Milon e il leone – capitolo quindicesimo

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LA TEMPESTA

Era ormai una settimana che l’Alexandra, con poco carico, faceva vela verso l’Egitto, quando si levò una tempesta e fu necessario ammainare le vele. Sul ponte Vesonius e Vargo erano occupati a piegarle.

«Afferrati alle corde, altrimenti le onde ci spazzano in mare come topi!» gridò Vesonius.

Nello stesso momento un’onda si infranse sul ponte, fece cadere Vargo all’indietro e ci mancò poco che venisse gettato fuori bordo, perché la nave si era inclinata pericolosamente su un lato. Milon stava risalendo sul ponte dopo aver sistemato le vele nella stiva, quando vide Vargo aggrappato al bordo della nave, che per la tempesta aveva le vertigini e gli urlò:

«Tienti forte, Vargo! Ti vengo a prendere!»

Vesonius legò solidamente Milon con una fune ed egli, malgrado le onde che si abbattevano sul ponte, poté portare Vargo semisvenuto in salvo nella stiva della nave.

Milon si arrampicò sull’albero per raggiungere l’ultima vela che svolazzava come una bandiera strappata. Non aveva mai visto il mare infuriare in quel modo. Arrivato in cima si afferrò saldamente, contemplando le acque schiumanti che ribollivano. La sua tunica era fradicia, i lampi illuminavano il cielo e i tuoni si confondevano con il frastuono delle onde. Vesonius, che attendeva Milon da basso, rimase senza fiato quando lo vide sporgersi in avanti e provare a tirare la vela verso di sé con una mano sola. Bisognava sciogliere i nodi induriti dalla pioggia e Milon faticava molto ad allentarli. Aveva già una parte della vela sotto il braccio e si apprestava a sciogliere l’ultimo nodo, quando venne un colpo di vento. Vesonius vide qualcosa di chiaro scomparire nella tempesta: la vela era volata via. Quando Milon ridiscese a mani vuote si precipitarono nella stiva, dove Vesonius gli disse:

«Una nave che perde una vela è votata all’abisso, dicono i vecchi marinai.»

Rannicchiato nella penombra l’equipaggio attendeva che la tempesta si calmasse. La nave scricchiolava in ogni giuntura. Nessuno parlava. Guardiano e intendente sedevano vicino agli schiavi, tutti uniti per la vita o per la morte, nello stesso pericolo e con la stessa paura. All’improvviso, una voce esclamò:

«Acqua a bordo!»

Tutti saltarono in piedi agitati.

«Nella stiva più bassa arriva già al ginocchio!»

«Dei secchi! Fate catena! Aggottate!»

Dopo un breve momento di confusione i primi secchi cominciarono a salire pieni d’acqua e a ritornare giù vuoti in una catena ininterrotta. Mentre gli schiavi si passavano i secchi febbrilmente il guardiano e l’intendente cercavano nella stiva il luogo dove si trovava la falla. Alla debole luce di una lampada videro che le merci erano già sott’acqua. Quanto alla falla, non si poteva più sperare di scoprirla, la nave aveva imbarcato troppa acqua. Nonostante si continuasse ad aggottare, l’acqua arrivava sempre al ginocchio e il livello non si abbassava. Fuori la tempesta infuriava senza sosta. Lavorarono così per ore, tutti coperti di sudore. Al calar della notte il vento si calmò un po’, ma le onde scuotevano ancora il veliero senza pietà. Nonostante il lavoro incessante, nella stiva l’acqua era salita ancora di qualche spanna. A tutti era chiaro che la falla si doveva essere allargata. Il guardiano dette ordine di formare due squadre che avrebbero aggottato a turno. Milon e Vargo facevano parte del primo gruppo che poté sdraiarsi sfinito sul ponte di mezzo della nave, bere e mangiare un po’ di pane secco.

«Siamo ancora a tre giorni di navigazione da Alessandria, quanto basta per andare a fondo.» disse Milon. Vargo rispose:

«Anche se resistiamo attingendo acqua a questo ritmo per tre giorni, non è detto che questo vecchio scafo non si spezzi in due.»

