero a nuoto. Sul suo giaciglio quella notte Milon non poté quasi dormire. Ad ogni suo piccolo movimento la catena tintinnava. Si sentiva umiliato, disperato, solo. Tirò fuori dalla sua cintura la medaglia d’Alkides che lo aveva già molte volte consolato, la portò alla bocca e la strinse tra i denti per ricacciare le lacrime. Pensava ad Atene. Ma nel momento in cui provava a rivedere dentro di sé l’Acropoli, il fauno si intrufolava nei suoi ricordi e il fumo del Vesuvio velava le colonne luminose del tempio. Era come se in lui due mondi si combattessero. Tornò in sé bruscamente, le catene avevano cigolato e i ricordi amati si interruppero.

   Dopo parecchie settimane di traversata con venti tranquilli si intravide una torre nella bruma: era il faro d’Alessandria, che annunciava le coste egiziane. A quel tempo le città e le campagne del Nilo, proprio come la Grecia, erano sottomesse alla lupa di Roma. Non c’era dunque da sorprendersi di vedere al porto solamente navi e soldati romani.

Nella mattinata, poco dopo il loro arrivo, il mercante ordinò ai tre schiavi di lavarsi e di prepararsi a scendere in città. Vargo spiegò a Milon:

   «Questo significa che sta per venderci al mercato degli schiavi.»

   Calcando il suolo egizio Milon non sentì quella paura che gli aveva ispirato il suolo romano. Pensò:

   «Forse è la buona stella di Afrodite che mi accompagna fino a qui in Egitto.»

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