Milon e il leone – capitolo dodicesimo

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Capitolo dodicesimo

VIAGGIO A LEPTIS MAGNA E AL PORTO DI AUGUSTO

L’Alexandra carico di sacchi di cereali navigava lungo le coste nord-africane in direzione ovest. Durante il percorso si fermarono in parecchie città, tutte sotto la dominazione romana, per fare provviste d’acqua dolce e per comprare viveri. Ci misero molti giorni a raggiungere Leptis Magna, una città magnifica. Poiché l’Alexandra era una nave a vela, durante la traversata c’era molto tempo per oziare. Tuttavia i giorni in cui bisognava caricare o scaricare le merci il lavoro era molto duro. Milon era venuto a sapere che Calpurnicus era principalmente un commerciante di cereali che trasportava quasi sempre grano e che solo nel tragitto di ritorno verso l’Egitto caricava altre merci e di tanto in tanto anche qualche passeggero. A Leptis Milon avrebbe desiderato poter rimanere un po’ a terra, ma gli schiavi ebbero solo il tempo di scaricare e ricaricare. Dopo un lungo viaggio si fermarono ad Alessandria, giusto il tempo di riportare un nuovo carico di grano sulla nave. Così la vita trascorse monotona mese dopo mese, anno dopo anno.

Un giorno che il veliero era ancorato nel porto d’Alessandria Calpurnicus ricevette nuovi ordini. La nave da ora in avanti avrebbe dovuto trasportare merci a Roma, al Porto di Augusto. Il capo degli schiavi dichiarò:

«Il nostro padrone Calpurnicus vuole rimanere nella città di Alessandria. Da ora in poi sono io il padrone a bordo.»

Vargo sussurrò all’orecchio di Milon:

«Calpurnicus ora è ricco abbastanza, con le migliaia di sacchi che abbiamo portato per lui.»

Il guardiano proseguì:

«Ha nominato anche un intendente che viaggerà con noi e che mi affiancherà. Facciamo rotta sul porto di mare di Roma, che chiamano Porto di Augusto. La città vera e propria si trova all’interno e la si raggiunge per una lunga strada che la collega al porto.»

Milon era tutto eccitato sentendo parlare di Roma. Vargo lo notò:

«Pensi forse che potremo rivedere Tyrios? Il piccolo Florus deve essere un giovanotto ormai.»

«Come trovarli nella più grande città del mondo?» sospirò Milon; ma per l’eccitazione il sangue gli batteva in gola. Finalmente nella sua monotona vita di schiavo nasceva la speranza di andare incontro a giorni più movimentati.

Qualche settimana più tardi l’Alexandra gettava l’ancora al Porto di Augusto, che era a quattro ore di strada dalla capitale. I sacchi di cereali furono scaricati e sistemati in un magazzino. Dovevano essere portati più tardi in città per mezzo di carretti.

Alla fine della giornata il passo dei portatori si faceva pesante. Quando ebbero scaricato gli ultimi sacchi scendeva la notte. Morti di fatica si stesero sul ponte del battello e si passarono l’un l’altro una brocca di bevanda amara, fatta a base d’orzo. Il capo degli schiavi li raggiunse e disse loro:

«Domani è un giorno di riposo! Approfittatene per riprendere le forze. Dopodomani caricheremo nuove derrate e torniamo ad Alessandria. Il veliero resta al porto ed è proibito scendere a terra.»

Vargo, che osservava Milon, notò la sua delusione. Aveva tanto sperato di andare a Roma per rivedere Tyrios e Florus. Vargo gli disse sottovoce:

«Non te la prendere Milon, il guardiano partirà certamente questa sera stessa per Roma e ci passerà tutta la giornata. Si troverà il modo perché tu possa svignartela senza che nessuno se ne accorga.»

«È impossibile, come lasciare la nave senza essere visto? Anche se il capo degli schiavi se ne va, l’aiutante resterà a bordo.»

«È vero, ma uno di noi dovrà andare e venire tra il veliero e la riva. Ho sentito dire che bisognerà cercare un pozzo e riempire i fusti d’acqua fresca. Ci offriremo volontari tutti e tre per questo lavoro e quando avremo scoperto un pozzo, tu partirai. Se qualcuno ci domanda dove sei sparito, diremo che sei rimasto al pozzo ad attingere acqua. Troverai un carro che ti condurrà a Roma e farai in modo di essere di ritorno alla fine del giorno.»

Dopo queste parole Vargo disse al capo degli schiavi che Milon, Vesonius e lui si proponevano per il servizio dell’acqua.

«Padrone, noi siamo i più giovani; fare la spola remando ci distrarrà.»

«Bene, di certo troverete un pozzo. Portate a bordo tutte le botti piene, l’acqua di Roma è migliore di quella d’Alessandria.»

Come aveva predetto Vargo, poco dopo il guardiano si fece portare a terra nella piccola barca che dalla nave si poteva mettere in mare e che il giorno dopo sarebbe servita per il trasporto dell’acqua.

Quando il giorno dopo, alle prime luci dell’alba, i tre amici arrivarono a riva ed ebbero trovato un pozzo, Vargo disse a Milon:

«Vai subito sulla strada principale, la Via Portuense. Là troverai di certo un passaggio fino a Roma. Ci ritroviamo qui questa sera, al calar della notte. Avrai abbastanza tempo per cercare Tyrios.»

Milon gli rispose:

«Mi assumerò il rischio! Riuscirò certo a trovare la casa del ricco e famoso Pomponiano. Se trovo il padrone, trovo anche il servo.».

Malgrado la sua gioia all’idea di rivedere Tyrios e Florus, Milon non si sentiva molto tranquillo:

«Vargo, Vesonius, siete veramente buoni con me; ma cosa succederà se per sfortuna, rientrassi dopo il nostro guardiano?»

«Diremo che dopo aver finito di attingere l’acqua sei andato a stenderti all’ombra sui sacchi di cereali, dove probabilmente hai preso sonno e hai perso così l’ultima barca che ritornava al veliero. È proprio quello che ti potrebbe capitare se fossi in ritardo. Buon viaggio a Roma!»

La fortuna sorrise a Milon: un cocchiere si avvicinava per l’appunto al pozzo per abbeverare i suoi cavalli prima di recarsi a Roma. Milon si prodigò ad occuparsi dei cavalli. Il cocchiere lo lasciò fare con gioia. Poi tutti e due s’installarono nel carretto e ben presto i cavalli trottavano sulla via Portuense in direzione della città. Il carro viaggiava a una buona velocità, perché il pesce che trasportava doveva arrivare fresco al mercato della mattina.

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