Milon e il leone – capitolo terzo

Hits: 26

Capitolo terzo

IL CARICO MISTERIOSO

L’Augusta costeggiava da parecchi giorni le coste del Peloponneso,

sospinta da venti favorevoli. A bordo qualche schiavo, tra cui Milon e

Tyrios, aveva imparato ad alare le funi e ad arrampicarsi sui pennoni

per sciogliere le vele, o disporle secondo la direzione del vento. Così

essi avevano accesso al ponte di poppa, là dove erano custoditi oggetti

misteriosi, impacchettati in stoffe e coperte. Nessuno sapeva

quello che vi era nascosto, ma ognuno provava ad indovinare e tutti

erano dello stesso avviso: siccome il carico era sorvegliato notte e

giorno da soldati dell’imperatore romano, quello che nascondeva

non poteva che essere qualche bottino prezioso rubato alla Grecia.

Una sera, steso sul pavimento nella stiva della nave, Tyrios propose

a Milon:

«C’è la luna piena che illumina la notte e io non ho nessuna voglia

di dormire. Se provassimo a scivolare fino a poppa per esplorare il

carico segreto? Sono così curioso di sapere quello che è nascosto

sotto quei tessuti e sotto quelle coperte!»

Milon, subito d’accordo col suo amico, disse:

«Proviamo a infilarci nel boccaporto posteriore. Ma se le vele non

sono tutte abbassate, il pilota sarà ancora al timone e può darsi che

ci senta arrampicarci.»

Tyrios replicò:

«Basta che uno di noi lo tenga d’occhio. Quando i venti calano non

resta al timone, ma fa volentieri qualche passo, oppure va a sedersi

vicino alla vedetta. Vieni, andiamo a vedere com’è la situazione. Coi

miei capelli neri potrò osservare tutto senza essere visto.»

Tyrios, seguito da Milon, partì a tastoni in direzione della poppa del

veliero. Urtavano qua e là qualche oggetto, ma nessuno immaginava

che cosa fosse; i cigolii e gli scricchiolii incessanti del battello li

proteggevano. Ad un certo punto videro una debole luce che proveniva

dalla cabina del pilota. Tyrios si sollevò sulla punta dei piedi e a un

tratto Milon lo vide scomparire attraverso il boccaporto. Poco dopo

la sua testa riapparve nell’apertura; sussurrò:

«Milon, il pilota è con la guardia. Andiamo!»

Quando si furono accovacciati sul ponte, nell’aria fresca della notte,

videro la guardia e il pilota seduti in piena conversazione. Non

c’era pericolo. Strisciarono allora fino al carico misterioso e si misero

subito in azione. Sciolsero le corde che legavano i drappi e i teloni. Di

tanto in tanto Tyrios si assicurava che né la guardia né il pilota stessero

per sorprenderli in flagrante delitto. Milon, scelta una forma allungata

di grandezza media, la sciolse dalle corde. Quand’ebbe tirato

via l’ultimo telo non poté trattenere un grido soffocato. Il viso di

marmo di una dea era apparso al chiaro di luna:

«Afrodite! I Romani l’hanno rubata e avvolta in vecchi teli sporchi.»

Milon era sconvolto. Passò il suo braccio attorno al freddo marmo

con devozione. Rivedeva l’immagine di Afrodite, la dea della bellezza,

in un piccolo tempio d’Atene, innalzata sopra un tappeto di fiori,

protetta da un cerchio di colonne. Mentre contemplava la statua

della dea, che i Romani avevano così perfidamente disonorato, un

sentimento misto di dolore, di compassione e di collera montava in

lui.

Nel frattempo, Tyrios era riuscito ad infilare le sue dita sotto il tessuto

che nascondeva un secondo oggetto e a tastoni lo aveva riconosciuto:

«Una testa, un braccio, anche qui. La nave deve essere piena di statue

rubate. Ho sentito dire che all’imperatore romano piacciono

molto e le usa per decorare i giardini delle sue ville e dei suoi palazzi.»

Milon aveva tolto i teli che avvolgevano Afrodite ed entrambi la

osservarono muti al chiarore della luna. La statua stesa sul pavimento

rivolgeva i suoi occhi di pietra verso il cielo; i suoi sguardi sembravano

perdersi in mezzo agli astri.

«Bisogna che Afrodite resti in Grecia», dichiarò Milon fra il mormorio

delle onde. «Che ne pensi Tyrios, forse in due siamo abbastanza

forti per gettarla fuori bordo, nelle acque che bagnano ancora la costa

greca? Così saremmo sicuri di proteggerla dagli sguardi indegni.»

«Sono pronto», mormorò Tyrios, «ma se ci facciamo prendere sarà

la catastrofe! Lasciami prima andare a vedere quello che fanno la

guardia e il pilota.»

Tyrios si intrufolò tra le statue, agile come un gatto, e ritornò presto

rassicurato:

«Sono entrambi distesi su delle pelli di montone e si passano una

brocca di vino dalla quale bevono a turno. Ridono e discutono

raccontandosi storie sciocche. Sono molto occupati; passiamo all’azione.»