Dopo un’ora di riposo andarono a sostituire i loro compagni. Il livello dell’acqua era salito ancora. Il secondo gruppo di schiavi si gettò sulle anfore d’acqua per calmare il fuoco che bruciava loro la lingua. Poi, morti di fatica, si lasciarono cadere a terra. Il gruppo di Milon aveva ripreso il lavoro con vigore. Si passavano i secchi due volte più veloci di prima, così che il livello dell’acqua sembrava abbassarsi. Ma non poterono mantenere a lungo questo ritmo e quando rallentarono il livello dell’acqua tornò a salire. Passarono tutta la notte a fare i turni. Al mattino i venti erano calati e issarono le vele. Poco a poco il mare si calmava.

Nello scafo della nave l’acqua ora arrivava alla stiva di mezzo, quella che serviva da dormitorio all’equipaggio. Benché il veliero trasportasse poco carico, lo scafo era immerso in modo preoccupante nell’acqua e avanzava più lentamente. L’aggottaggio era sempre più frenetico, era ormai una questione di vita o di morte. C’era solo una piccola barca di salvataggio a bordo, nella quale avrebbero preso posto il guardiano, l’intendente e altri due, e non era neanche certo che li avrebbe potuti portati in salvo.

L’intendente, nel caso fosse apparse una nave all’orizzonte, aveva ordinato di fare segnali di soccorso con degli stracci per chiamarla in aiuto. Gli schiavi avevano una sete spaventosa e le riserve d’acqua dolce si erano ridotte a poche anfore. Gli schiavi spossati dalla fatica e assetati non avevano lasciato molto di più. Milon, che si arrampicava bene e volentieri, in un’ora di pausa si era sistemato su uno degli alberi e scrutava con grande intensità l’ampia distesa del mare. All’improvviso gridò:

«Vesonius, mi sembra che in quella direzione ci sia un veliero!»

Vesonius s’arrampicò subito dalla parte di Milon. Non era che un debole riflesso bianco sul mare, ma senza dubbio una nave. Vesonius confermò:

«Sì, è una nave. Naviga quasi nella nostra stessa direzione. Se ci dirigiamo un poco più a est ci avvicineremo alla sua rotta.»

Milon gli disse:

«Va’ dal timoniere! Io resto qui e indicherò la direzione da seguire. È ancora lontana dietro a noi, ma mi sembra proprio che si diriga verso Alessandria.»

L’agitazione s’impadronì di tutto l’equipaggio. Al grido «Una nave!» tutti gli uomini col secchio o senza salirono sul ponte e scrutarono il mare nella direzione indicata da Milon. Tutt’ad un tratto, il guardiano urlò:

«Volete morire tutti annegati? Andate, aggottate! Non è guardando l’orizzonte che sfuggiremo alla morte!»

L’opera di aggottaggio riprese subito con nuove forze date dalla speranza. Era assolutamente necessario, perché ora l’acqua arrivava al ginocchio anche nella stiva superiore. Ormai non c’era più un solo luogo asciutto all’interno della nave dove ci si sarebbe potuti sdraiare.

Il timoniere dirigeva la nave nella direzione in cui pensava di riuscire a incontrare l’altro veliero più veloce. Milon era rimasto come pilota sull’albero e Vesonius portava le notizie dall’uno all’altro. Dopo un po’ egli esclamò:

«La direzione è buona! Ci avviciniamo, posso già distinguere le singole vele.»

Il guardiano e Vesonius avevano fissato un drappo ad un bastone che agitavano facendo mezzi cerchi per chiamare aiuto. L’intendente aveva dato agli schiavi il permesso di bere le ultime riserve d’acqua per tener saldo fino alla fine. Adesso era possibile vedere il veliero dal ponte. L’equipaggio non riusciva a contenere la sua gioia.

«Come sono attaccati alla vita tutti gli uomini! Anche il più miserabile degli schiavi la ama.» pensava Milon dal suo posto di osservazione.

«Milon!» chiamò all’improvviso dal basso la voce di Vargo.

«Qui c’è un’ultimo goccio d’acqua per te; dopo i barili e le anfore saranno vuote.»

a quell’invito Milon scese rapidamente sul ponte, perché anche a lui la sete bruciava la gola. Bevve a lunghe sorsate l’acqua dall’anfora che gli era stata offerta.

