Milon e il leone

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(stampato in proprio)

Capitolo primo

LA PARTENZA DA ATENE

   Il sole al tramonto stendeva i suoi ultimi raggi sulla città di Atene, fino ai templi chiari sulla collina dell’Acropoli. Un giovane ragazzo si affrettava per i viottoli. Arrivato nei pressi di una grande proprietà si fermò e si mise a battere col pugno contro il portale in legno. Si sentirono dei passi affrettati, e una voce di donna domandò:

«Chi sei, cosa vuoi?»

«Sono io, Tyrios! Aprimi, Agaja!»

La porta cigolò. Il ragazzo si trovò di fronte alla vecchia serva che lo guardò divertita:

«Sei così di fretta? Ancora un po’ e sfondavi la porta. Se tu avessi lo stesso slancio anche al lavoro…»

«Dov’è Milon? Bisogna che gli parli di una notizia importante. So dove ci stanno portando.»

La vecchia donna fece un segno  verso il lato del giardino.

«Sta raccogliendo l’uva. Ma dimmi, cosa hai saputo?»

Il ragazzo non ascoltò neppure la fine della domanda; aveva fretta di raccontare la notizia al suo amico: stavano lasciando la città per sempre. Lo trovò nella vigna, dove raccoglieva i primi grappoli d’uva maturi che deponeva con cura in un cesto. Milon aveva la stessa età di Tyrios ed era uno schiavo come lui. I suoi capelli biondi e disordinati gli davano un’espressione selvaggia, ma il suo viso aveva lineamenti fini.

«Milon, ci imbarchiamo per Roma! Ho dovuto caricare su una nave i pacchi che trasportavo al porto del Pireo. Già domani spiegherà le vele verso la grande città romana. È un grosso battello che deve trasportare un carico prezioso, perché delle guardie mi hanno impedito di passare sul ponte di prua.»

Tyrios si fermò per respirare profondamente. Aveva corso e aveva dato la notizia all’amico in fretta, così che ora gli mancava completamente il fiato. Milon gli offrì un grande grappolo d’uva e domandò esitante:

«Allora questa notte dormiremo per l’ultima volta ad Atene?»

Tyrios annuì. Gli dispiaceva che Milon non condividesse la sua gioia. Entrambi tacquero un istante. Tyrios prese un altro acino e ne succhiò avidamente il succo; aveva la gola tutta secca. Milon era sconvolto da quello che aveva appena appreso, ma non lasciò trasparire nulla. Senza dire una parola volse lo sguardo oltre il muro del giardino, verso la collina dell’Acropoli, dove il sole faceva splendere il marmo chiaro dei templi.

Dopo un momento di silenzio, riuscì a chiedere:

«Tyrios, potresti riempire questo cesto di uva e portarlo ad Agaja da parte mia? Bisogna che io salga un’ultima volta ai templi dell’Acropoli per prendere congedo da Alkides e da Atene.»

«Allora, non sei felice di lasciare queste vecchie donne capricciose che proviamo ad accontentare dalla mattina alla sera? Oh! Milon, saremo presto su di un battello, in viaggio per scoprire il mondo! Il mercante ha detto che a Roma andremo a servire nella dimora di una nobile famiglia.»

«Puoi riempire il mio cesto, Tyrios?» ripeté Milon senza lasciarsi turbare.

«Sì, fila verso i templi  dei tuoi dei! Dopo tutta la legna che gli hai portato per il fuoco dei sacrifici potrebbero anche ringraziarti.»

«Tyrios, se mai facessi tardi calma Agaja.»

«Me ne occuperò come sempre; non s’irriterà di certo col suo caro Milon.»

