Milon e il leone – capitolo settimo

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Capitolo settimo

LA FINE DEL MONDO

   Dopo ch’ebbe terminato di servire il pasto Milon ebbe un momento di libertà per andare a vedere quello che faceva la montagna. Si riparò sotto una sporgenza del tetto davanti alla casa. Il giardino era ricoperto di una coltre di cenere che arrivava all’altezza delle caviglie. Benché fosse pomeriggio c’era molto buio. Fiamme si innalzavano dal Vesuvio oltre le nubi di fumo; era come se tutta la montagna bruciasse. Pomponiano, la sua famiglia e il generale Plinio avevano terminato il loro pasto. Uscirono anch’essi sulla scalinata. Uno di essi esclamò, spaventato:

   «La montagna va tutta a fuoco!»

   Ma Plinio disse con un tono rassicurante:

   «Non sono che le fattorie costruite sui fianchi del Vesuvio che bruciano. Andiamo a riposarci un po’. La montagna cesserà ben presto il suo strepito. La collera degli dei è come quella degli uomini, non dura a lungo.»

   Con queste parole rientrarono. Plinio venne condotto in una camera che dava sul cortile interno e si addormentò subito. Fuori la pioggia di cenere e pietre continuava.

   Circa un’ora più tardi un terremoto scosse la casa così fortemente che sembrò che i muri sprofondassero nel suolo. Si sentirono poi degli scricchiolii tali che tutta la famiglia terrorizzata uscì sotto il pergolato. Qualcuno andò a svegliare Plinio, ma la coltre di cenere e pietre era tale che si faticò ad aprire la porta della sua camera. Plinio adesso era obbligato a riconoscere l’aggravarsi della situazione. Era pericoloso restare nella casa, che minacciava ad ogni istante di crollare. Pomponiano e Plinio si misero a pensare alla direzione da prendere per fuggire da Stabia. Correvano voci infatti che il fiume non fosse più praticabile per le grosse navi. I passaggi in acque poco profonde erano ostruiti da ammassi di cenere e rocce. Quanto ai piccoli battelli, si sconsigliava loro di andare verso l’alto mare, perché le correnti e i venti contrari erano troppo violenti.

   All’improvviso qualche trave cedette e delle tegole caddero dal tetto. Allora, dopo molte esitazioni, si decise di fuggire attraverso i campi, verso sud-est, il più lontano possibile dal vulcano infuriato. Plinio era il solo a conservare una calma incrollabile. Pomponiano esclamò:

   «Se la casa crolla, saremo sepolti vivi!»

   Cercando di proteggersi dalle pietre che cadevano dal cielo ognuno si fissò sulla testa o un cuscino, o un cesto messo alla rovescia. Si dette ordine agli schiavi di portare bevande, alimenti e coperte. Era notte fonda quando questo corteo spettrale, illuminato da qualche lampo vacillante, lasciò la villa. Quando arrivarono presso lo stagno un chiarore lontano illuminò il cielo. Milon vide allora il fauno che danzando nella cenere continuava a suonare il flauto. Sembrava ridere del terrore dei fuggitivi.

   La piccola truppa avanzava lentamente e a fatica attraverso i campi ricoperti da una spessa coltre di cenere e pietre. Qualcuno scivolava, altri cadevano e bisognava aiutarli a rialzarsi. I pianti e i gemiti dei bambini si mischiavano alle grida di paura che accompagnavano la pioggia battente di pietre. Ognuno seguiva l’altro da vicino per paura di perdersi. Fusco, seguendo le direttive di Plinio, conduceva il corteo in direzione del mare, dove speravano di trovare la salvezza. Si procedeva sempre più lentamente, perché oltre agli ostacoli che trovavano, quell’aria carica di polvere e cenere cominciò a rendere difficile la respirazione. A un certo punto Plinio sfinito cadde a terra. Tyrios lo distese su una coperta. Plinio domandò dell’acqua fredda, gli porsero una brocca e bevve due sorsate. Il vento soffiava con forza, portando un odore di zolfo che bruciava la gola. Non ci si poteva fermare, bisognava riprendere la fuga. Plinio si rialzò, appoggiandosi a Tyrios e a Milon, ma subito crollò a terra, morto. Tutti furono presi dal panico. Che fare? Si poteva solo andare avanti, così si dovette abbandonare il celebre defunto non lontano dalla riva del mare avvolto in una coperta, senza guardiano che lo vegliasse. Man mano che si allontanavano dal Vesuvio la pioggia di pietre si faceva meno fitta; ma la cenere continuava a cadere come neve d’inverno. Ci fu di nuovo grande agitazione quando la moglie di Pomponiano cadde a terra, nonostante fosse sostenuta da una schiava e da suo marito. Persa la calma ella gridò:

