Milon e il leone – capitolo sesto

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Capitolo sesto

IL VESUVIO LA FA DA PADRONE

   Pomponiano sedeva a prua, lo sguardo raggelato. Nessuno parlava; solo il cigolio ritmato dei remi che s’immergevano nell’acqua si mischiava ai rumori della città da cui si allontanavano a poco a poco. Pomponiano non toglieva gli occhi dalla montagna del Vesuvio che si ergeva sopra la città. Una nube gigantesca che s’ingrandiva sempre più ne coronava la sommità. Era a tratti bianco-ovattata, a tratti grigio-bruna, come macchiata di ceneri o di terra. Poi, d’un tratto, avvenne come se lingue di fuoco lambissero il cratere e la montagna fu solcata da lampi. Milon remava. Era anche lui girato in direzione del Vesuvio che sembrava sputar fumo, vapore e fuoco. Questi fenomeni inquietanti lo affascinavano. La nube s’avvicinava a Pompei. Fusco, che teneva il timone, gridò improvvisamente a Pomponiano:

   «Signore, questa è una pioggia di cenere; speriamo di non essere presi in una pioggia di fuoco.»

   Erano come fiocchi di neve grigia, alcuni leggeri, altri più pesanti, che si trasformavano in fine polvere di cenere sulla mano. Al’improv-viso, come grandine, pezzi di pietre incandescenti si abbatterono fischiando attorno a loro e sul battello. Finalmente arrivarono a Stabia e attraccarono vicino alla grande nave di Pomponiano. Questi aveva ormai perduto tutta la sua calma e tutta la sua dignità. Fuori di sé dallo spavento ordinò:

   «Presto, alla città! Se pietre più grosse e più incandescenti si mettono a cadere tutti i miei beni prenderanno fuoco. Caricate nella mia nave tutto quello che può essere salvato. Partiamo per il mare aperto.»

   Nella villa regnava il caos più totale: la famiglia e i servitori di Pomponiano erano in preda al panico. La moglie di Pomponiano, che credeva suo marito morto, si gettò tra le sue braccia piangendo. Egli ripeté i suoi ordini. Si cominciò subito a trasportare bagagli, casse, provviste, fagotti, stoffe e tappeti fino alla nave. Alla cenere calda si mischiavano ora pezzi di pietra che cadevano sempre più numerosi. I portatori si dovettero proteggere la testa camminando. Milon si chinò per esaminare uno di questi sassi che venivano a cadere ai suoi piedi. Lo prese in mano; era bollente, ma straordinariamente leggero, ed emanava uno sgradevole odore di zolfo. Non erano pietre strappate alle rocce della montagna; assomigliavano piuttosto a delle scorie, a residui delle fornaci di Efesto, il dio del fuoco. Ma non era il momento di riflettere, bisognava agire. Milon riprese il suo fagotto e dirigendosi verso il battello vide una barca che s’avvicinava. Un personaggio nobile e distinto di età avanzata ne discese e s’informò:

   «Pomponiano è in casa?»

   Milon assentì con un segno della testa e lo straniero salì i gradini della villa col suo seguito. Milon aveva deposto il suo fardello nella nave. Vide due servitori spruzzare le tavole della nave e spazzare il fango grigio e fumante delle ceneri. Poi risalì prontamente alla villa con un grembiule di cuoio sulla testa per proteggersi dalla caduta delle pietre. Arrivò alla casa nel momento in cui Pomponiano ne usciva per salutare il suo ospite. Dovevano essere buoni amici, perché Pomponiano lo abbracciò esclamando:

   «Plinio, che bella sorpresa! È nella mia casa che gli dei ti inviano in quest’ora fatale.»

Lo straniero, che era di alta statura, sorrise e facendo con la mano un gesto rassicurante domandò:

   «Cosa succede qui da voi? Siete tutti così agitati. Non è certo perché una montagna sputa della cenere che è la fine del mondo. E tu, mio vecchio amico, non starai per questo partendo in mare con tutti i tuoi beni per ritornare tra qualche ora?»

   Pomponiano confuso biascicò qualche parola, mentre il suo ospite proseguiva:

   «Mio caro amico, volevo recarmi nella tenuta di Cessus Bassus risalendo il fiume; ma questa pioggia di pietre mi ha condotto da te. Mangiamo e beviamo insieme aspettando tranquillamente che il Vesuvio si calmi.»

   A queste parole Pomponiano si tranquillizzò e ordinò subito a Fusco di interrompere il viavai verso il battello. Poi, rivolgendosi al suo ospite:

   «Plinio, amico mio, ti credevo a Roma. Quali sono dunque le ragioni che ti portano da queste parti?»

   «Sono a Misenum non lontano da qui, sulla riva di fronte, come  comandante della flotta dell’imperatore. Talvolta mi prende la voglia di rivedere i miei vecchi amici per proteggerli dalle stupidaggini che rischierebbero di commettere.»

   Entrarono in casa. Fusco, che aveva ascoltato la conversazione, disse agli schiavi con aria importante:

   «È uno dei più alti dignitari fra i Romani. Ha migliaia di uomini ai suoi ordini e non teme nulla e nessuno. Se la terra si aprisse spalancandosi davanti a lui, non tremerebbe neppure.»

   Fusco aveva appena finito di parlare che la pioggia di pietre raddoppiò d’intensità, rompendo le tegole sul tetto. Fusco inviò Milon e Tyrios in cucina, per preparare un pasto degno del loro ospite.

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