Poco dopo, la porta di casa s’apriva. Il ragazzo scivolò fuori sollevandone il battente per evitare cigolii, e la chiuse dolcemente dietro di lui. Il mercante che li aveva comprati tutti e due aveva proibito che s’allontanassero dalla casa quel giorno. Milon correva agile per le stradine che portavano all’Acropoli. S’arrampicò sulla collina rocciosa, tra i cipressi e i giardini d’ulivi. La luce dorata della sera faceva risplendere i templi che si stagliavano contro il cielo blu, simili ad una città: la città degli dei. Milon si fermò un istante incantato. Ora che doveva andarsene da Atene era come se vedesse per la prima volta l’Acropoli in tutta la sua bellezza. Mentre stava in mezzo alle colonne e agli edifici tra i quali era cresciuto sentiva il cuore battere nel petto e in lui si mischiavano l’ammirazione e il dolore. Ogni anno in primavera aveva segnato di nascosto la sua altezza su una pietra. Rallentò la corsa, come se volesse prolungare il tempo degli addii. Mentre saliva gli ultimi scalini che portavano alle grandi sale si girò per contemplare la città e le strade che sparivano nell’ombra. Lontano vedeva il mare scintillante sul quale avrebbe remato l’indomani verso l’ignoto. Salì l’ultimo scalino che portava alle grandi colonne con un senso di solennità senza notare le persone che passavano vicino a lui. S’avvicinò ad una colonna che aveva assorbito il calore del giorno e si mise a passare le dita lungo le scanalature. Sentiva il riverbero del sole; premette la fronte contro la pietra calda. Aveva chiuso gli occhi e mormorava fra sé e sé parole che gli venivano dal fondo dell’anima.

All’improvviso qualcuno lo chiamò per nome. Spaventato si allontanò dalla colonna. Alkides, il giovane sacerdote, stava davanti a lui nella sua tunica bianca. Milon aveva fatto amicizia con lui dal tempo in cui portava la legna per i fuochi dei sacrifici tre volte alla settimana, come gli aveva ordinato il suo padrone.

« Milon, sei malato? Sei in ritardo, l’offerta della sera è già terminata. Vieni, accompagnami in città!»

«Oh! Alkides, m’hanno venduto! Sono all’Acropoli per l’ultima volta, per dirle addio! Domani dovrò lasciare la Grecia su una nave. Un mercante romano mi porterà in Italia.»

Il giovane sacerdote lo guardò con sorpresa, non poteva credere a quel che stava sentendo e lo prese per il braccio.

«Cos’è successo negli ultimi giorni? Perché il tuo padrone vuole sbarazzarsi di te? Lo hai fatto arrabbiare?»

«No, Alkides. Il mio padrone è caduto da cavallo mentre si recava al tempio di Eleusi ed è morto sul colpo. Sua moglie vende la casa e gli schiavi per andare a vivere da suo figlio a Olimpia. Ieri Tyrios e io siamo stati comprati da un mercante romano.»

Milon parlava senza alzare gli occhi. Era sconvolto e Alkides non riconosceva più in lui il ragazzo che così spesso si era occupato dei lavori di preparazione dei sacrifici. La partenza da Atene, sua città natale, gli pesava sul cuore. Dopo aver riflettuto un po’ Alkides gli disse:

«Vieni nel tempio, Milon. Andiamo a pregare la dea affinché la sua benedizione ti accompagni.»

Era una strana idea. Mentre salivano insieme i gradini del tempio, le colonne si tingevano dei bagliori rossi del tramonto. Entrarono in silenzio nel Partenone. Alkides, implorando il cielo, recitò una preghiera per Milon. Poi uscirono dal santuario e si sedettero sulla sommità della scalinata, ai piedi di una grande colonna, da dove potevano contemplare il sole che spariva all’orizzonte.

«Dimmi», domandò Alkides, «come può essere successo che t’abbiano venduto per un paese così lontano? Non c’è nessuno ad Atene che abbia bisogno dei tuoi servigi?»

