Milon e il leone – capitolo tredicesimo

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Capitolo tredicesimo

RIVEDERSI A ROMA

Nel viaggio sul lastricato della via Portuense i cavalli, nella fresca aria mattutina, andavano di buon passo. Milon si stupì della larghezza della via e del vivace traffico alla mattina presto.

«Cosa vai a fare a Roma?» domandò il cocchiere seduto sulla panca vicino a lui.

«Vado a far visita ad un amico che è servitore del celebre Pompo- niano.»

«Pomponiano? Il proprietario di un gran numero di navi che fanno servizio a Portus Augustus? È un uomo molto ricco.»

«Sì, è di sicuro lui. Mi sai dire come posso trovare la sua casa? Roma è una città immensa e io non ci sono mai stato.»

«Accompagnami fino al mercato, di là si vede il colle Capitolino. La sua villa è costruita ai piedi della collina. Te la indicheranno senza difficoltà.»

Quando finalmente entrarono nella città con i suoi colli coperti di edifici, i suoi templi e i suoi palazzi, Milon era stupito dalla sua grandezza e dal formicolio delle persone. Il frastuono delle grida, dei rumori e dello strepito dei carri era più assordante di quanto avesse mai udito ad Atene. Sulla piazza del mercato salutò il carrettiere, che gli indicò la via:

«Vedi il Campidoglio sul colle, quella fortezza dai numerosi templi? Va in quella direzione e laggiù fatti indicare la villa di Pomponiano.»

Milon non dovette fare molte domande e ben presto si trovò davanti al portale d’ingresso di una proprietà. Su una lastra di pietra lesse a fatica il nome Pomponiano. Rimase lì un po’, indeciso. Un rumore di passi si avvicinava. Milon si tirò indietro e si strinse contro il muro. Un giovane uomo alto, vestito elegantemente, uscì seguito da uno schiavo. Un pensiero attraversò Milon:

«È Florus!» Ma non osò avvicinarsi al nobile romano.

All’improvviso sentì di essere un estraneo. Che veniva a fare qui? Stava per tornare indietro quando vide un mercante di frutta avvici- narsi al portale con un cesto. Milon l’interpellò:

«C’è uno schiavo chiamato Tyrios al servizio del ricco Pomponia- no?»

«Certo, è uno dei miei migliori clienti. Non lo si può chiamare schiavo: da qualche tempo il suo padrone lo ha nominato intendente della casa ed è lui ora che comanda gli schiavi. È lui che si occupa anche degli approvvigionamenti per la tavola. Sto giusto portandogli della frutta. È un ragazzo molto capace. A quest’ora è sempre in casa. Vieni con me se vuoi parlargli.»

Il mercante entrò nel portone seguito da Milon. La villa somigliava ad un importante palazzo. Si erano diretti verso una porta di servizio alla quale il mercante batté, mentre Milon si teneva leggermente in disparte. Uno schiavo aprì, poi sparì subito per far posto a Tyrios che, sontuosamente vestito, esaminò rapidamente la frutta:

«Bene, portala in cucina.»

Il mercante mostrò allora Milon che aspettava un poco discosto e che Tyrios non aveva notato:

«Ecco qualcuno che voleva parlarti.»
Lo sguardo di Tyrios si posò sullo sconosciuto, ma subito esclamò

«Milon! Sei veramente tu?»
Si gettarono l’uno nelle braccia dell’altro.
«Da dove vieni, per Jupiter? Come stai? Da quando sei a Roma?

Racconta, sediamoci nel giardino vicino alla vasca. Ti ricordi del fauno? Suona sempre il suo vecchio flauto. È arrivato qui senza di te, sfortunatamente!»

I due amici si sedettero ai piedi del fauno su un gradino della scala. Tyrios in tutta la sua eleganza guardava Milon con occhi pieni di pietà. Milon si sentiva miserabile, non riusciva persino a trovare le parole:

«È un’ora al massimo che sono a Roma e non posso attardarmi troppo. Sono partito questa mattina all’alba dal Porto di Augusto senza avere l’autorizzazione di venire a cercarti. Questa sera devo essere di ritorno alla nave. È ad una nave che sono stato venduto dopo la distruzione di Pompei. Ho lavorato su questo veliero durante tutti questi ultimi anni. Approvvigioniamo i porti romani di cereali provenienti dall’Egitto.»