«Grazie, Vargo! Cominciavo ad avere le vertigini e per la stanchezza sarei presto caduto dall’albero. Torno ai secchi, ormai il veliero non ci sfugge più. In mezz’ora dovremmo averlo raggiunto, anche se la nostra vecchia carcassa si trascina molto lentamente.»

Ma il guardiano lo chiamò:

«Fermo, Milon! Vieni con Vesonius ad agitare il drappo.»

Dopo poco che lanciavano le segnalazioni di pericolo, esclamarono:

«Ci rispondono! Hanno capito!»

L’equipaggio si affrettò di nuovo sul ponte, ognuno voleva vedere coi suoi occhi, ma il guardiano li rinviò rudemente al loro lavoro.

Quando le navi furono talmente vicine che i marinai si potevano vedere chiaramente da un ponte all’altro, l’equipaggio del veliero doveva aver capito lo stato di emergenza dell’Alexandra. Dalle grida si capiva che volevano provare ad accostarsi fianco a fianco. Tutte le vele dell’Alexandra vennero ammainate, così che ora somigliava ad una zattera.

«Portate sul ponte tutto quello che può essere salvato!» ordinò il guardiano.

Avevano smesso di attingere acqua. Vele, corde, barili, anfore e gli ultimi resti di vettovaglie furono ammassati sul ponte. Era una fortuna che il mare fosse calmo, perché sull’Alexandra il livello dell’acqua era salito fino alla metà della stiva mediana. Quando con pertiche ed uncini d’abbordaggio si ancorò l’Alexandra all’altro veliero e qualche panca formò un ponte provvisorio, riecheggiarono di nuovo grida di gioia: erano salvi! L’intendente ed il guardiano salirono per primi a bordo della nave salvatrice e salutarono abbracciandolo il loro collega, il capitano romano del Nettuno. Venne trasportato poi ciò che si era potuto salvare ed anche la piccola barca. Quando tutto l’equipaggio fu a bordo del Nettuno vennero ritirate panche ed uncini e l’Alexandra, abbandonato alla deriva, andò incontro al lento affondamento.

Milon e Vargo erano sul ponte di poppa del Nettuno.

«Non avrebbe tenuto più di mezza giornata prima di colare a picco.»

«Avevo preparato un mezzo per salvarci tutti e tre. Vedi quel barile vuoto, ci avevo fissato un filo da pesca al quale avremmo annodato le nostre cinture.»

«Era una buona idea, Vargo, ma chi sa se quel barile non avrebbe prolungato il nostro supplizio? Sarebbe stato necessario in ogni caso che qualcuno ci avesse trovato rapidamente. E chi vede un barile che fluttua in pieno mare?»

«Hai ragione e tuttavia qualche naufrago si aggrappa ad un pezzo di legno, per quanto sia piccolo, perché è la sua sola occasione di sopravvivere. Cosa sarebbe la vita senza speranza?»

«Uno schiavo spera di avere su cento giorni difficili almeno un giorno migliore. Fino ad Alessandria, Vargo, avremmo diritto a qualche giorno buono!»

Passarono effettivamente tre giornate splendide, calme e tranquille, a bordo del Nettuno dove erano ben nutriti. Quando vide le coste dell’Africa, il guardiano dell’Alexandra radunò i suoi schiavi:

«Prima che accostiamo bisogna che sappiate che il naufragio dell’Alexandra rappresenta una grossa perdita per il nostro padrone Calpurnicus. È assai probabile che egli rinunci all’acquisto di una nuova nave. Il padrone del Nettuno acconsente di buon grado a tenerci ancora a bordo per qualche giorno. Durante questo tempo il nostro intendente e Calpurnicus decideranno sulla vostra sorte. Voi aiuterete a scaricare il veliero. Io resterò con voi fino a quando sarà presa una decisione.»

Dette queste parole il guardiano si ritirò, lasciando gli schiavi tra di loro. Vargo disse a Milon:

«Sono sicuro che Calpurnicus non comprerà un nuovo battello; ci venderà piuttosto al mercato. Non esiste luogo più vantaggioso di Alessandria per la vendita degli schiavi.»

Vargo aveva pensato giusto. Due giorni più tardi l’equipaggio dell’Alexandra veniva portato al mercato.

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