«Ieri al Pireo il figlio della mia padrona ha incontrato un mercante che compra giovani schiavi greci e li porta a Roma. La sua nave è ancorata nel porto, pronta per partire. Ha certamente proposto un buon prezzo per Tyrios e per me e l’affare è stato concluso. Tu sai bene, Alkides, che non si chiede il parere degli schiavi. Verranno a prenderci domani mattina. Ti devo confessare che i romani mi spaventano un po’. Ho sentito dire che portano sul loro stendardo il segno della lupa e pare che abbiano assoggettato quasi tutti i popoli della Terra. Tu cosa sai di loro?»

Milon guardava con attenzione il sacerdote come se sperasse di leggere sulle sue labbra quello che lo aspettava.

«Mio caro amico,» disse Alkides, «farei qualunque cosa per tenerti qui. È molto meglio essere schiavo ad Atene che uomo libero a Roma! Noi greci siamo tenuti a pagare regolarmente dei tributi ai romani; è l’unico contatto che abbiamo con questi fieri conquistatori. Dopo che ci hanno vinto, gli dei non ci hanno più concesso i loro favori. A Roma hanno costruito copie dei nostri templi, nei quali mettono le statue degli dei che ci rubano. I sacrifici che noi offriamo agli dei sono divenuti presso di loro degli atti esteriori, superstiziosi e privi di senso. Tuttavia non temere nulla: se la dea guida i tuoi passi verso Roma, vai e sii tranquillo. Dovunque tu sia, i numerosi fuochi dei sacrifici celebrati qui, quando tu ci portavi la legna, continueranno a bruciare in te. Le colonne e i templi dell’Acropoli vivranno nel tuo cuore. Ogni volta che sarai maltrattato, sopraffatto dalla tristezza, chiudi gli occhi e fai risplendere in te l’immagine dei santuari di Atene. Ritroverai allora il coraggio e la fiducia, perché gli dei sono eterni e regnano sugli esseri umani.»

Alkides tacque. Cercava qualcosa nelle pieghe dei suoi vestiti e ne tirò fuori una medaglia di bronzo sulla quale era impressa la testa della dea Atena.

«Tieni Milon, prendila in ricordo di Atene.»

Milon si strinse il regalo sul cuore, come se fosse la cosa più preziosa al mondo:

«Come posso ringraziarti, Alkides! Tu mi rendi la partenza dolorosa e facile nello stesso tempo. Non è forse il sole che splende su Atene e su Roma lo stesso? E le stelle, non sono forse le stesse dappertutto, quelle che girano attorno alla Terra?»

«Bene,» approvò Alkides. «Vedo che non vai a disperarti in un paese straniero. Andiamo, scendiamo insieme in città e ci lasceremo camminando. Comincia già a far notte e le prime stelle brillano in cielo. Vedi quella laggiù sopra il mare? È la stella della sera. L’astro della dea Afrodite è un buon presagio per il tuo viaggio!»

Quando nell’oscurità  Milon arrivò alla porta di casa la trovò aperta e la spinse dolcemente; Agaja, che attendeva con impazienza il suo ritorno, ne distinse il leggero cigolio. Appena scorse Milon le lacrime le salirono agli occhi:

«Tyrios è già partito in direzione del Pireo. Il mercante romano è venuto, voleva portare anche te subito alla nave.»

Milon rispose spaventato:

«La partenza però era stata fissata a domani mattina. Da dove viene questa fretta improvvisa?»

Agaja gli afferrò la mano destra stringendola tra le sue vecchie mani indurite dal lavoro e disse in tono supplichevole:

«Milon, il mercante era molto arrabbiato per non averti trovato. Ho paura che ti faccia frustare domani mattina, se tu arrivi in ritardo alla nave. Ti consiglio di non scendere al Pireo e non andare dai romani! Lascia Atene, fuggi sulle montagne verso Delfi, da mio fratello che bada alle greggi di pecore. Non andranno a cercarti lassù. Tu conosci la strada. Lassù sarai al sicuro dai tuoi inseguitori. Diventerai pastore, com’eri da bambino, e un giorno, quando tutto sarà dimenticato, ritornerai ad Atene da uomo libero!»

