Milon e il leone – capitolo quarto

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Capitolo quarto

ARRIVO A STABIA

   L’Augusta veleggiò sul mare spinta da venti favorevoli e nessuna tempesta venne a turbare la sua traversata. Mentre la nave si avvicinava alle coste della Sicilia per attraversare lo stretto di Messina i marinai continuavano a guardare la montagna che dominava l’isola, sulla cui cima si sollevava una grossa nube di fumo a intorbidare il blu del cielo. Tyrios sorprese il padrone del battello che diceva al guardiano:

   «Il fuoco ribolle nelle viscere della Terra. Vulcano attizza la forgia degli Inferi.»

   Poco dopo Tyrios si trovò vicino a Milon, il cui sguardo era rivolto alla montagna fumante. Gli ripeté quel che aveva appena udito e di cui non aveva potuto comprendere  il senso. Milon gli disse:

   «Non posso che ripetere quello che Alkides mi ha raccontato: Efesto, che i Romani chiamano Vulcano, è il fabbro degli dei; vive nel fuoco della Terra e questa montagna deve essere il suo santuario. Tutt’intorno a qui si elevano le falesie e le isole dove il celebre Ulisse è approdato quando si è perso in mare.»

   Le coste dell’Italia apparvero ben presto alla loro destra. Quando l’Augusta attraversò lo stretto fu per Milon come attraversare una porta che si apriva su una nuova vita. Atene ormai era molto lontana dietro a lui. Un immenso mare lo separava dal suo paese natale. Era la porta dell’impero romano che s’apriva davanti a lui, su quelle profonde acque blu.

   Sulla nave il lavoro di Milon consisteva nel mettere in ordine i cordami ingarbugliati e disfare grossi nodi. Lavorava sul ponte, cosa che gli permetteva di contemplare di tanto in tanto l’azzurro del mare intorno a sé e le coste bruno-verdi illuminate dal sole. Tyrios lo raggiunse con informazioni fresche; era capace di intrufolarsi là dove nei discorsi delle persone si diffondevano le notizie. Lo avevano incaricato di portare delle brocche d’acqua e di vino e di versare da bere all’equipaggio romano, perciò aveva libero accesso dappertutto e poteva ascoltare molte conversazioni che non erano destinate ad orecchie di schiavi. Milon, che lo vide arrivare con viso serio, comprese subito che il suo amico portava una notizia del tutto particolare. Tyrios mormorò, eccitato:

   «Milon, ho appena sentito il capitano che diceva al padrone del battello: “Siccome i venti sono stati favorevoli durante la nostra traversata, potremo accostare già domani. Prima di proseguire in direzione di Roma faremo scalo in un porto chiamato Stabia. È là che abita il proprietario dell’Augusta. Vuole esaminare la nave e le mercanzie che trasportiamo. Si chiama Pomponiano; deve essere molto ricco e anche di origine principesca. Possiede parecchi battelli e una villa in riva al mare; fa trasportare derrate per l’imperatore, che conosce personalmente.”»

   Milon non sapeva proprio se quest’ultima notizia fosse piacevole o no. Questa vita da schiavo presso i Romani forse lo stava separando da Tyrios, il suo unico amico; tutto questo gli pareva ancora molto incerto e lo spaventava un po’, perciò rispose:

   «Tyrios, tu che sei così abile con i superiori, potresti fare in modo che restiamo insieme? Così, sopporterò molto meglio il mio destino.»

   «Ci proverò, Milon; ma non penso che ci separino», disse Tyrios, «sempre che Pomponiano non noti la scomparsa della statua di Afrodite. Potrebbe irritarsi e venderci tutti come rematori per le galere. Sarebbe finita per noi. In qualsiasi caso forse arriveremo a Roma dopodomani.»

   L’indomani una grande agitazione regnava sul battello. Il padrone dava ordini gridando, tutto doveva essere pulito e perfetto. Fu necessario cambiare le vele sporche o rammendate e lavare il ponte. Gli schiavi dovettero poi lavarsi e mettersi un perizoma pulito. E quando alla fine la nave entrò nel porto di Stabia tutto era di una pulizia impeccabile, come prima di una cerimonia, per accogliere Pomponiano a bordo.

   L’equipaggio era stato messo in fila e dovette gridare molto forte: «Viva Pomponiano!» appena egli lasciò la villa con tutto il suo seguito per andare alla nave. Il padrone del battello lo aspettava sul ponte e gli consegnò tre rotoli di pergamena; uno con la lista degli schiavi, un altro con quella delle mercanzie e il terzo che conteneva i dettagli del carico misterioso.