La statua non era alta quanto un uomo e siccome i due ragazzi

erano molto forti la sollevarono senza troppa fatica. I teli stesi sul

suolo attutivano gli scricchiolii delle tavole. Tyrios lanciò in mare un

telo che era sudicio. Era contento, questa avventura giocava un bello

scherzo ai Romani. Milon sentiva le cose diversamente, per lui era

più che un’avventura: quello che facevano era un’azione importante.

La statua della dea gli ricordava i sacrifici a cui aveva preso parte durante

tutta l’infanzia e la giovinezza e adesso aveva il sentimento di

agire in nome della Grecia e dei suoi dei. Era giusto che Afrodite fosse

restituita al mare e alle coste del Peloponneso. Si ricordava quello

che Alkides gli aveva raccontato a proposito della dea che era apparsa

nella schiuma delle onde e la cui bellezza aveva ispirato le opere

degli artisti greci. E Milon mormorava tra sé e sè:

«Tu che sei sorta dalle acque della Grecia, ritorna ora alle acque

greche.»

Se non avesse avuto paura che Tyrios si burlasse di lui, si sarebbe

inginocchiato davanti alla statua di marmo per pregare; era così bella nel

chiaro di luna, cullata dolcemente dal ritmo delle onde! Riuscirono

a spingerla fino al bordo del battello, la sollevarono e la lasciarono

cadere delicatamente. La dea rimase un istante orizzontale sulla

superficie dell’acqua scura, poi sprofondò. Nella caduta lo zoccolo

di marmo nel quale era stata scolpita aveva urtato contro lo scafo

della nave, provocando un gran baccano che spaventò i due ragazzi.

La guardia e il pilota si alzarono subito; si diressero in fretta verso il

luogo da dove era venuto il rumore. Tyrios prese Milon per il braccio

ed ebbero appena il tempo di nascondersi in mezzo alle altre statue,

sotto uno dei teloni che aveva avvolto Afrodite. La guardia e il pilota

erano ormai molto vicini a loro, avrebbero potuto toccarli con un

piede. La guardia era molto nervosa:

«Cosa sarà stato questo baccano? Sembrava un pennone che si

spezzava; ma non c’è vento.»

Il pilota rispose:

«Nessuno uomo ha potuto fare un simile baccano. Forse è una di

queste statue di marmo che è rotolata? Però ci vorrebbero ben altre

onde per riuscire a muoverle e qui sono tutte ben allineate… ma,

per Orco! Cosa c’è qui? Un posto vuoto! Non c’era una statua qui

questa sera? Per Orco, è sparita; qui ci sono i fantasmi! Vado a cercare

una lampada per esaminare la cosa più da vicino.»

La guardia, che aveva paura dei fantasmi, si affrettò ad aggiungere:

«Vengo con te a cercare delle torce, qui succedono cose inquietanti.»

I due si affrettarono verso prua per accendere le loro torce sulle lanterne

che bruciavano giorno e notte. Tyrios e Milon colsero subito

l’occasione e gettarono fuori bordo i teli che restavano per non lasciar

tracce. Poi, saltando per il boccaporto, sparirono nello scafo

della nave.

Una volta stesi sul pavimento, sani e salvi, si sentivano il cuore battere

in gola. Tyrios stentava a dominare la sua gioia. Che buon colpo

avevano messo a segno! Nella sua eccitazione martellava l’amico di

pugni nelle costole. Milon sentiva ritornare in lui la calma, accompagnata

da un benessere profondo; avevano salvato la dea della bellezza.

In alto sul ponte di poppa intanto due uomini vagavano ancora di

qua e di là illuminando con la loro lanterna ogni angolo. Arrivati al

luogo in cui giaceva la statua della dea s’arrestarono. La guardia,

lanciando sguardi timorosi tutt’intorno, disse:

«È partita, non ritornerà! Se mi ricordo bene era Afrodite che giaceva

qui, la più preziosa delle statue. La sua scomparsa è un cattivo

presagio per la nostra traversata. Ho spesso viaggiato sui mari con

carichi di cereali, di olio, di vino o di legno, ma mai ancora con statue

di dei. Mi domando se arriveremo sani e salvi.»

Il pilota rispose:

«Per Orco e per Cerbero cane degli Inferi, c’è del losco qui, non

c’entrano solo le forze della natura. Chi sa che non ce ne sparisca

una ogni notte. Tremo già pensando a domani sera. Vieni, andiamo a

prua; il timone è ben fissato e non ha bisogno di me. Lascia bruciare

la lanterna, vado a riempire un’altra brocca di vino.»

«D’accordo», disse la guardia, «ma prima promettimi che non racconterai

ad anima viva quello che è successo stanotte. Nessuno deve

saperlo. Non si accorgeranno di una dea in più o in meno, se la

cosa non si ripete. Aiutami, mettiamo una panca di legno al suo posto,

così il padrone non noterà la scomparsa di Afrodite. E quando a

Roma sbarcheremo il carico faremo finta di niente!»

La cosa si concluse là e dove prima c’era Afrodite venne messa una

panca di rozzo legno. Sopra ci misero delle vele che venivano issate

solo con venti più deboli e nessuno si accorse che la dea era fuggita.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *