Milon e il leone

Hits: 75

di Jakob Streit

Traduzione dal tedesco di Fabio Alessandri

Un giovane schiavo greco venduto a un nuovo padrone approda in Italia, dove sfugge per un soffio alla distruzione di Pompei del 79 d.C. In seguito soccorre un leone ferito, togliendogli una spina dalla zampa e, dopo numerose peripezie grazie alle quali entra in contatto con alcuni seguaci del nascente cristianesimo, finisce nell’arena del Circo di Roma a combattere con le bestie feroci. Il Destino però lo aiuterà a conquistare la libertà e a riunirsi alle persone con le quali ha stretto rapporti d’amore e di amicizia.

Jakob Streit (1910-2009) è stato maestro elementare in una scuola del cantone di Berna in Svizzera. Dopo il pensionamento ha tenuto corsi su temi di storia della cultura e ha scritto una quarantina di libri per ragazzi, tra i quali sono stati tradotti in italiano Martino e le api, Storie di fiori di montagna, I re magi, I segreti della noce, Louis Braille il ragazzo che leggeva con le dita, E luce fu, Verso la terra promessa.

Capitolo primo

LA PARTENZA DA ATENE

   Il sole al tramonto stendeva i suoi ultimi raggi sulla città di Atene, fino ai templi chiari sulla collina dell’Acropoli. Un giovane ragazzo si affrettava per i viottoli. Arrivato nei pressi di una grande proprietà si fermò e si mise a battere col pugno contro il portale in legno. Si sentirono dei passi affrettati, e una voce di donna domandò:

   «Chi sei, cosa vuoi?»

   «Sono io, Tyrios! Aprimi, Agaja!»

   La porta cigolò. Il ragazzo si trovò di fronte alla vecchia serva che lo guardò divertita:

   «Sei così di fretta? Ancora un po’ e sfondavi la porta. Se tu avessi lo stesso slancio anche al lavoro…»

   «Dov’è Milon? Bisogna che gli parli di una notizia importante. So dove ci stanno portando.»

   La vecchia donna fece un segno  verso il lato del giardino.

   «Sta raccogliendo l’uva. Ma dimmi, cosa hai saputo?»

   Il ragazzo non ascoltò neppure la fine della domanda; aveva fretta di raccontare la notizia al suo amico: stavano lasciando la città per sempre. Lo trovò nella vigna, dove raccoglieva i primi grappoli d’uva maturi che deponeva con cura in un cesto. Milon aveva la stessa età di Tyrios ed era uno schiavo come lui. I suoi capelli biondi e disordinati gli davano un’espressione selvaggia, ma il suo viso aveva lineamenti fini.

   «Milon, ci imbarchiamo per Roma! Ho dovuto caricare su una nave i pacchi che trasportavo al porto del Pireo. Già domani spiegherà le vele verso la grande città romana. È un grosso battello che deve trasportare un carico prezioso, perché delle guardie mi hanno impedito di passare sul ponte di prua.»

   Tyrios si fermò per respirare profondamente. Aveva corso e aveva dato la notizia all’amico in fretta, così che ora gli mancava completamente il fiato. Milon gli offrì un grande grappolo d’uva e domandò esitante:

   «Allora questa notte dormiremo per l’ultima volta ad Atene?»

   Tyrios annuì. Gli dispiaceva che Milon non condividesse la sua gioia. Entrambi tacquero un istante. Tyrios prese un altro acino e ne succhiò avidamente il succo; aveva la gola tutta secca. Milon era sconvolto da quello che aveva appena appreso, ma non lasciò trasparire nulla. Senza dire una parola volse lo sguardo oltre il muro del giardino, verso la collina dell’Acropoli, dove il sole faceva splendere il marmo chiaro dei templi.

Dopo un momento di silenzio, riuscì a chiedere:

   «Tyrios, potresti riempire questo cesto di uva e portarlo ad Agaja da parte mia? Bisogna che io salga un’ultima volta ai templi dell’Acropoli per prendere congedo da Alkides e da Atene.»

   «Allora, non sei felice di lasciare queste vecchie donne capricciose che proviamo ad accontentare dalla mattina alla sera? Oh! Milon, saremo presto su di un battello, in viaggio per scoprire il mondo! Il mercante ha detto che a Roma andremo a servire nella dimora di una nobile famiglia.»

   «Puoi riempire il mio cesto, Tyrios?» ripeté Milon senza lasciarsi turbare.

