Milon e il leone – capitolo undicesimo

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Capitolo undicesimo

IL TITO  D’ORO

   Calpurnico, il proprietario del veliero, s’avanzò verso i tre schiavi e disse:

   «Ho appena deciso di non vendervi; siete dei lavoratori così bravi e così abili tutti e tre che voglio tenervi sul mio veliero. Al vostro posto venderò tre vecchi schiavi che non hanno più l’agilità necessaria alla navigazione. Quando avremo scaricato le mercanzie trasportate da Misenum, caricheremo cereali che porteremo a Leptis Magna, una bella città.»

   Poco dopo, il capitano discese dal veliero seguito da tre vecchi schiavi che andava a vendere al mercato. Vargo disse a Milon e a Vesonius:

   «Non ho niente contro la vita da marinaio, l’essenziale è che noi possiamo restare insieme. Qui sappiamo come possiamo cavarcela. Se veniamo venduti a un nuovo padrone non sappiamo quello che ci aspetta. Tra amici resisteremo.»

   Milon disse a sua volta:

   «È vero, l’importante tra schiavi è l’amicizia. Anch’io sono contento di  viaggiare con voi sui mari alla scoperta del mondo.»

   «Al lavoro!» Gridò Vesonius, «e che il nostro padrone non rimpianga la sua decisione! Diamo prova del nostro valore, le merci sono pronte per essere scaricate.»

   Così i tre amici si misero al lavoro senza aspettare gli ordini del loro capo. Milon scese dalla passerella con un primo fagotto sulla schiena. Dando libero corso alla sua gioia, si lanciò e volle saltare a piedi uniti sul suolo egiziano. Ma col suo carico atterrò sulla pancia, e il fagotto gli rotolò sopra la testa. Dietro a lui ci fu uno scoppio di risa e Vargo commentò:

   «Milon saluta l’Egitto con la pancia e la fronte; se fossi un indovino direi che molte disavventure ti attendono in questo paese.»

   Milon si rialzò vergognoso. A parte una botta in testa, non si era fatto male. Mise a posto il fagotto che aveva appena lasciato cadere e disse:

   «Mi sento attratto da questa terra egiziana, è come se volesse proteggermi.»

   Poi rise insieme a Vargo, che da quel giorno lo chiamò spesso “la rana”.

   Quando verso sera il mercante Calpurnico tornò da solo, Vargo disse a Milon:

   «È riuscito a venderli, ha l’aria contenta ed è pieno fino al gozzo di vino egiziano. Guarda, beccheggia come una barca sulle onde.»

   Calpurnico fece molta fatica a salire sul veliero. Quando mise piede sul ponte barcollò e cadde su un mucchio di cordami. Vargo, un po’ in disparte, ridacchiava:

   «Guarda Milon, un’altra rana; aspetta un po’ che gracidi.»

   In quell’istante Calpurnico si mise a mugugnare e ad imprecare contro quelle grosse corde e quel battello che beccheggiava in acque calme. Ma all’improvviso, ricordando che delle monete erano rotolate fuori dalle sue tasche, si mise a gridare:

   «Il mio denaro! Il mio caro denaro! Riportatemi il mio denaro!»

   Qualche moneta, rotolando sotto la passerella, era già caduta in acqua. Gli schiavi s’erano precipitati per raccattare le monete sparpagliate sul ponte e le dettero al guardiano che arrivava sul posto.

   «È tutto qua?» domandò con tono duro, guardando ciascuno con aria diffidente. Poi, siccome tutti avevano detto di sì, tese a Calpurnico una mano piena di monetine.

   «Ecco quello che è stato ritrovato. Quello che è caduto in acqua nella fanghiglia è perduto.»

   Calpurnico gemette:

   «Oh! Il mio caro denaro! Vado a fare il conto: tutte monete dell’imperatore in argento e qualche scudo d’oro con la testa di Tito, proprio nuove!»

Il guardiano ordinò:

   «Vargo, Vesonius, conducete il nostro padrone nella sua cabina. Voialtri, sparite!»

   Poi seguì il suo padrone all’interno della nave per aiutarlo a contare il suo denaro e a sistemarlo. Un po’ più tardi Milon, che arrotolava delle corde, sentì un piccolo rumore di metallo. Uno scudo d’oro! Lo raccolse e lo guardò: vi era impresso il ritratto di Tito che era stato incoronato imperatore in quello stesso anno. Pomponiano e Plinio avevano parlato di lui come di un amico. Milon si guardò attorno. Nessuno aveva notato la sua scoperta. Nascose la moneta d’oro vicino alla sua medaglia, nella propria cintura. Che fare, restituirla o conservarla?

   Al momento di coricarsi, Vargo raccontò:

   «Calpurnico è talmente ubriaco che non può più contare il suo denaro. Non ha neanche potuto ricordarsi la somma che aveva ottenuto per i suoi schiavi.»

   L’indomani un lavoro faticoso attendeva gli schiavi. Dovettero caricare centinaia di sacchi di cereali. Quando ebbero terminato Vesonius disse:

   «Quando ero piccolo mi immergevo in mare alla ricerca di conchiglie. Voglio vedere se sotto al battello trovo ancora delle monete d’argento.»    Si immerse a più riprese e cercò nella fanghiglia, ma non trovò neanche una moneta. Milon non sapeva cosa doveva fare del suo Tito d’oro. Pensando a tutto il lavoro che faceva senza mai essere pagato gli sembrava di potersi tenere quello che aveva trovato. Chissà mai che un Tito un giorno avrebbe potuto essergli utile.

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