Milon e il leone – capitolo quattordicesimo

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Capitolo quattordicesimo

RITORNO AL PORTO

Quando alla fine del pomeriggio Milon si avvicinò alle porte della città attraverso una fitta folla verso la via Portuense in direzione del mare, notò dei carri con dei tiri a due che aspettavano passeggeri. Era troppo tardi per raggiungere il porto di Augusto a piedi, perciò Milon, che nei vestiti regalatigli da Tyrion appariva splendido, si rivolse ad uno dei conducenti:

«Cocchiere, puoi portarmi al porto di Augusto?«

«Con piacere nobile signore, non hai che da prender posto.»

Milon non capiva come fosse successo che quell’uomo gli avesse detto “nobile signore”. Lo fissò per un momento senza parole.

«Ah, il signore vuole sapere il prezzo della corsa? Un tiro a due fino al porto di Augusto costa mezzo Tito.»

Il cocchiere s’aspettava che Milon mercanteggiasse sul prezzo, ma non successe nulla. Egli saltò sulla panca della vettura ed esclamò:

«Andiamo!»

«Il cuscino, nobile signore, sedetevi sul cuscino!» gridò il cocchiere passandogli un grosso cuscino in cuoio.

Milon, con la tunica da schiavo arrotolata sotto il braccio, s’aggrappò con la mano libera alla vettura che si metteva in movimento.

«Cosa desiderate nobile signore, una corsa rapida o tranquilla?»

«Rapida», rispose Milon.

Prima che il carro fosse passato sotto la porta, Milon si girò per lanciare sulla città un ultimo sguardo. D’un tratto tastò la sua cintura, temendo che lo scudo d’oro non ci fosse più. Ma con suo sollievo ne sentì la forma tra le pieghe della veste.

Le ruote del carro rimbombavano sul lastricato e i ferri dei cavalli sprizzavano scintille. Una fresca brezza veniva dal mare. Milon aveva l’impressione di essere un principe in una fiaba e si mise a ridere così allegramente, che il cocchiere si girò verso di lui e gli sorrise di buon umore. Possibile che la vita sia così bella, così libera, quando si ha del denaro? Da un carro che li incrociava due graziose romane fecero un vivace gesto di saluto a Milon. Egli rispose al loro saluto e girandosi indietro le guardò sparire nei loro veli che fluttuavano al vento.

«Porto di Augusto!», esclamò il cocchiere, arrestandosi in prossimità del porto.

Milon saltò dalla vettura e tese il Tito d’oro.

«Devo andare a cambiare, torno subito», disse il cocchiere.

Ma Milon rispose:

«Non è necessario, tieni pure la moneta.»

Il cocchiere non aveva mai ricevuto una simile mancia. Guardò il “nobile signore” senza parole, cercando di capire se stava scherzando. Quando Milon levò la mano in segno d’addio, il cocchiere s’inchinò profondamente balbettando:

«Nobile, generoso, buon signore…», ma Milon si era già incamminato verso il porto. Cercò il pozzo dove doveva attenderlo Vargo e lo trovò seduto su una panca di pietra, che guardava l’animazione del porto. Milon si era avvicinato senza fare rumore e gli diede una pacca sulla spalla. Vargo spaventato sussultò e si trovò di fronte un uomo elegantemente vestito che di certo voleva sedere su quella panca e aveva voluto scacciarlo.

Milon disse allora:

«Non mi riconosci? L’abito fa l’uomo, Vargo!»

Poi scoppiò in una risata, vedendo il viso stupito del suo amico che faticava a mettere insieme il volto di Milon con gli abiti eleganti.

«Tu sembri proprio un vero, nobile signore, Milon! Cosa ti è successo, sei libero? Non vieni più sulla nostra nave?»

«No, Vargo, stai tranquillo, qui sotto al braccio ho l’altro Milon, quello cencioso. Me lo rimetto subito. Era così bello essere un signore per qualche ora, andare in carro e salutare le belle donne romane…». Rapidamente raccontò a Vargo le avventure della giornata.

Prima d’imbarcarsi, Milon si cambiò d’abito e il “nobile signore” venne legato in un fagotto con gli stessi lacci di cuoio nei quali era stato legato prima lo schiavo. A gran colpi di remi tornarono presto al battello.

L’indomani, dovettero caricare un buon numero di barili e di sacchi. Milon fu designato per fare la spola tra il porto e il veliero. Ogni volta che arrivava sulla terraferma scrutava i dintorni, ma non vide Tyrios. Florus, troppo occupato con la sua corsa di carri, non aveva certo il tempo di scendere al porto. Milon mise per l’ultima volta la sua barca in acqua. Cominciava ad annottare. Allora Milon seppe che il suo cammino lo conduceva verso l’Africa.

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