   Dopo che il nobile signore ebbe esaminato gli schiavi e fatto i complimenti al padrone per aver portato così tanti giovani in gamba che a Roma sarebbero stati venduti a buon prezzo, scese nella stiva per controllare i barili di olio e di vino. Infine si diresse col suo seguito verso poppa, dove erano depositate le statue. Il padrone della nave aveva incaricato Tyrios di tenersi pronto con caraffe, coppe e vino greco dolce per offrire da bere a Pomponiano e al suo seguito non appena fossero scesi sotto coperta. Tyrios aveva portato con se Milon come aiutante e mentre quest’ultimo doveva reggere le brocche e riempire le coppe, Tyrios le porgeva agli ospiti inchinandosi rispettosamente davanti a Pomponiano  e al suo seguito, come aveva imparato ad Atene. Ai visitatori la bevanda piaceva molto e Milon doveva continuamente riempire le coppe.

   Tutto ad un tratto Pomponiano indicò le statue e chiese di vederne una. Quando furono tolte le stoffe che la avvolgevano apparì un fauno, metà uomo e metà caprone, che danzava su una sola gamba suonando il flauto. Pomponiano, di buon umore per il vino bevuto, scoppiò a ridere e disse:

   «Non lascio all’imperatore romano questo bel tipo. Che resti a Stabia nel mio giardino, farà danzare i pesci dello stagno.»

   Il padrone della nave dette l’ordine di avvolgere il fauno nei suoi teli e di portarlo a riva. Poi, con l’aiuto di tavole e di corde, un gruppo di schiavi lo tirò fino alla villa, mentre altri li seguivano portando un barile di vino greco. Questo trasloco distrasse l’attenzione di Pomponiano a tal punto che si dimenticò di terminare il controllo delle statue. Così non notò la sparizione della dea Afrodite. Prima di lasciare il battello Pomponiano disse al padrone che desiderava portare con sé uno o due schiavi per il servizio della sua casa. Quelli che avevano servito il vino gli piacevano, voleva tenerli con sé. Tyrios e Milon, col loro piccolo fagotto sulla spalla, raggiunsero allora il seguito di Pomponiano che si dirigeva verso la villa. Dal terrazzo contemplarono la partenza della nave che, con tutte le vele issate, fendeva il mare in direzione di Roma. Tyrios mormorò a Milon:

   «Peccato, avrei preferito proseguire il viaggio; avrei dovuto nascondermi sul battello!»

   Milon rispose:

   «Il signore sembra benevolo, la regione è splendida e questa villa ai piedi della montagna mi ricorda Atene. Io sono contento di restare qui. E poi quando penso a Roma non sono tranquillo; anzi, mi viene un po’ di paura.»

   Un uomo un po’ grosso che faceva anche lui parte del seguito si rivolse allora in greco ai nuovi venuti:

   «Bene, ragazzi miei, io sono il sorvegliante degli schiavi. Il mio nome è Fusco e sono nato in Grecia anch’io. Da oggi imparerete la lingua dei Romani. Sono io che vi distribuirò gli incarichi. Se siete bravi e vi impegnate nel lavoro non avrete di che lamentarvi. Ma la frusta scende velocemente su coloro che si dimostrano pigri o ribelli.»

   Con queste parole Fusco roteò gli occhi in modo così strano che gli ateniesi riuscirono a stento a nascondere le risa. Subito Tyrios sviò il discorso:

   «Caro Fusco, faremo del nostro meglio per soddisfarti; ma dimmi, che città è quella grande laggiù davanti a noi?»

   «Come? Non conoscete Pompei, il fiore delle città romane? Sedici anni fa un terremoto ne ha devastato una parte, ma poi è stata ricostruita più bella di prima.»

   Sotto l’effetto del dolce vino greco Fusco sembrava chiacchierare volentieri e aggiunse:

   «Prossimamente andremo a fare acquisti a Pompei. Vi metterò nel gruppo dei portatori. Vedrete tutto quello che ci si trova: chioschi, artigiani, negozi. Ventimila abitanti vivono in città.»

Nel frattempo Pomponiano aveva fatto trasportare il fauno vicino allo stagno, un grande bacino di pietra nel quale nuotavano pesci meravigliosi. La statua del danzatore venne liberata dai suoi teli e posta su un muro presso il bordo. Si specchiava sull’acqua increspata così che sembrava si muovesse. Pomponiano guardava con piacere quella figura metà uomo e metà animale, che con una smorfia suonava il flauto su un solo piede. Milon disse a Tyrios:

   «Che fortuna che Afrodite non sia caduta in mano ai romani e che non si trovi qui in balia dei loro sguardi. Il fauno s’accorda meglio al loro stile; per loro la vita non è che un gioco d’azzardo.» E tra sé e sé pensò:

   «Afrodite dorme nascosta nelle acque del mar Ionio davanti al Peloponneso. Chissà che laggiù susciti l’ammirazione dei pesci.»

   Ma già Tyrios tirava Milon per un braccio, strappandolo a suoi sogni.

   «Al lavoro! Fusco ci fa segno e rotea già gli occhi… Vuole darci del lavoro.»

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