Milon e il leone – capitolo quinto

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Capitolo quinto 

GIORNATA D’ACQUISTI A POMPEI

   Due settimane erano trascorse al servizio del ricco Pomponiano. Tyrios e Milon avevano trovato nel loro nuovo padrone, uomo di età matura, quasi un amico. Con sua grande soddisfazione avevano rialzato lo zoccolo del fauno vicino allo stagno con Fusco e con il giardiniere, e non passava giorno che Pomponiano non andasse lì a rilassarsi un po’ all’ombra di un albero. La manutenzione della casa e del giardino era un lavoro gradevole, anche se risultava un po’ monotono dopo la vita ad Atene e l’emozionante traversata in nave. Spesso guardavano in direzione di Pompei e del Vesuvio. Avevano molta voglia di visitare la città, ma l’occasione non si era ancora presentata. Un giorno finalmente Fusco annunciò loro:

   «Oggi andiamo a Pompei. I quattro più giovani tra voi remeranno. Il nostro padrone viene con noi. Preparate cesti ed anfore, avremo da fare molti acquisti.»

   Tra i più giovani c’erano naturalmente Tyrios e Milon. Giù al fiume Sarno salirono sulla barca a quattro remi che Pomponiano  usava per simili viaggi a Pompei. Era dipinta di vivaci colori, con la prua scolpita e dorata, e aveva l’aria molto solida.

   Si era al termine dei grandi caldi del mese d’agosto. Da un colloquio tra Pomponiano e Fusco si venne a sapere che il signore aveva deciso di fare il viaggio quel giorno perché gli era giunta voce che il giorno precedente alcune case di Pompei erano state danneggiate da un leggero terremoto, che si era sentito anche a Stabia. Il fiume Sarno, che si getta nel mare non lontano da Pompei, era stato allargato nei pressi della città a formare un porto per le barche, dove, dopo una breve attraversata, venne ormeggiata la barca a quattro remi. Quando furono discesi dal battello Pomponiano ordinò loro:

   «Fusco, quando avrai terminato gli acquisti ritorna qui coi ragazzi. Ma concediti prima un bel bagno alle terme: ci vorranno alcune ore prima che io ritorni dalla visita ai miei amici.»

   Il signore voleva proseguire da solo, così Fusco prese i quattro schiavi con sé e andò a fare gli acquisti.

   Prima di lasciare il porto Milon osservò le barche da pesca e quelle mercantili. Ma più di tutte lo attrassero alcune imbarcazioni dorate che appartenevano a ricchi cittadini di Pompei.

   Ben presto entrarono nella città vecchia attraverso una grande porta. In confronto alle strade di Atene quelle di Pompei, lastricate con grandi pietre, sembravano a Milon piuttosto strette. Quando un carretto s’avvicinava bisognava arrampicarsi sul marciapiede al lato della strada, alto quasi fino al ginocchio. La strada era scavata come un canale ed era troppo stretta perché i carri potessero evitare i passanti. I negozi s’aprivano sulla strada e dappertutto si vedevano artigiani lavorare alacremente: alcuni cucivano il cuoio per fare cinture e scarpe, altri nelle officine battevano il rame. Splendidi copricapo per cavalli, fibbie per cinture, anelli e catenine erano esposte sulle bancarelle. Dei tavernieri attingevano vino rosso e dorato da anfore in pietra, riempiendo coppe che servivano poi con pane e pollo arrosto, o pesce fritto. Là si potevano comprare lampade ad olio di tutte le misure e accanto c’era una vasaia, seduta al centro di una bancarella di vasi e di pentole, che decantava la sua merce ad alta voce. Un venditore affaccendato agitava in aria i suoi scialli, li offriva alle signore curiose incoraggiandole a provarli.

   Attorno ad un pozzo si erano radunate con anfore e secchi delle povere donne nelle cui case non arrivava l’acqua corrente. Milon sentì che parlavano animatamente dei danni provocati dal terremoto del giorno prima. Una di loro accennò spaventata alla nube di fumo che si sollevava sul Vesuvio. Dei carretti tirati da asini trasportavano frutta e verdura che proveniva dalla campagna. Stavano per essere venduti ai mercati coperti. Presso un pescivendolo Fusco fece riempire di pesce marinato uno dei suoi vasi, presso un altro mercante comprò della farina. Nel cesto di Milon venne messo su strati di foglie di vigna un gran numero di uova. Tyrios portava due orci di olio che avevano fatto riempire al frantoio.

   Quando Fusco e i suoi aiutanti arrivarono sulla grande piazza del foro deposero un istante i loro fardelli per contemplare i templi e gli altri edifici. Delle pietre giacevano qua e là, testimoni del terremoto. Nella facciata del palazzo del governatore della città correva dall’alto in basso una grossa crepa. Milon non era sorpreso di vedere dei templi con le colonne greche: Alkides gli aveva detto come i romani in questo si fossero ispirati ai greci.