Le labbra di Agaja continuavano a tremare, anche quando ebbe terminato di parlare. Il suo sguardo protettivo era rivolto al giovane, da cui attendeva il consenso. Per un attimo Milon, gli occhi perduti nel cielo, guardava e riconosceva le stelle che aveva contemplato con Alkides. Scintillavano sul mare, molto al di là del muro del giardino. Allora si ricordò delle parole del giovane sacerdote:

«L’astro di Afrodite, un buon presagio per il tuo viaggio!»

In realtà, aveva già preso congedo da Atene. Andava ad intraprendere il cammino che gli era destinato: andava ad imbarcarsi per Roma, con Tyrios. Con un gesto improvviso accarezzò i capelli bianchi della buona Agaja e disse con una voce decisa, tenendole la testa tra le mani:

«Agaja, il mondo si apre davanti a me. M’imbarcherò questa sera stessa sulla nave e me ne andrò con la lupa romana. Cara Agaja, tu sei stata per me come una madre. Dovunque io sia, non ti dimenticherò mai. Sali di tanto in tanto all’Acropoli e prega per me al Partenone.»

Dopo ciò, arretrando un po’, aggiunse:

«Vado immediatamente a racimolare i miei averi nel fazzolettone che mi hai regalato, per evitare che il mercante romano se la prenda troppo, poi mi recherò in fretta al porto.»

Agaja non poteva trattenersi dal piangere dolcemente; ma siccome vedeva che Milon era deciso e sicuro di sé, lo aiutò a raccogliere i suoi pochi bagagli, ai quali aggiunse dei frutti e del pane speziato.

Poco dopo Milon apriva la porta del cortile e la sua ombra, che s’allontanava sul selciato del viottolo, sembrava indicare la direzione da seguire. Agaja lo illuminava con la sua lampada come per imprimere nella mente la sua immagine per l’ultima volta; poi, dolcemente, gli posò la mano sulla spalla. Durante questi sette anni l’aveva amato come un figlio. Pensava di aver trovato in lui una compagnia per i suoi vecchi giorni:

«Domani mattina, scenderò al porto, verrò a benedire la tua partenza.» disse ella con tono sicuro.

Siccome Milon non la contraddiceva, aggiunse:

«La troverò di certo, la tua nave. Fai in modo di vedermi; ti porterà bene!»

Milon aveva una lunga distanza da percorrere nella notte, fino al mare. Da buon corridore ben presto raggiunse la grande strada che collegava Atene al porto. Degli asini e dei muli tiravano ancora i loro carretti nell’oscurità, portando le mercanzie in città. Milon sentì ad un tratto dietro di lui i cigolii di un veicolo. Un carro elegante, tirato da cavalli e illuminato da quattro portatori di fiaccole, procedeva veloce in direzione del Pireo. “Ecco una buona occasione per non correre da solo”, pensò Milon, e si mise al ritmo del convoglio. Guidato dal chiarore delle torce avanzava più rapidamente. Milon non aveva difficoltà a correre al passo dei portatori di fiaccole, era ben allenato e felice. Aveva l’impressione di essere scortato lui stesso da queste quattro luci; e poi, non andava incontro alla stella della sera che brillava sul mare? Atene era dietro di lui, una vita nuova sembrava illuminarsi. Lo scalpiccio degli zoccoli dei cavalli sul selciato risuonava in lui e lo calmava. Respirava rapidamente senza affannarsi, saltando persino qua e là per esprimere la sua gioia. Aveva lasciato dietro di sé la schiavitù, sebbene fino ad allora, grazie alle cure di Agaja, non gli fosse pesata troppo. Quanto al segno della lupa romana, non ingombrava il suo pensiero in questo momento. Davanti a lui si stendevano nuove rive e l’ignoto; sentiva crescere in lui il coraggio di affrontare il mondo.

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