Milon e il leone – capitolo ventesimo

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GIORNO DI CACCIA

   La mattina seguente i preparativi per la caccia a cavallo cominciarono molto presto. Milon vide Andarius avviarsi con un carro accompagnato dal guardiano, da un garzone di scuderia e da due corridori, che gli si sarebbero dovuti rivelare utili nella caccia. Guardò per un istante il carro sparire, pensando:

   «Se solo il leone se ne fosse andato da quella macchia di cespugli! La sua zampa è ancora malata e non può correre.»

   Lo opprimeva il pensiero che il leone potesse cadere vivo o morto nelle mani dei Romani. Aveva l’impressione di averlo tradito. Le ore trascorrevano. Ogni volta che un cane abbaiava Milon si precipitava sulla terrazza da dove si vedeva lontano.

   Nel primo pomeriggio uno dei cacciatori portò a Pyrra notizie di suo marito:

   «Abbiamo catturato il leone! Il padrone chiede che si prepari una festa questa sera per dieci ospiti.»

   Questo voleva dire molto lavoro per la cucina e per Milon, che tuttavia trovò un momento per chiedere al corridore come fosse stato catturato il leone. Il corridore gli raccontò:

   «I cani hanno rintracciato l’animale e un gran numero di cacciatori l’hanno circondato  con lunghe reti. Non abbiamo avuto neppure bisogno delle lance. La bestia era piuttosto pacifica e si è lasciata prendere facilmente. Lo hanno accerchiato con tre reti e lui ci è caduto subito. A quest’ora è su un carro che lo porta ad Alessandria, dove sarà tenuto fino ai giochi d’autunno.»

   Milon sconvolto ascoltò il racconto. Dato che avevano scoperto il leone, Lesco non poteva più farlo passare da bugiardo. Peccato però che l’animale non fosse riuscito a fuggire libero nella steppa. Avrebbe voluto porre altre domande, ma era tempo di ritornare in cucina. L’amministratore della casa e il capo della cucina erano fuori di sé all’idea di dover preparare in così poco tempo un festino in onore dei cacciatori.

   Al calar del sole il carro di Andarius, seguito da altri due, entrò nel cortile. Pyrra e il capo degli schiavi gli andarono incontro per accoglierli. Andarius, fiero di sé, tese a sua moglie una ciocca della criniera del leone. Il vecchio generale, che abitualmente aveva un’espressione severa sul viso, raggiava di gioia e sembrava anche ringiovanito. Nella penombra Lesco guardava in disparte l’animazione causata da questo giorno di caccia. Strinse i pugni vedendo che Andarius presentava al suo amico capitano Milon come l’eroe del giorno, colui che aveva scoperto il leone. Lesco vide anche che Andarius metteva qualche cosa nelle mani di Milon e che quest’ultimo lo ringraziava con sollecitudine.

   Il capitano romano era accompagnato da un gruppo di ufficiali. A Milon tornava utile essere molto abile; con passo leggero portava le molte vivande e le pesanti anfore di vino. Qua e là sentiva i dettagli della caccia, di cui tutti parlavano: contro ogni aspettativa il leone non si era dimostrato affatto selvaggio, si era lasciato prendere nella rete e aveva provato invano a liberarsi; mentre gli legavano le zampe aveva lacerato con gli artigli il polpaccio di uno dei cacciatori.

   Nel corso della serata parlarono anche della guerra e delle ultime conquiste dell’armata romana. Milon seguiva la conversazione con attenzione versando da bere. Ad un certo punto si parlò di personaggi strani che erano apparsi a Roma da poco e il cui comportamento non piaceva all’imperatore.

   «Chi sono queste persone?» domandò Pyrra.

   Il capitano romano le rispose:

   «Si chiamano cristiani e credono in un dio che è morto sulla croce, a Gerusalemme, sotto il regno dell’imperatore Tiberio.»

   «Perché non piacciono all’imperatore? I Romani adorano parecchi dei e i loro templi accolgono anche divinità straniere.»