   Fusco fece loro segno e si recarono insieme verso un posto ombreggiato, dove disse loro:

   «Posate tutto qui per terra. Io ora me ne vado ai bagni, mentre i due nuovi possono approfittare di questo tempo libero per scoprire la città. Vesonius e Vargo, voi restate qua a sorvegliare le merci e a riposarvi fino al mio ritorno.»

   Milon e Tyrios s’incamminarono subito in una delle strade animate di Pompei, ammirando le case con le facciate dipinte. Ad Atene le case non erano dipinte; per loro era qualcosa di nuovo. Tutt’a un tratto delle persone uscirono da una casa. Erano vestiti molto elegantemente; le signore portavano gioielli d’oro e d’argento e sciarpe dai colori vivaci. Delle risate euforiche risuonavano in tutta la casa. I due amici si nascosero in un’apertura nel muro, dalla quale potevano osservare quelle allegre ed eleganti persone che sfilavano davanti al portone. C’erano dei bambini che lanciavano fiori ad una giovane coppia appena uscita, così che il suolo sembrava un tappeto di fiori.

   «Un matrimonio!» disse Tyrios; «se fossi ricco e felice anch’io, mi piacerebbe sposarmi.»

   Il corteo si mise in cammino in direzione del foro. Fragranze profumate si spargevano nell’aria al loro passaggio. I bambini cospargevano senza sosta il marciapiede di fiori. Una rosa cadde ai piedi di Tyrios, egli la raccolse velocemente per annusarne il dolce profumo. Poi, girandosi verso Milon, disse:

   «Che poveri diavoli che siamo! Che fortuna essere ricchi!»

   «Ce ne sono altri più poveri di noi», fece notare Milon. «Guarda quei mendicanti e quelle persone storpie che seguono il corteo zoppicando per raccogliere le monete che gli invitati a nozze gettano in aria.»

   Seguirono con gli occhi il corteo, poi si rimisero in cammino. Un odore di pane fresco veniva loro incontro. Sentivano uno strano stridio che diventava sempre più forte man mano che avanzavano. Quando svoltarono l’angolo di una casa si trovarono di fronte ad una scena curiosa: intorno ad alti cilindri di pietra videro degli uomini che con l’aiuto di pertiche di legno spingevano delle immense macine, dalle quali proveniva un terribile stridore.

   «Sono mulini», gridò Milon; «vedi la farina?»

   Siccome quattro mugnai avevano smesso in quel momento di girare, aspettando che il quinto riempisse di grano il cilindro, Tyrios domandò:

   «Fate girare a lungo questi mostri?»

   «Dal levar del sole fino al tramonto. Gli abitanti di Pompei divorano montagne di pane.»

   Dietro ai mulini un panettiere tirava fuori da un forno in pietra dei pani fumanti, che i suoi garzoni ripartivano secondo la loro taglia dentro a dei cesti.

   «Ne compro uno piccolo», disse Tyrios.

   Tirò fuori dalla sua cintura una moneta e la scambiò in fretta con un pane fresco.

   «Da dove può aver avuto questo denaro?» pensò Milon. «Ha sempre qualcosa di nascosto in quella sua cintura.»

   Tyrios divise il pane col suo amico dicendo:

   «Non c’è niente di meglio di un pane di Pompei fresco fresco, anche se ci si brucia la lingua!»

   Mangiando il loro pane se ne ritornarono in direzione del foro, dove dovevano aspettare che Fusco tornasse dai bagni. Attraversando una piazza Milon si fermò davanti alla facciata di una casa. Sull’intonaco c’era un’iscrizione rossa che decifrò e all’improvviso scoppiò a ridere. Tyrios, che non sapeva leggere, gli domandò:

   «Cosa c’è di così divertente? Forse che gli abitanti di Pompei scrivono spiritosaggini sui muri delle loro case?»

   Milon gli replicò:

   «Guarda, ci sono due iscrizioni. Quella in alto è bella e chiara e annuncia il celebre gladiatore Satrius Valens che verrà presto a combattere nell’arena di Pompei. È presentato come il preferito degli dei perché non ha mai subito alcuna sconfitta fino ad ora. L’iscrizione in basso è scritta meno bene e  commenta quella in alto: “È un miracolo, o muro, che tu non sia crollato sotto il peso di tali sciocchezze!” Questo non può che essere un nemico di Satrius Valens che voleva ridicolizzarlo agli occhi del pubblico. Mi piacerebbe molto vederli lottare tutti e due nell’arena.»

   Nel frattempo avevano mangiato il loro pane ed erano arrivati al foro. S’infilarono tra le colonne dei mercati coperti. Milon notò un gruppo di giovani all’apparenza nobili seduti all’ombra, sui gradini delle scalinate. Un magister seduto di fronte a loro li ammaestrava. Disse a Tyrios:

   «Scivoliamo dietro le colonne e andiamo ad ascoltarli.»