«Così è la prima volta che sei a Roma, Milon? È una città magnifica, con giochi nel circo, corse di carri e tante feste entusiasmanti. Il nostro Florus, nonostante la sua giovane età, è diventato uno dei guidatori di carro più temerari. Sta partendo per allenarsi per la grande corsa che avrà luogo fra qualche giorno. Dovrai vederla, Milon! Non è una vita portare sacchi di grano, giorno dopo giorno. Pomponiano potrebbe ricomprarti. È un peccato che sia assente oggi. Come vedi ho guadagnato la sua fiducia, mi ha nominato responsabile della sua casa. Ti piacerebbe ritornare fra noi?»

Milon osservava i pesci nuotare nell’acqua della vasca.

«Tyrios, tu ti fai beffe di me; ma devo confessare che mi pesa meno vivere sul mare, condividendo le gioie e le pene dei miei compagni, piuttosto che nella folla delle città. E sono convinto che un giorno forse la nostra nave partirà per la Grecia e avrò così l’occasione di rivedere Atene.»

«Sogni ancora gli dei? Qui a Roma ho imparato che contano solo la terra e la nostra forza. Sono riuscito a mettere una buona somma di denaro da parte. Pomponiano invecchia e quando morirà comprerò la mia libertà. Forse la comprerò anche prima… Ecco lo scopo che mi sono prefisso, l’unico. Per arrivarci è stato necessario che mi rendessi indispensabile. Vedi, ora sono io che dirigo la casa e i servitori.»

Tyrios, appoggiandosi contro una gamba del fauno, sollevò fieramente la testa. Milon lo ammirava, era così sicuro di sé. Ma come erano differenti tra loro! Milon non invidiava il suo amico, né i suoi begli abiti tessuti di fili d’oro. Tyrios gli disse ancora:

«Vieni a mangiare, sei mio ospite. Quando i padroni sono lontani, sono io il padrone.»

Si alzò, diede una piccola pacca sulla schiena del fauno e si diresse con Milon verso la casa. Prima di mangiare lo condusse nella sua camera e gli fece indossare un vestito degno del pasto.

Milon non credeva ai propri occhi quando passarono nella sala da pranzo della casa, dove si accomodarono sui triclini per mangiare. Un servitore e uno schiavo passarono loro i piatti, come se fossero i padroni della casa.

«Io mangio sempre con i padroni e quando sono solo mi faccio servire qui. Bisogna saper conservare una certa distanza dai propri servitori, se si vuole che siano obbedienti. È Pomponiano che me lo ha insegnato», disse Tyrios ridendo; e tese a Milon una coppa di vino:

«Alla tua salute, a Roma! Domani verrò con Florus al Porto di Augusto e ti compreremo per Pomponiano. Potrai essere il primo servitore di Florus ed occuparti dei suoi cavalli e del suo carro.»

Milon fece finta di non aver sentito e disse:

«I Romani amano il vino forte; se ne bevessi più di una coppa, non troverei più la strada di ritorno.»

«Che matto, non vorrai mica ritornare a piedi fino al mare! Ti dono questa veste. Anche se è usata, così vestito potrai prendere uno dei carri che fanno la spola tra la città e il porto. Hai di che pagare il tuo viaggio, o vuoi del denaro?»

«Ho denaro», rispose Milon, che non voleva toccare i risparmi di Tyrios, dal momento che gli servivano per comprarsi la libertà.

Lo scudo d’oro che teneva nella sua cintura sarebbe servito allo scopo. Dentro di sé Milon sentiva crescere la delusione per l’incontro con Tyrios. Era come se tutti i sentimenti e l’amicizia di gioventù che li avevano legati fossero svaniti. Tyrios era diventato un romano intelligente e calcolatore, mentre Milon nel fondo del cuore era rimasto ateniese.

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