   «Sì, fila verso i templi dei tuoi dei! Dopo tutta la legna che gli hai portato per il fuoco dei sacrifici potrebbero anche ringraziarti.»

   «Tyrios, se mai facessi tardi calma Agaja.»

   «Me ne occuperò come sempre; non s’irriterà di certo col suo caro Milon.»

   Poco dopo, la porta di casa s’apriva. Il ragazzo scivolò fuori sollevandone il battente per evitare cigolii, e la chiuse dolcemente dietro di sé. Il mercante che li aveva comprati tutti e due aveva proibito che s’allontanassero dalla casa quel giorno. Milon correva agile per le stradine che portavano all’Acropoli. S’arrampicò sulla collina rocciosa, tra i cipressi e i giardini d’ulivi. La luce dorata della sera faceva risplendere i templi che si stagliavano contro il cielo blu, simili ad una città: la città degli dei. Milon si fermò un istante incantato. Ora che doveva andarsene da Atene era come se vedesse per la prima volta l’Acropoli in tutta la sua bellezza. Mentre stava in mezzo alle colonne e agli edifici tra i quali era cresciuto sentiva il cuore battere nel petto e in lui si mischiavano l’ammirazione e il dolore. Ogni anno in primavera aveva segnato di nascosto la sua altezza su una pietra. Rallentò la corsa, come se volesse prolungare il tempo degli addii. Mentre saliva gli ultimi scalini che portavano alle grandi sale si girò per contemplare la città e le strade che sparivano nell’ombra. Lontano vedeva il mare scintillante sul quale avrebbe remato l’indomani verso l’ignoto. Salì l’ultimo scalino che portava alle grandi colonne con un senso di solennità senza notare le persone che passavano vicino a lui. S’avvicinò ad una colonna che aveva assorbito il calore del giorno e si mise a passare le dita lungo le scanalature. Sentiva il riverbero del sole; premette la fronte contro la pietra calda. Aveva chiuso gli occhi e mormorava fra sé e sé parole che gli venivano dal fondo dell’anima.

   All’improvviso qualcuno lo chiamò per nome. Spaventato si allontanò dalla colonna. Alkides, il giovane sacerdote, stava davanti a lui nella sua tunica bianca. Milon aveva fatto amicizia con lui dal tempo in cui portava la legna per i fuochi dei sacrifici tre volte alla settimana, come gli aveva ordinato il suo padrone.

   « Milon, sei malato? Sei in ritardo, l’offerta della sera è già terminata. Vieni, accompagnami in città!»

   «Oh! Alkides, m’hanno venduto! Sono all’Acropoli per l’ultima volta, per dirle addio! Domani dovrò lasciare la Grecia su una nave. Un mercante romano mi porterà in Italia.»

   Il giovane sacerdote lo guardò con sorpresa, non poteva credere a quel che stava sentendo e lo prese per il braccio.

   «Cos’è successo negli ultimi giorni? Perché il tuo padrone vuole sbarazzarsi di te? Lo hai fatto arrabbiare?»

   «No, Alkides. Il mio padrone è caduto da cavallo mentre si recava al tempio di Eleusi ed è morto sul colpo. Sua moglie vende la casa e gli schiavi per andare a vivere da suo figlio a Olimpia. Ieri Tyrios e io siamo stati comprati da un mercante romano.»

   Milon parlava senza alzare gli occhi. Era sconvolto e Alkides non riconosceva più in lui il ragazzo che così spesso si era occupato dei lavori di preparazione dei sacrifici. La partenza da Atene, sua città natale, gli pesava sul cuore. Dopo aver riflettuto un po’ Alkides gli disse:

   «Vieni nel tempio, Milon. Andiamo a pregare la dea affinché la sua benedizione ti accompagni.»

   Era una strana idea. Mentre salivano insieme i gradini del tempio, le colonne si tingevano dei bagliori rossi del tramonto. Entrarono in silenzio nel Partenone. Alkides, implorando il cielo, recitò una preghiera per Milon. Poi uscirono dal santuario e si sedettero sulla sommità della scalinata, ai piedi di una grande colonna, da dove potevano contemplare il sole che spariva all’orizzonte.

   «Dimmi», domandò Alkides, «come può essere successo che t’abbiano venduto per un paese così lontano? Non c’è nessuno ad Atene che abbia bisogno dei tuoi servigi?»

   «Ieri al Pireo il figlio della mia padrona ha incontrato un mercante che compra giovani schiavi greci e li porta a Roma. La sua nave è ancorata nel porto, pronta per partire. Ha certamente proposto un buon prezzo per Tyrios e per me e l’affare è stato concluso. Tu sai bene, Alkides, che non si chiede il parere degli schiavi. Verranno a prenderci domani mattina. Ti devo confessare che i romani mi spaventano un po’. Ho sentito dire che portano sul loro stendardo il segno della lupa e pare che abbiano assoggettato quasi tutti i popoli della Terra. Tu cosa sai di loro?»

   Milon guardava con attenzione il sacerdote come se sperasse di leggere sulle sue labbra quello che lo aspettava.

   «Mio caro amico,» disse Alkides, «farei qualunque cosa per tenerti qui. È molto meglio essere schiavo ad Atene che uomo libero a Roma! Noi greci siamo tenuti a pagare regolarmente dei tributi ai romani; è l’unico contatto che abbiamo con questi fieri conquistatori. Dopo che ci hanno vinto, gli dei non ci hanno più concesso i loro favori. A Roma hanno costruito copie dei nostri templi, nei quali mettono le statue degli dei che ci rubano. I sacrifici che noi offriamo agli dei sono divenuti presso di loro degli atti esteriori, superstiziosi e privi di senso. Tuttavia non temere nulla: se la dea guida i tuoi passi verso Roma, vai e sii tranquillo. Dovunque tu sia, i numerosi fuochi dei sacrifici celebrati qui, quando tu ci portavi la legna, continueranno a bruciare in te. Le colonne e i templi dell’Acropoli vivranno nel tuo cuore. Ogni volta che sarai maltrattato, sopraffatto dalla tristezza, chiudi gli occhi e fai risplendere in te l’immagine dei santuari di Atene. Ritroverai allora il coraggio e la fiducia, perché gli dei sono eterni e regnano sugli esseri umani.»

   Alkides tacque. Cercava qualcosa nelle pieghe dei suoi vestiti e ne tirò fuori una medaglia di bronzo sulla quale era impressa la testa della dea Atena.

   «Tieni Milon, prendila in ricordo di Atene.»

   Milon si strinse il regalo sul cuore, come se fosse la cosa più preziosa al mondo:

   «Come posso ringraziarti, Alkides! Tu mi rendi la partenza dolorosa e facile nello stesso tempo. Non è forse il sole che splende su Atene e su Roma lo stesso? E le stelle, non sono forse le stesse dappertutto, quelle che girano attorno alla Terra?»

   «Bene,» approvò Alkides. «Vedo che non vai a disperarti in un paese straniero. Andiamo, scendiamo insieme in città e ci lasceremo camminando. Comincia già a far notte e le prime stelle brillano in cielo. Vedi quella laggiù sopra il mare? È la stella della sera. L’astro della dea Afrodite è un buon presagio per il tuo viaggio!»

   Quando nell’oscurità  Milon arrivò alla porta di casa la trovò aperta e la spinse dolcemente; Agaja, che attendeva con impazienza il suo ritorno, ne distinse il leggero cigolio. Appena scorse Milon le lacrime le salirono agli occhi:

   «Tyrios è già partito in direzione del Pireo. Il mercante romano è venuto, voleva portare anche te subito alla nave.»

   Milon rispose spaventato:

   «La partenza però era stata fissata a domani mattina. Da dove viene questa fretta improvvisa?»

   Agaja gli afferrò la mano destra stringendola tra le sue vecchie mani indurite dal lavoro e disse in tono supplichevole:

   «Milon, il mercante era molto arrabbiato per non averti trovato. Ho paura che ti faccia frustare domani mattina, se tu arrivi in ritardo alla nave. Ti consiglio di non scendere al Pireo e non andare dai romani! Lascia Atene, fuggi sulle montagne verso Delfi, da mio fratello che bada alle greggi di pecore. Non andranno a cercarti lassù. Tu conosci la strada. Lassù sarai al sicuro dai tuoi inseguitori. Diventerai pastore, com’eri da bambino, e un giorno, quando tutto sarà dimenticato, ritornerai ad Atene da uomo libero!»

   Le labbra di Agaja continuavano a tremare, anche quando ebbe terminato di parlare. Il suo sguardo protettivo era rivolto al giovane, da cui attendeva il consenso. Per un attimo Milon, gli occhi perduti nel cielo, guardava e riconosceva le stelle che aveva contemplato con Alkides. Scintillavano sul mare, molto al di là del muro del giardino. Allora si ricordò delle parole del giovane sacerdote:

   «L’astro di Afrodite, un buon presagio per il tuo viaggio!»

   In realtà, aveva già preso congedo da Atene. Andava ad intraprendere il cammino che gli era destinato: andava ad imbarcarsi per Roma, con Tyrios. Con un gesto improvviso accarezzò i capelli bianchi della buona Agaja e disse con una voce decisa, tenendole la testa tra le mani:

   «Agaja, il mondo si apre davanti a me. M’imbarcherò questa sera stessa sulla nave e me ne andrò con la lupa romana. Cara Agaja, tu sei stata per me come una madre. Dovunque io sia, non ti dimenticherò mai. Sali di tanto in tanto all’Acropoli e prega per me al Partenone.»

   Dopo ciò, arretrando un po’, aggiunse:

   «Vado immediatamente a racimolare i miei averi nel fazzolettone che mi hai regalato, per evitare che il mercante romano se la prenda troppo, poi mi recherò in fretta al porto.»

   Agaja non poteva trattenersi dal piangere dolcemente; ma siccome vedeva che Milon era deciso e sicuro di sé, lo aiutò a raccogliere i suoi pochi bagagli, ai quali aggiunse dei frutti e del pane speziato.

   Poco dopo Milon apriva la porta del cortile e la sua ombra, che s’allontanava sul selciato del viottolo, sembrava indicare la direzione da seguire. Agaja lo illuminava con la sua lampada come per imprimere nella mente la sua immagine per l’ultima volta; poi, dolcemente, gli posò la mano sulla spalla. Durante questi sette anni l’aveva amato come un figlio. Pensava di aver trovato in lui una compagnia per i suoi vecchi giorni:

   «Domani mattina, scenderò al porto, verrò a benedire la tua partenza.» disse ella con tono sicuro.

   Siccome Milon non la contraddiceva, aggiunse:

   «La troverò di certo, la tua nave. Fai in modo di vedermi; ti porterà bene!»

   Milon aveva una lunga distanza da percorrere nella notte, fino al mare. Da buon corridore ben presto raggiunse la grande strada che collegava Atene al porto. Degli asini e dei muli tiravano ancora i loro carretti nell’oscurità, portando le mercanzie in città. Milon sentì ad un tratto dietro di lui i cigolii di un veicolo. Un carro elegante, tirato da cavalli e illuminato da quattro portatori di fiaccole, procedeva veloce in direzione del Pireo. “Ecco una buona occasione per non correre da solo”, pensò Milon, e si mise al ritmo del convoglio. Guidato dal chiarore delle torce avanzava più rapidamente. Milon non aveva difficoltà a correre al passo dei portatori di fiaccole, era ben allenato e felice. Aveva l’impressione di essere scortato lui stesso da queste quattro luci; e poi, non andava incontro alla stella della sera che brillava sul mare? Atene era dietro di lui, una vita nuova sembrava illuminarsi. Lo scalpiccio degli zoccoli dei cavalli sul selciato risuonava in lui e lo calmava. Respirava rapidamente senza affannarsi, saltando persino qua e là per esprimere la sua gioia. Aveva lasciato dietro di sé la schiavitù, sebbene fino ad allora, grazie alle cure di Agaja, non gli fosse pesata troppo. Quanto al segno della lupa romana, non ingombrava il suo pensiero in questo momento. Davanti a lui si stendevano nuove rive e l’ignoto; sentiva crescere in lui il coraggio di affrontare il mondo.

Capitolo secondo

LA  NAVE  AUGUSTA

    Milon arrivò al porto e si mise alla ricerca della nave romana, costeggiando le banchine scure. Malgrado l’oscurità, il Pireo non dormiva ancora. Dei marinai lasciavano le taverne per tornare sui loro battelli. Due ubriachi, che non ritrovavano più la loro imbarcazione, barcollavano lanciando imprecazioni. Dei portatori di fiaccole correvano, illuminando qua e là i volti della gente. Milon non sapeva ancora il nome della nave che cercava; come poteva trovarla nella notte? Chiamò un portatore di fiaccola, che gli venne incontro:

   «Puoi dirmi dove si trova il battello che deve partire per Roma domani?»

   Il vecchio marinaio al quale si era rivolto rispose:

   «Le navi romane sono quasi sempre ancorate davanti al porto, perché sono molto più grandi dei battelli da pesca e qui non hanno spazio sufficiente. Costeggia il porto e le troverai.»

Milon ripartì dunque in direzione del mare. Avanzava lentamente, perché ad ogni passo inciampava su cordami, pezzi di legno e sassi. Un gruppo di uomini muniti di torce camminava dietro di lui avvicinandosi rapidamente. Milon decise di unirsi a loro. Li lasciò passare avanti a sé e si stupì del loro silenzio. Si trattava per la maggior parte di giovani, una trentina circa; era un gruppo di schiavi con i loro fagotti. Tutto a un tratto, in mezzo ad essi, riconobbe il suo amico Tyrios, che credeva da un pezzo a bordo. Lo raggiunse subito e mormorò:

   «Tyrios, eccomi!»

   Tyrios si girò subito verso il suo amico e un bagliore di gioia illuminò il suo sguardo. Disse con voce sorda:

   «Gli dei siano lodati, Milon! Resta vicino a me. Il mercante ed il guardiano sono proprio dietro di noi. Il mercante è di cattivo umore perché non ha trovato tutti i suoi schiavi, gliene mancano tre: tu e altri due. Domani mattina bisognerà attendere di aver trovato quelli spariti, prima di prendere il largo. Egli non partirà prima, poiché ha già pagato il prezzo dei suoi schiavi.»

   «Bene, camminerò al tuo fianco e mi lascerò scivolare nella nave insieme a voi, senza farmi vedere.»

   «Questo non può funzionare», replicò Tyrios, «i nostri nomi sono scritti su una tavoletta di cera. Quando saremo al battello andrai in cerca del mercante per annunciarti. In città abbiamo dovuto aspettare molto tempo sulla piazza del mercato, fino a che tutti fossero riuniti. È questo che ti ha permesso d’arrivare prima di noi. Attento! Ci avviciniamo alla nave, i primi portatori di fiaccole si sono fermati.»

   Un grande veliero si stagliava nell’oscurità, lievemente illuminato dalla luce delle fiaccole. Echeggiarono dei richiami, fu calata una scala. Gli schiavi salirono a bordo su assi malferme, mentre un guardiano controllava i loro nomi sulla tavoletta di cera. Tyrios disse a Milon:

   «Ecco, adesso è il momento di andare a presentarti al mercante e al padrone della nave. Vieni, ti accompagno.»

   Entrambi andarono a prendere posto in coda al gruppo di schiavi. Tyrios, seguito da Milon, si avvicinò al mercante vestito alla romana e lo salutò con rispetto.

   «Nobile signore», disse, «ecco il mio compagno della casa di Midias, che aveva dovuto assentarsi per portare un messaggio poco prima che tu venissi a cercarci. È venuto al Pireo in tutta fretta e ti prega di perdonare il suo ritardo imprevisto.»

Milon si gettò ai piedi del suo nuovo padrone alla maniera degli schiavi. Il mercante, sorpreso da tanta educazione e finezza di linguaggio, rimase a bocca aperta, si dimenticò la sua frusta e domandò:

   «Dove sono gli altri due?»

   Tyrios rispose con sollecitudine:

   «Non ne ho la minima idea.»

   «Maledetti ragazzi!», sibilò il mercante adirato. «Che costui si faccia iscrivere sulla lista!»

Poi, con un segno della mano, il mercante mostrò loro la nave, dove si arrampicarono rincuorati per raggiungere gli ultimi schiavi.

   Discesero dal ponte per una specie di scala, che li portò nella stiva buia della nave. Era là che dormivano gli schiavi, sul pavimento di legno, con il loro fagotto come cuscino. Milon e Tyrios, cercando un luogo per stendersi, si tenevano per mano per non perdersi. Ad ogni passo andavano a sbattere contro corpi distesi, provocando imprecazioni e pugni, finché non ebbero trovato un posto. Ben presto le voci e le imprecazioni terminarono e si cominciò a sentir russare. L’aria era soffocante, l’odore di pece si mescolava a quello del sudore. Milon sussurrò all’amico:

   «Il nostro viaggio nel mondo degli Inferi; non manca che Cerbero, il cane infernale, con le sue tre teste e la sua coda di serpente.»

   Serviva molto di più ai nostri due amici perché perdessero il loro senso dell’umorismo. Milon tirò fuori dal suo sacco due pezzi di pane di spezie che Agaja gli aveva preparato e ne allungò uno al suo compagno.

   «Tieni, prendi un po’ di cibo degli dei; fin che mangeremo, avremo la certezza di non essere ancora nelle viscere di Ade.»

   Di lì a qualche istante Tyrios mormorò:

   «Milon, tu che hai imparato l’alfabeto greco e romano con Alkides, hai potuto decifrare il nome della nave?»

   «Sì, ho potuto leggere, ma non so che cosa significhi. La nave si chiama “Augusta”. Può essere il nome di una dea romana, chi lo sa, e chissà che non ci porti fino al fondo degli Inferi, alla dimora degli eroi?» Lo sciabordio monotono delle onde contro il battello cullava i due amici, le cui palpebre pesanti per le fatiche del giorno ben presto si chiusero.

   L’indomani di buon mattino il Pireo ronzava di un viavai incessante. Alle prime luci del giorno un guardiano e due aiutanti avevano lasciato il veliero per recarsi ad Atene, alla ricerca dei due schiavi mancanti. Quando li trovarono e tornarono tutti e cinque, il sole era già alto nel cielo. Una buona brezza soffiava, gonfiando le vele in direzione del mare. I due ritardatari, incatenati, salirono la scaletta della nave dove furono ricevuti a colpi di frusta. Il mercante schiumava di rabbia e ordinò di gettare i due schiavi, così com’erano, nella stiva buia per tutta la durata della traversata. Milon tremò all’idea di aver rischiato di essere il terzo a subire la stessa sorte. Con compassione guardò i poveracci sprofondarsi nelle viscere del battello.

Come sempre una folla di curiosi si affrettava all’imbarcadero per assistere alla partenza del veliero. Si sentivano gridare gli ultimi ordini:

   «Mollate gli ormeggi!»

   Fu allora che si vide affrettarsi una piccola vecchia vestita di nero. Portava una boccetta d’olio che versò nell’acqua, vicino alla nave, mormorando delle parole un po’ dette, un po’ cantate. Poi si mise a fare dei gesti per scongiurare gli spiriti dell’aria e del mare. Rivolgendosi al dio del vento lo pregò d’essere clemente verso il veliero. L’olio consacrato che aveva appena versato era destinato a Poseidone, dio del mare, affinché accordasse al battello una traversata pacifica. Dopo di ciò la vecchia si spostò indietro di qualche passo e contemplando la nave romana si mise a chiamare con voce sottile:

   «Milon! Milon!»

   La figura del giovane ragazzo si stagliò sul ponte, saltò flessuosamente sull’albero di poppa e si mise a fare dei segnali con un fazzoletto chiaro, descrivendo dei cerchi sopra la sua testa.

   L’ultima vela fu issata, fu levata l’ancora e la nave cominciò a scivolare dolcemente verso il mare aperto. La vecchia donna, scossa dai singhiozzi, fece qualche passo lungo la banchina seguendo il battello e balbettò:

   «Mio povero Milon, dove ti porteranno? Non ci rivedremo mai più!»

   Sul battello intanto il fazzoletto chiaro era sparito. Agaja, che non poteva più trattenere le lacrime, si accasciò su un mucchio di corde e pianse. Ogni volta che alzava la testa il veliero era sempre più piccolo all’orizzonte. La moglie di un pescatore che passava di là con un paniere ricolmo di pesci per andarli a vendere ad Atene la riconobbe. Non era forse una delle sue migliori clienti? Le si avvicinò:

   «Agaia, cosa fai qui, cos’hai dunque da piangere così? Le tue gambe non hanno forse più la forza di riportarti a casa? Vieni Agaja, facciamo la strada insieme.»

   La vecchia si rialzò. Si vergognava di essere stata sorpresa in questo stato pietoso. La presenza amichevole della moglie del pescatore, mitigando il suo dolore, la spinse a raccontarle la sua pena:

   «Sono venuta per accompagnare alla nave i nostri giovani ragazzi, Milon e Tyrios. Era da sette anni che mi occupavo di Milon come di un figlio. Ed ecco che la nostra padrona lo ha venduto e la sua nave è in viaggio verso Roma. Quanto a me, io sono vecchia e dato che il mio padrone è morto me ne ritornerò da mio fratello a Delfi, dove sono nata.»

   E mentre si mettevano in strada, Agaja proseguì:

   «Sono molto contenta di tornare con te ad Atene. Ma prima bisogna che prenda nella mia boccetta un poco di quest’acqua sulla quale Milon rema ora. Ogni giorno la terrò tra le mani quando pregherò.»