   «Non ci sono più dei in cielo! È arrivata l’ultima notte, la notte delle tenebre eterne che stanno per inghiottire la Terra intera!»

   Alla fine la adagiarono con cura su una coperta e quattro schiavi la trasportarono. Pomponiano con le due figlie le camminavano accanto e cercavano di calmarla, perché  non si abbandonasse alla disperazione. Lentamente la grossa nube di cenere finì per dissiparsi, lasciando filtrare dapprima un flebile chiarore. Poco dopo si aprì una larga fascia luminosa mostrando in cielo il sole del tardo pomeriggio. I fuggiaschi avanzavano vacillando coperti di polvere in un paesaggio di morte. Con l’aumentare della luce una scintilla di speranza si accendeva nel cuore dei sopravvissuti; ma la terra tremava ancora di tanto in tanto. Alle loro spalle, in direzione di Pompei, tutto era avvolto nelle tenebre. Un rombo lontano lasciava presagire la spaventosa rovina della fiorente città.

   All’improvviso i contorni di un albero di arancio apparvero spettrali davanti agli occhi dei fuggitivi. I suoi frutti giallo oro spiccavano tra il fogliame grigio, come sorti da un irreale passato. Vicino all’albero c’era un fienile, le cui travi avevano resistito al tremito della terra. Pomponiano dette l’ordine di fermarsi e disse:

   «Ci fermiamo qui. Preparate il necessario per dormire per i padroni dentro il fienile. Passeremo qui la notte. Chissà che domani mattina non sia possibile ritornare alla villa.»

   Fu prima necessario sgomberare le pietre e la cenere che sbarravano l’entrata della capanna. Il sole basso che tramontava sul mare uscì dallo strato di nuvole e fece apparire come per incanto un irreale paesaggio di cenere e di nubi di fumo rosso fuoco. Tyrios si arrampicò sull’albero d’arance e ne scosse i rami. Si sollevò una nube di polvere e caddero diversi frutti. Tyrios li depose nel suo cesto dopo averli puliti. Poi li andò ad offrire ai suoi padroni, che li accolsero con riconoscenza e li mangiarono come doni inaspettati di una terra divenuta infernale.

   «Tyrios sa farsi apprezzare dai padroni», pensò Milon, che nel frattempo aveva preparato un giaciglio di paglia fuori per i servitori. Il fienile conteneva paglia sufficiente per tutti. Fusco, che s’era avvicinato, gli disse:

   «Milon, tu fai parte del gruppo che ritorna a Stabia questa sera stessa. Pomponiano non vuole che la nave coi suoi beni resti senza sorveglianza. Tieniti pronto a partire.»

   Dopo tutte le prove della giornata Milon avrebbe preferito mille volte stendersi sul giaciglio che stava preparando.

   Poco dopo Fusco si diresse verso il mare seguito da sei giovani schiavi. Sperava di trovare più facilmente il cammino di ritorno di notte seguendo il litorale. Il sole era scomparso nel mare e si era spento. Solo Fusco aveva una lampada ad olio, la cui fiamma era protetta dai venti con un vetro. La riva del mare era ricoperta di pesci morti, secchi, lasciati dalle onde sulla lava ora fredda e dura. Lunghe strisce di pietra nera si erano insinuate nelle acque prendendone il posto. Tyrios era rimasto al servizio dei padroni e ora Milon sentiva la mancanza del suo compagno, col quale aveva fino ad allora condiviso gioie e dolori. Gli schiavi seguivano la luce della lampada ad olio senza parlare. La pioggia di pietre e di cenere era cessata, solo il vento sollevava a momenti delle nubi di polvere che rendevano difficile la respirazione. Milon spossato aveva l’impressione di dormire camminando, di cadere; ma andava avanti lo stesso. Altri fuggitivi che come loro avevano scelto la riva del mare gli venivano incontro. Fusco li fermò per interrogarli. Quello che raccontavano era terribile:

   «Pompei è interamente sepolta! La città è coperta da una coltre funerea di ceneri. Non c’è più anima viva. Migliaia di persone sono sepolte sotto le rovine delle case. Un fiume di lava incandescente è colato dal Vesuvio fino alla città.»

   I fuggitivi sconsigliarono a Fusco di proseguire in direzione della città:

   «Laggiù, non troverete che morte e distruzione.»

   Fusco domandò cosa ne fosse stato del fiume Sarno. Uno degli uomini gli spiegò:

   «È costeggiando il fiume che siamo riusciti a lasciare la città. Il suo letto è ricolmo di pietre. È quello che ci ha salvato. Noi abitiamo vicino al fiume e abbiamo aspettato troppo per partire; la nostra casa è stata seppellita, ma alla fine abbiamo potuto aprirci un varco in mezzo alle rovine e ci siamo dati alla fuga.»

   Dopo queste poche parole si affrettò a raggiungere il suo gruppo. Fusco tentava di riprendere coraggio:

   «In meno di un’ora saremo alla nave. Là, potremo dormire.»

   Fusco e i suoi uomini s’avvicinavano alla villa. Che terribile spettacolo li attendeva: tutta la tenuta era coperta di ceneri e pietre fino ad altezza d’uomo. I muri da un lato della casa erano crollati; il tetto era totalmente distrutto, lo stagno e il fauno erano sepolti. Della nave non si vedeva affiorare che la punta dei due alberi, il resto era scomparso sotto la collina di detriti che ricopriva tutto. Al di là del Sarno, dove si trovava la città, si vedevano elevarsi delle fiamme: alcune case bruciavano ancora. Il vento per fortuna spingeva il fumo in direzione opposta. Fusco e i suoi aiutanti cominciarono a scavare un passaggio verso il battello al chiarore della lampada ad olio, cosa che non era affatto semplice. Doveva essere quasi mezzanotte quando un’apertura fu liberata; poterono finalmente scivolare nello scafo. Nulla era stato danneggiato all’interno. Tutte le merci e tutti i beni di Pomponiano erano al loro posto, intatti. I servitori, distrutti dalla fatica, si lasciarono cadere subito sui tappeti. Fusco riempì ancora la sua lampada ad olio; fu l’ultimo a coricarsi. Milon non poté addormentarsi così rapidamente come i suoi compagni. Tentava di riordinare nei suoi pensieri gli avvenimenti della giornata. Prese dalla sua cintura la medaglia che Alkides gli aveva donato al momento del loro addio sull’Acropoli e se la premette sulla fronte. Si sentì liberato dalle paure della giornata e voleva ringraziare gli dei, ma non riusciva a trovare le parole per farlo. Era come se il legame con gli dei di Atene fosse stato rotto. Gli dei romani gli parevano nemici degli uomini, dal momento che avevano permesso una cosa terribile come quella che aveva vissuto oggi. Milon cercò di sussurrare dei frammenti di frasi che gli si erano impressi nella memoria durante i sacrifici celebrati sull’Acropoli. Allora, per un attimo, egli vide di fronte al proprio occhio interiore i templi luminosi e chiari. Ripose delicatamente la medaglia nella tasca della cintura. Sentiva che l’Impero romano non avrebbe mai potuto dargli una nuova patria. E con un acre sapore di cenere sulla lingua si addormentò.

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