Milon e il leone – capitolo secondo

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Capitolo secondo

LA  NAVE  AUGUSTA

    Milon arrivò al porto e si mise alla ricerca della nave romana, costeggiando le banchine scure. Malgrado l’oscurità, il Pireo non dormiva ancora. Dei marinai lasciavano le taverne per tornare sui loro battelli. Due ubriachi, che non ritrovavano più la loro imbarcazione, barcollavano lanciando imprecazioni. Dei portatori di fiaccole correvano, illuminando qua e là i volti della gente. Milon non sapeva ancora il nome della nave che cercava; come poteva trovarla nella notte? Chiamò un portatore di fiaccola, che gli venne incontro:

   «Puoi dirmi dove si trova il battello che deve partire per Roma domani?»

   Il vecchio marinaio al quale si era rivolto rispose:

   «Le navi romane sono quasi sempre ancorate davanti al porto, perché sono molto più grandi dei battelli da pesca e qui non hanno spazio sufficiente. Costeggia il porto e le troverai.»

Milon ripartì dunque in direzione del mare. Avanzava lentamente, perché ad ogni passo inciampava su cordami, pezzi di legno e sassi. Un gruppo di uomini muniti di torce camminava dietro di lui avvicinandosi rapidamente. Milon decise di unirsi a loro. Li lasciò passare avanti a sé e si stupì del loro silenzio. Si trattava per la maggior parte di giovani, una trentina circa; era un gruppo di schiavi con i loro fagotti. Tutto a un tratto, in mezzo ad essi, riconobbe il suo amico Tyrios, che credeva da un pezzo a bordo. Lo raggiunse subito e mormorò:

   «Tyrios, eccomi!»

   Tyrios si girò subito verso il suo amico e un bagliore di gioia illuminò il suo sguardo. Disse con voce sorda:

   «Gli dei siano lodati, Milon! Resta vicino a me. Il mercante ed il guardiano sono proprio dietro di noi. Il mercante è di cattivo umore perché non ha trovato tutti i suoi schiavi, gliene mancano tre: tu e altri due. Domani mattina bisognerà attendere di aver trovato quelli spariti, prima di prendere il largo. Egli non partirà prima, poiché ha già pagato il prezzo dei suoi schiavi.»

   «Bene, camminerò al tuo fianco e mi lascerò scivolare nella nave insieme a voi, senza farmi vedere.»

   «Questo non può funzionare», replicò Tyrios, «i nostri nomi sono scritti su una tavoletta di cera. Quando saremo al battello andrai in cerca del mercante per annunciarti. In città abbiamo dovuto aspettare molto tempo sulla piazza del mercato, fino a che tutti fossero riuniti. È questo che ti ha permesso d’arrivare prima di noi. Attento! Ci avviciniamo alla nave, i primi portatori di fiaccole si sono fermati.»

   Un grande veliero si stagliava nell’oscurità, lievemente illuminato dalla luce delle fiaccole. Echeggiarono dei richiami, fu calata una scala. Gli schiavi salirono a bordo su assi malferme, mentre un guardiano controllava i loro nomi sulla tavoletta di cera. Tyrios disse a Milon:

   «Ecco, adesso è il momento di andare a presentarti al mercante e al padrone della nave. Vieni, ti accompagno.»

   Entrambi andarono a prendere posto in coda al gruppo di schiavi. Tyrios, seguito da Milon, si avvicinò al mercante vestito alla romana e lo salutò con rispetto.

   «Nobile signore», disse, «ecco il mio compagno della casa di Midias, che aveva dovuto assentarsi per portare un messaggio poco prima che tu venissi a cercarci. È venuto al Pireo in tutta fretta e ti prega di perdonare il suo ritardo imprevisto.»

Milon si gettò ai piedi del suo nuovo padrone alla maniera degli schiavi. Il mercante, sorpreso da tanta educazione e finezza di linguaggio, rimase a bocca aperta, si dimenticò la sua frusta e domandò:

   «Dove sono gli altri due?»

   Tyrios rispose con sollecitudine:

   «Non ne ho la minima idea.»

   «Maledetti ragazzi!», sibilò il mercante adirato. «Che costui si faccia iscrivere sulla lista!»

Poi, con un segno della mano, il mercante mostrò loro la nave, dove si arrampicarono rincuorati per raggiungere gli ultimi schiavi.

   Discesero dal ponte per una specie di scala, che li portò nella stiva buia della nave. Era là che dormivano gli schiavi, sul pavimento di legno, con il loro fagotto come cuscino. Milon e Tyrios, cercando un luogo per stendersi, si tenevano per mano per non perdersi. Ad ogni passo andavano a sbattere contro corpi distesi, provocando imprecazioni e pugni, finché non ebbero trovato un posto. Ben presto le voci e le imprecazioni terminarono e si cominciò a sentir russare. L’aria era soffocante, l’odore di pece si mescolava a quello del sudore. Milon sussurrò all’amico:

   «Il nostro viaggio nel mondo degli Inferi; non manca che Cerbero, il cane infernale, con le sue tre teste e la sua coda di serpente.»

