Milon e il leone – capitolo ottavo

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Capitolo ottavo

LA  CITTÀ  MORTA

   Fusco, il capo degli schiavi, era rispettato perché sapeva ispirare timore; ma dopo gli avvenimenti della vigilia parlava con una voce stranamente dolce e si mostrava anche amichevole. Fino a quel momento aveva avuto l’abitudine di svegliare gli schiavi con un buon colpo di bastone. Quel giorno invece si accontentò di scuotere con un piede il suo vicino e di borbottare amichevolmente:

   «In piedi, ragazzi!»

   Nelle riserve della nave c’era del pane duro e del pesce essiccato per colazione e dell’acqua in un barile riempito il giorno prima. Mangiarono, poi Fusco distribuì i compiti:

   «Serve anzitutto liberare la nave. Non si potrà navigare, ma quando Pomponiano ritornerà, è qui che si installerà con la sua famiglia. La villa per ora non può che dare riparo a topi e ratti. Al lavoro!»

   Sul battello c’erano attrezzi, cesti e scope a sufficienza e ben presto sul ponte ci fu un gran spalare e riordinare. Gli schiavi gettarono fuoribordo pietre e cenere nel letto del fiume in così gran quantità, che la nave fu presto circondata da una sorta di muraglia. Poiché le pietre vulcaniche, una volta raffreddate, pesano cinque volte meno che le altre pietre, il lavoro progrediva rapidamente. A mezzogiorno tutto il ponte era sgomberato ed era stato tracciato un piccolo camminamento che scendeva verso la riva. Dopo un breve pasto Fusco accordò agli schiavi una lunga pausa. Lui stesso si concesse un buon bicchiere di vino, poi andò a coricarsi. Milon domandò a Vargo, uno dei suoi compagni:

   «Mi accompagneresti? Ho voglia di dare un’occhiata alla città. Fusco dormirà certamente per un pezzo.»

   «Volentieri», rispose Vargo.

   Presero ciascuno un bastone per camminare più facilmente e attraversarono il Sarno. L’acqua colava in magri rivoli sotto gli spessi cumuli di pietre che avevano riempito il letto del fiume. Quando ebbero risalito i mucchi di detriti sull’altra riva Milon non poté trattenere un grido di sgomento. A perdita d’occhio non si vedeva che un deserto di pietre grigie, a tratti ancora fumanti. Là dove un tempo si stendeva la città ora non si vedeva più una sola casa, non un solo essere vivente. Il Vesuvio che si ergeva all’orizzonte sembrava aver guadagnato in altezza. Guardando con più attenzione Milon distinse delle disuguaglianze nel vasto deserto di pietre che si estendeva sotto i suoi occhi: strade e stradine della città erano riconoscibili come una sorta di trincee sassose e là dove c’erano grandi fabbricati, c’erano colline di pietre.

   «Ascolta! Non senti un cane abbaiare?» Domandò Vargo.

   Anche Milon sentiva dei latrati, sordi e non molto lontani.

   «Povero, deve essere sepolto da qualche parte e cerca di uscire», disse Vargo.

   «Vieni, proviamo ad aiutarlo!»

   S’inoltrarono tutti e due lungo un fossato, sentendo sotto i loro passi il calore delle pietre. Camminare nella città morta dove ancor ieri la vita pulsava in tutta la sua pienezza aveva qualcosa di sinistro. All’improvviso una piccola collina di pietre sprofondò molto vicino a loro; del fumo si levò. Presi dalla paura si fermarono. Era un tetto che cedendo sotto il peso delle pietre stava crollando. I latrati adesso si facevano più distinti; in una curva del fossato videro un cane che grattava in un certo posto, abbaiando lamentosamente. Vargo esclamò:

   «Cerca qualcuno, morto o vivo; il suo padrone forse è sepolto là sotto.»

   Il cane non si lasciò distogliere dai nuovi venuti; continuava a grattare, invano.

   «Vado a cercare delle pale», disse Milon.

   Poco dopo, tornò, portando delle pale, delle corde, un’anfora d’acqua e del pane. Ne gettò un pezzo al cane; questi, affamato, si precipitò subito sul cibo. Vargo disse:

   «Ho controllato il posto nel frattempo e ho tolto già un gran mucchio di pietre. Ma ho visto che è inutile tentare di liberare l’ingresso della casa, perché man mano che si scava altre pietre rotolano nel buco. La cosa più semplice è togliere qualche tegola dal tetto e scivolare all’interno.»

   I due ragazzi si misero al lavoro febbrilmente. Il cane sembrava comprendere la loro intenzione, perché aveva smesso di abbaiare. Ben presto la cenere e le pietre che ricoprivano un angolo del tetto furono buttate di sotto nel vicolo. Le tegole furono tolte con facilità e attraverso la travatura poterono guardare di sotto in un ampio locale. Milon e Vargo infilarono la testa nell’apertura. Vargo chiamò nell’oscurità:

   «C’è qualcuno?»

   Un brusio lamentoso, indistinto, saliva dalle profondità delle cantine. Il cane, che si era anch’esso fatto posto vicino all’apertura, ricominciò ad abbaiare più forte. Vargo continuò:

   «Deve esserci qualcuno vivo. Milon, tu che sei magro e leggero, aggrappati alla corda e scendi a vedere. Quando avrai trovato il sopravvissuto, ti aiuterò a risalire tirando la corda.»