   Il capitano proseguì:

   «Il dio dei cristiani è differente da tutti gli dei che conosciamo. Sembra che abbia vissuto sulla Terra in mezzo agli uomini e che sia resuscitato dai morti. I cristiani lo chiamano dio dell’amore e in suo nome rifiutano di essere soldati e di uccidere. Ma Roma e l’imperatore hanno bisogno di soldati. Se il nostro popolo si mette a adorare questo dio, sarà la fine dell’Impero romano. L’imperatore lo sa ed è per questo che li perseguita e li castiga.»

   Andarius dichiarò:

   «Nel corso del mio ultimo anno nell’esercito ho avuto un certo numero di soldati egiziani che si dicevano cristiani. Si distinguevano per la loro obbedienza, ma non prendevano parte ai sacrifici dei nostri dei. Io li ho lasciati fare. Uno di loro mi spiegò che seguivano il comandamento: “Da’ all’imperatore quello che è dell’imperatore, e a Dio quello che è di Dio”. Trovavo la loro maniera di fare ragionevole e ho creduto di non doverli punire. Sembra che nel deserto abitino degli eremiti in grotte, vivendo solo per il dio cristiano, digiunando e ignorando le cose del mondo. Una tale idea di vita non può che nuocere alla prosperità e al successo della nostra civiltà. È per questo che preferisco brindare alla salute degli dei romani: viva Marte, Venere e Giove! Che conservino a Roma la sua potenza e le sue ricchezze ineguagliabili!»

   A queste parole Andarius levò il calice e tutta l’assemblea brindò. Poi la conversazione ritornò alle storie di caccia. Milon pensava:

   “I Romani hanno i loro dei che li rendono ricchi e potenti, ma non hanno un dio per gli schiavi. E gli dei della Grecia sono così lontani! Non ho conosciuto né padre, né madre, né alcuno che abbia potuto parlarmi di un dio degli schiavi e nessuno dei miei compagni qui adora gli dei romani.”

   Stanco si appoggiò a una colonna con un anfora di vino tra le braccia e la tristezza si impadronì di lui. La luce vacillante delle lampade ad olio faceva danzare le ombre dei convitati sui muri. Gli insetti e le farfalle notturne si bruciavano le ali nelle fiamme. Guardandole Milon si disse:

   «I Romani sono come queste fiamme feroci e noi altri schiavi siamo come gli insetti, le farfalle notturne.»

   Alzando la testa vide il cielo stellato e si ricordò la calma delle notti in cui da bambino badava alle greggi nei pressi di Delfi. Non conosceva altro libro che il libro delle stelle. In quel tempo credeva che esistesse un dio sopra le stelle, ma gli sembrava così infinitamente lontano che mai aveva osato pregarlo o parlargli. All’improvviso il capo degli schiavi lo scosse insultandolo:

   «Che fai, sogni? Le coppe sono quasi vuote. Vai a fare il tuo giro!»

   Milon fu così sorpreso che lasciò quasi cadere l’anfora. Con attenzione raddoppiata riprese il servizio e per il resto della sera dimenticò i suoi sogni di farfalle, di dei e di stelle.

   Era notte inoltrata quando la festa volse al termine. Milon aiutò ad attaccare i cavalli e si sentirono le ruote dei carri rumoreggiare sul lastricato del cortile, allontanandosi nella notte. Milon andando al dormitorio estrasse dalla cintura la moneta d’argento che gli aveva dato Andarius. Guardò al chiarore della luna l’immagine dell’imperatore di Roma, che si diceva fosse simile agli dei immortali. Forse che questa moneta gli avrebbe portato una fortuna inattesa come il Tito d’oro? Dove avrebbe dovuto conservarla? Come schiavo non possedeva né un armadio, né un cassetto. Il luogo più sicuro gli sembrava sotto il pagliericcio. Così, avrebbe dormito sulla sua moneta e durante la giornata l’avrebbe nascosta nella sua cintura per contemplarla di tanto in tanto e rallegrarsene.

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