   Serviva molto di più ai nostri due amici perché perdessero il loro senso dell’umorismo. Milon tirò fuori dal suo sacco due pezzi di pane di spezie che Agaja gli aveva preparato e ne allungò uno al suo compagno.

   «Tieni, prendi un po’ di cibo degli dei; fin che mangeremo, avremo la certezza di non essere ancora nelle viscere di Ade.»

   Di lì a qualche istante Tyrios mormorò:

   «Milon, tu che hai imparato l’alfabeto greco e romano con Alkides, hai potuto decifrare il nome della nave?»

   «Sì, ho potuto leggere, ma non so che cosa significhi. La nave si chiama “Augusta”. Può essere il nome di una dea romana, chi lo sa, e chissà che non ci porti fino al fondo degli Inferi, alla dimora degli eroi?» Lo sciabordio monotono delle onde contro il battello cullava i due amici, le cui palpebre pesanti per le fatiche del giorno ben presto si chiusero.

   L’indomani di buon mattino il Pireo ronzava di un viavai incessante. Alle prime luci del giorno un guardiano e due aiutanti avevano lasciato il veliero per recarsi ad Atene, alla ricerca dei due schiavi mancanti. Quando li trovarono e tornarono tutti e cinque, il sole era già alto nel cielo. Una buona brezza soffiava, gonfiando le vele in direzione del mare. I due ritardatari, incatenati, salirono la scaletta della nave dove furono ricevuti a colpi di frusta. Il mercante schiumava di rabbia e ordinò di gettare i due schiavi, così com’erano, nella stiva buia per tutta la durata della traversata. Milon tremò all’idea di aver rischiato di essere il terzo a subire la stessa sorte. Con compassione guardò i poveracci sprofondarsi nelle viscere del battello.

Come sempre una folla di curiosi si affrettava all’imbarcadero per assistere alla partenza del veliero. Si sentivano gridare gli ultimi ordini:

   «Mollate gli ormeggi!»

   Fu allora che si vide affrettarsi una piccola vecchia vestita di nero. Portava una boccetta d’olio che versò nell’acqua, vicino alla nave, mormorando delle parole un po’ dette, un po’ cantate. Poi si mise a fare dei gesti per scongiurare gli spiriti dell’aria e del mare. Rivolgendosi al dio del vento lo pregò d’essere clemente verso il veliero. L’olio consacrato che aveva appena versato era destinato a Poseidone, dio del mare, affinché accordasse al battello una traversata pacifica. Dopo di ciò la vecchia si spostò indietro di qualche passo e contemplando la nave romana si mise a chiamare con voce sottile:

   «Milon! Milon!»

   La figura del giovane ragazzo si stagliò sul ponte, saltò flessuosamente sull’albero di poppa e si mise a fare dei segnali con un fazzoletto chiaro, descrivendo dei cerchi sopra la sua testa.

   L’ultima vela fu issata, fu levata l’ancora e la nave cominciò a scivolare dolcemente verso il mare aperto. La vecchia donna, scossa dai singhiozzi, fece qualche passo lungo la banchina seguendo il battello e balbettò:

   «Mio povero Milon, dove ti porteranno? Non ci rivedremo mai più!»

   Sul battello intanto il fazzoletto chiaro era sparito. Agaja, che non poteva più trattenere le lacrime, si accasciò su un mucchio di corde e pianse. Ogni volta che alzava la testa il veliero era sempre più piccolo all’orizzonte. La moglie di un pescatore che passava di là con un paniere ricolmo di pesci per andarli a vendere ad Atene la riconobbe. Non era forse una delle sue migliori clienti? Le si avvicinò:

   «Agaia, cosa fai qui, cos’hai dunque da piangere così? Le tue gambe non hanno forse più la forza di riportarti a casa? Vieni Agaja, facciamo la strada insieme.»

   La vecchia si rialzò. Si vergognava di essere stata sorpresa in questo stato pietoso. La presenza amichevole della moglie del pescatore, mitigando il suo dolore, la spinse a raccontarle la sua pena:

   «Sono venuta per accompagnare alla nave i nostri giovani ragazzi, Milon e Tyrios. Era da sette anni che mi occupavo di Milon come di un figlio. Ed ecco che la nostra padrona lo ha venduto e la sua nave è in viaggio verso Roma. Quanto a me, io sono vecchia e dato che il mio padrone è morto me ne ritornerò da mio fratello a Delfi, dove sono nata.»

   E mentre si mettevano in strada, Agaja proseguì:

   «Sono molto contenta di tornare con te ad Atene. Ma prima bisogna che prenda nella mia boccetta un poco di quest’acqua sulla quale Milon rema ora. Ogni giorno la terrò tra le mani quando pregherò.»

   Dette queste parole fece qualche passo verso la riva, immerse la boccetta nell’acqua e la mise sotto al braccio come la cosa più preziosa al mondo. Poi insieme alla moglie del pescatore si mise in cammino verso Atene e di tanto in tanto si volgeva, scrutando il mare dove il veliero era sparito lentamente all’orizzonte.

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