   «A me non interessa. Io torno dagli altri alla piazza del mercato. Fusco potrebbe tornare da un momento all’altro. Vale, Milon.»

   Vedendolo allontanarsi Milon pensò: “Pompei deve averlo impressionato davvero se a un tratto mi saluta al modo dei romani.”

   Senza dare nell’occhio scivolò dietro ad una colonna, vicino agli studenti che sedevano sulla scalinata. Sentì il maestro che parlava delle battaglie dei romani contro i barbari.

   «Cittadini Romani, siamo chiamati ad imporre la nostra potenza a tutti i popoli della Terra. Un popolo che si sottomette a Roma è come un battello che superando la tempesta arriva a buon porto. Roma è stata scelta dagli dei per governare la Terra. Ogni romano deve sapere che questo deve essere il nostro orgoglio, il nostro pensiero quotidiano: la grande, eterna Roma!»

   Milon aveva ascoltato abbastanza. Turbato attraversò la grande sala in direzione del tempio di Apollo, le cui colonne greche sembravano salutarlo. Sulla piazza davanti al tempio vide un gruppo di uomini occupati a mercanteggiare. Da un’altra parte dei mendicanti si trascinavano sui gradini delle scalinate. Un po’ più lontano delle persone giocavano ai dadi, cacciando a volte delle grida assordanti. Delle donne gironzolavano portando cesti o anfore, per vendere le loro mercanzie. Dietro a questa agitazione disordinata si ergevano le colonne slanciate che ricordavano a Milon l’Acropoli. Laggiù ad Atene però si avvicinavano al tempio solo passi raccolti e silenziosi. A nessuno sarebbe venuto in mente di bere, di giocare a dadi o di mercanteggiare davanti a un tempio. A un tratto si udì il suono di un gong e due sacerdoti grossi e grassi uscirono sui gradini del tempio per annunciare l’inizio delle offerte. Qualcuno si staccò dalla folla e percorse con noncuranza la scalinata. Spinto non dalla devozione ma dalla curiosità Milon entrò nel vestibolo del tempio. Avrebbe guardato volentieri all’interno del celio per vedere la statua d’Apollo. Ebbe fortuna, le porte del celio erano aperte. Si avvicinò un po’, com’erano soliti fare anche a Pompei. Una statua di marmo bianco si stagliava nella penombra. Era una meravigliosa statua greca che i romani di certo avevano portato qui dalla Grecia, un Apollo imprigionato qui nell’oscurità e dimenticato in mezzo al traffico affaccendato della città.

   «Via di qua, miserabile schiavo!» gli ordinò all’improvviso un guardiano del tempio con voce imperiosa.

   Milon ricevette un pugno nelle costole, barcollò tra le colonne e discese di corsa gli scalini del tempio per ritornare al foro. Lì trovò i suoi compagni preoccupati per la sua assenza, perché Fusco poteva arrivare da un minuto all’altro.

   Ma cosa stava succedendo, cos’era quel sordo rimbombo che si sentiva all’improvviso? Milon e Tyrios, seduti sul bordo di una fontana, sentirono qualcosa tremare sotto i loro piedi. Delle grida echeggiarono; la terra tremava di nuovo. La gente si precipitò fuori dalle case. Alcuni, abbandonando tutto, correvano a cercare rifugio al tempio, sul suolo benedetto. La terra tremava più forte, provocando un tumulto generale. Oltre ai boati della terra e alle grida degli uomini, si sentiva il rumore delle pietre che cadevano, delle facciate che crollavano. In quell’istante Fusco arrivò; e gridò agli schiavi:

   «Presto, al porto! Mettetevi in salvo sulla nave!»

   Aprirsi un passaggio attraverso la folla non era cosa facile, perché le persone erano prese dal panico e correvano da tutte le parti. Milon, col suo paniere d’uova sottobraccio, fu buttato a terra da un grosso oste che sbucava da casa sua. Si rialzò subito per proseguire il suo cammino, notando che un liquido giallo gocciolava lentamente dal suo cesto. Ma che importava qualche uovo di più o di meno, quando era questione di vita o di morte? Milon aveva perduto i suoi compagni, bisognava che facesse da solo il suo cammino. Non abbandonò il paniere, anche se lo ostacolava molto, e finalmente arrivò al porto. Fusco e gli altri tre avevano preparato il battello, ma Pomponiano non era ancora là. I battellieri spaventati spingevano le loro imbarcazioni in mare aperto. Qua e là uomini in fuga si aggrappavano ai battelli in partenza per salvarsi. Fusco e i quattro schiavi attendevano imperterriti il loro padrone, dando prova di una pazienza eroica; ma era impensabile di partire alla sua ricerca. Alla fine arrivò senza fiato, il viso coperto di sudore e di polvere, quasi irriconoscibile. Si sforzava di reprimere la sua agitazione e ordinò con calma:

   «Mollate gli ormeggi, salpiamo!»

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