   Vargo annodò la corda molto saldamente ad una trave del tetto e Milon si lasciò scivolare all’interno. Arrivato al suolo, dovette attendere un poco prima che i suoi occhi si abituassero all’oscurità. L’aria là sotto puzzava ancora molto di zolfo. Vargo continuava a spostare qualche tegola del tetto per dare un po’ più di luce. Quando i suoi occhi poterono vedere, Milon fu testimone di un quadro spaventoso. Il suolo era coperto di corpi senza vita, soffocati dai fumi solforosi. Scostando un tappeto che pendeva al muro Milon scoprì un’altra stanza, dalla quale provenivano i gemiti di un bambino. Un essere vivente in mezzo ai morti! Milon chiamò dolcemente:

   «Dove sei? Vieni da me!»

   Due piccole braccia l’afferrarono all’improvviso. Era un bambino piccolo, che tremava tutto e piangeva. Milon lo prese in braccio e provò a consolarlo. Le lacrime che gli riempivano gli occhi gli impedirono di vedere i cadaveri dei suoi genitori. Guardò verso la luce che penetrava dal tetto, dalla quale proveniva il guaito del cane; aveva circa sette anni. Milon se lo legò alla schiena con la cintura e si lasciò tirare su dal forte Vargo. Un appiglio nella travatura, i piedi puntati nel muro – e Vargo poté prendergli dalle spalle il bambino, afferrare il bambino che si protesse gli occhi con le mani dalla luce abbagliante del giorno. Il cane si mise subito a guaire gioiosamente leccandogli le mani e le gambe. Il bambino lo abbracciò, chiamandolo col suo nome:

   «Carus!»

   Milon, che era uscito dalle rovine, guardava i due amici riuniti. Vargo disse:

   «Il cane sarà di sicuro fuggito dalla città all’inizio del terremoto. Una volta passato il cataclisma avrà lasciato il suo nascondiglio per venire a cercare i suoi padroni.»

   Vargo ricoprì il tetto con le tegole, mentre Milon dava la brocca con l’acqua al bambino, il cui nome era Florus. Il piccolo bevve avidamente a lunghe sorsate e mangiò con gioia un pezzo di pane. I suoi occhi si erano di nuovo abituati alla luce del giorno; il suo sguardo, stupefatto e spaventato, percorse il deserto di pietre. Non comprendeva né quel che era successo, né dove si trovasse. Si ricordava solamente di un rumore terribile e dell’oscurità. Doveva essere svenuto per lungo tempo. Vargo disse allora:

   «È tempo di ritornare, Fusco ci sta aspettando. Milon, porta il bambino, io mi occupo del cane.»

   Quando arrivarono al battello Fusco aveva terminato la sua siesta. Aveva già avuto il tempo di notare l’assenza dei due schiavi, cosa che l’aveva fatto arrabbiare. Ma quando li vide arrivare con un cane e un bambino sopravvissuto di Pompei, non li sgridò. Quando apprese dal bambino che apparteneva a una famiglia nobile e conosciuta della città, si complimentò con Milon e Vargo per il loro coraggio. Il cane fu attaccato al battello. Florus seguiva da vicino Milon che lo aveva salvato dall’oscurità. Questi lo stese su una coperta nella nave, dove si addormentò subito profondamente.

   Vargo e Milon dovettero restare sul battello a mettere in ordine per l’arrivo di Pomponiano. Fusco e gli altri quattro schiavi ritornarono alla villa, salvando fra le rovine quello che si poteva ancora salvare. Infine nel pomeriggio un messaggero annunciò l’arrivo dei padroni. Vargo andò a portare la notizia a Fusco, che ritornò subito al veliero con i suoi aiutanti, tutti carichi di sacchi e di attrezzi.

   Pomponiano e il suo seguito arrivarono estenuati, trascinandosi penosamente. Avevano le schiene curve sotto il peso della paura e della fatica; i loro occhi si guardavano attorno smarriti. Pomponiano entrò nel battello e quando si avvide delle comodità del luogo il suo viso si rischiarò.

   Sua moglie e i suoi figli si lasciarono cadere sui soffici e confortevoli cuscini. Pomponiano non smetteva di complimentarsi con Fusco per avere così ben organizzato tutto. La parte davanti del battello, con i piccoli oblò, era stata sistemata per i padroni; sotto il ponte a poppa, nella stiva, era stato preparato un posto per ricevere i servitori e i loro figli.

   Più tardi Fusco condusse il suo padrone a vedere il bambino che dormiva vicino al suo cane sul ponte di poppa e gli raccontò come era stato salvato. Quando più tardi il bambino si svegliò e venne condotto sul ponte, Pomponiano esclamò:

   «Sei tu Florus, figlio di Attico? Solo ieri ero a casa vostra, in visita.»

   Il bambino fece cenno di sì con la testa. Adesso che riconosceva l’amico di suo padre non poté trattenere le lacrime. Pomponiano commosso lo prese tra le braccia e provò a consolarlo. Poi andò col piccolo verso sua moglie e i suoi figli, raccontò loro come Florus era stato salvato e terminò con queste parole:

   «La distruzione di Pompei mi dà un figlio; a voi porta un fratello. Da oggi vivrà con noi.»

   «E anche il cane!» Esclamò Lulla, la figlia più piccola di Pomponiano.

E così avvenne.

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