Milon e il leone – capitolo nono

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Capitolo nono

IL  FAUNO  DANZANTE

   Un giorno nuovo si levava. Pomponiano aveva dormito molto poco; aveva trascorso lunghe ore a pensare alla situazione. Il giorno prima era salito alla villa e si era reso conto che era completamente distrutta. Anche se fosse stato possibile ricostruirla, lui e la sua famiglia non avrebbero mai potuto ricominciare a vivere in quel luogo funesto. Tanto più che nessuno sapeva se un bel giorno il Vesuvio avrebbe ripreso di nuovo l’attività. Era meglio partire da lì il più rapidamente possibile. Pomponiano possedeva un’altra villa a Roma, che era la sua residenza principale. Voleva traslocare al più presto. Ma prima bisognava occuparsi del defunto Plinio, recuperare il suo corpo e portare la triste notizia ai suoi conoscenti a Misenum. Pomponiano inviò i quattro servitori che avevano accompagnato Plinio alla ricerca del loro defunto padrone e domandò loro di trasportarne il corpo sulla riva, in prossimità del battello.

   La mattina presto Fusco, aiutato da qualche schiavo, si era messo a liberare la barca dalla lava e dalle ceneri. Quando Pomponiano vide che l’imbarcazione era ancora intatta gli venne l’idea di farla portare fino al mare. Lui stesso si sarebbe fatto trasportare a Misenum, dove gli avrebbero certamente prestato un battello per portare la sua famiglia e i suoi servitori a Roma. Con l’aiuto degli schiavi la barca fu messa in acqua. Prima d’imbarcarsi per Misenum Pomponiano disse a Fusco:

   «Domani ritornerò con una nave della flotta romana, di cui Plinio era comandante in capo. Sarà un grande battello, per rendere a Plinio gli ultimi onori e riportarlo a Roma. L’ancora sarà gettata lontano dalla riva; una barca verrà a prendere il defunto e altri faranno la spola per trasportare la mia famiglia, i miei servitori e i miei beni più preziosi. Quanto a te, tieni qui tre schiavi per salvare dalle rovine tutto quello che vale la pena d’essere portato più tardi a Roma.»

   Pronunciate queste parole, Pomponiano s’imbarcò. Tyrios era uno dei quattro rematori che dovevano condurlo a Misenum. La traversata li avrebbe occupati per tutta la giornata. Misenum sorgeva non lontano da lì, in riva al mare, nella baia di Puteoli, chiamata dai Romani Sinus Puteolanus.

   Nel tardo pomeriggio uno dei servitori che erano stati inviati a prendere il corpo di Plinio ritornò e disse a Fusco:

   «Dopo molte ricerche abbiamo ritrovato il nostro padrone. Il suo corpo è perfettamente intatto, anche i suoi vestiti non sono rovinati. Era steso al suolo come se dormisse. L’abbiamo portato qui a Stabia in riva al mare, dove l’abbiamo steso in una fossa pietrosa. Gli altri tre lo vegliano fino all’arrivo della nave.»

   Domandò poi a Fusco di dargli due lampade ad olio per non dover passare la notte vicino al morto nell’oscurità più totale. Fusco gli diede anche dei viveri, dopo di che il servitore partì, promettendo di ritornare l’indomani ad annunciare l’arrivo della nave.

   Il giorno dopo, quando il sole raggiunse lo zenith, una superba nave della flotta imperiale gettava l’ancora tra Stabia e Pompei. Pomponiano ritornò su una delle barche. Il defunto Plinio fu portato sul battello. Poiché era un amico dell’imperatore avrebbe avuto dei funerali solenni. Pomponiano fece trasportare sulla nave i suoi beni, la sua famiglia e quasi tutti i suoi servitori. Prima della sua partenza, si trattenne ancora con Fusco:

   «Non dimenticare di dissotterrare il fauno presso lo stagno, mi piacerebbe collocarlo nel mio giardino a Roma. Invierò una delle mie navi entro due settimane circa per portare via il resto dei miei beni. Non si potrà salvare la nave in cui siamo stati alloggiati, a meno che l’imperatore non metta dei soldati a nostra disposizione per liberare il letto del fiume. Ancora una cosa: quando la mia nave verrà e avrete caricato il resto dei miei beni va a Misenum e vendi al miglior offerente i tre schiavi che ti lascio qui. A Roma la mia proprietà è più piccola e non avrò più bisogno di loro.»

   Fusco promise di occuparsi di tutto come conveniva. Aveva scelto tre aiutanti: Vesonius, Vargo e Milon. All’improvviso Tyrios si avvicinò a Milon e gli domandò:

   «Ho sentito dire che sei stato scelto per restare qui e terminare i lavori. Se preferisci domando a Pomponiano di scambiarti con un altro schiavo perché tu venga subito con noi.»

   «Caro Tyrios, non ho tanta fretta di andare a Roma. Due settimane prima o due settimane dopo è lo stesso. Non importuniamo il nostro padrone con una simile domanda. Un giorno forse avremo qualche cosa di più importante da chiedergli.»

   «Arrivederci a Roma, allora!», gridò Tyrios allontanandosi.

    Così le loro strade si separarono; nessuno dei due sapeva ancora quello che Pomponiano aveva detto a Fusco sulla vendita dei tre schiavi.

   Fusco e i tre servitori guardarono per un momento la nave allontanarsi. Milon pensava ad Agaja che gli aveva fatto segno con la mano al Pireo. Vedendo il suo amico andarsene Milon fu preso da una grande tristezza. Si sentiva solo. Il piccolo Florus, al quale era tanto affezionato, se ne andava anche lui. Il bambino era spesso venuto da Milon, si era arrampicato sulle sue spalle, come quando l’aveva portato fuori dalla villa. E adesso i due amici sparivano all’orizzonte a bordo di quella superba nave.

   Risalendo il Sarno per mettersi al lavoro Fusco espose loro il programma: nelle due settimane che seguivano dovevano portar via dalla villa tutto quello che era ancora utile, ammucchiarlo sulla nave per poterlo trasportare a Roma. Quanto al destino che li attendeva dopo queste due settimane, Fusco non disse una parola. Milon era felice che anche Vargo fosse rimasto. Dopo il salvataggio del piccolo Florus c’era una buona intesa fra i due.

   I giorni passavano monotoni, fino al momento in cui dissotterrarono il fauno. Fusco dovette aiutarli a portare a bordo della nave il pesante e beffardo danzatore. Quando lo installarono sul ponte di prua Milon osservò che il caso aveva rivolto il suo sguardo in direzione di Pompei e del Vesuvio. Era come se il canto del suo flauto si beffasse degli uomini, il cui orgoglio e i cui sforzi erano stati annientati. A Milon venne l’inquietante pensiero che il fauno, nel giardino a Roma, avrebbe potuto vivere il declino della città imperiale e suonare sul suo flauto il canto del divenire e del tramontare, della morte e dell’eternità. Sentiva qualcosa di simile all’amicizia per questo danzatore, questo artista della vita che in tutte le circostanze conservava il suo buon umore e suonava la sua musica.

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