   Dette queste parole fece qualche passo verso la riva, immerse la boccetta nell’acqua e la mise sotto al braccio come la cosa più preziosa al mondo. Poi insieme alla moglie del pescatore si mise in cammino verso Atene e di tanto in tanto si volgeva, scrutando il mare dove il veliero era sparito lentamente all’orizzonte.

Capitolo terzo

IL CARICO MISTERIOSO

   L’Augusta costeggiava da parecchi giorni le coste del Peloponneso, sospinta da venti favorevoli. A bordo qualche schiavo, tra cui Milon e Tyrios, aveva imparato ad alare le funi e ad arrampicarsi sui pennoni per sciogliere le vele, o disporle secondo la direzione del vento. Così essi avevano accesso al ponte di poppa, là dove erano custoditi oggetti misteriosi, impacchettati in stoffe e coperte. Nessuno sapeva quello che vi era nascosto, ma ognuno provava ad indovinare e tutti erano dello stesso avviso: siccome il carico era sorvegliato notte e giorno da soldati dell’imperatore romano, quello che nascondeva non poteva che essere qualche bottino prezioso rubato alla Grecia.

   Una sera, steso sul pavimento nella stiva della nave, Tyrios propose a Milon:

   «C’è la luna piena che illumina la notte e io non ho nessuna voglia di dormire. Se provassimo a scivolare fino a poppa per esplorare il carico segreto? Sono così curioso di sapere quello che è nascosto sotto quei tessuti e sotto quelle coperte!»

   Milon, subito d’accordo col suo amico, disse:

   «Proviamo a infilarci nel boccaporto posteriore. Ma se le vele non sono tutte abbassate, il pilota sarà ancora al timone e può darsi che ci senta arrampicarci.»

   Tyrios replicò:

   «Basta che uno di noi lo tenga d’occhio. Quando i venti calano non resta al timone, ma fa volentieri qualche passo, oppure va a sedersi vicino alla vedetta. Vieni, andiamo a vedere com’è la situazione. Coi miei capelli neri potrò osservare tutto senza essere visto.»

   Tyrios, seguito da Milon, partì a tastoni in direzione della poppa del veliero. Urtavano qua e là qualche oggetto, ma nessuno immaginava che cosa fosse; i cigolii e gli scricchiolii incessanti del battello li proteggevano. Ad un certo punto videro una debole luce che proveniva dalla cabina del pilota. Tyrios si sollevò sulla punta dei piedi e a un tratto Milon lo vide scomparire attraverso il boccaporto. Poco dopo la sua testa riapparve nell’apertura; sussurrò:

   «Milon, il pilota è con la guardia. Andiamo!»

   Quando si furono accovacciati sul ponte, nell’aria fresca della notte, videro la guardia e il pilota seduti in piena conversazione. Non c’era pericolo. Strisciarono allora fino al carico misterioso e si misero subito in azione. Sciolsero le corde che legavano i drappi e i teloni. Di tanto in tanto Tyrios si assicurava che né la guardia né il pilota stessero per sorprenderli in flagrante delitto. Milon, scelta una forma allungata di grandezza media, la sciolse dalle corde. Quand’ebbe tirato via l’ultimo telo non poté trattenere un grido soffocato. Il viso di marmo di una dea era apparso al chiaro di luna:

   «Afrodite! I Romani l’hanno rubata e avvolta in vecchi teli sporchi.»

   Milon era sconvolto. Passò il suo braccio attorno al freddo marmo con devozione. Rivedeva l’immagine di Afrodite, la dea della bellezza, in un piccolo tempio d’Atene, innalzata sopra un tappeto di fiori, protetta da un cerchio di colonne. Mentre contemplava la statua della dea, che i Romani avevano così perfidamente disonorato, un sentimento misto di dolore, di compassione e di collera montava in lui.

   Nel frattempo, Tyrios era riuscito ad infilare le sue dita sotto il tessuto che nascondeva un secondo oggetto e a tastoni lo aveva riconosciuto:

   «Una testa, un braccio, anche qui. La nave deve essere piena di statue rubate. Ho sentito dire che all’imperatore romano piacciono molto e le usa per decorare i giardini delle sue ville e dei suoi palazzi.»

   Milon aveva tolto i teli che avvolgevano Afrodite ed entrambi la osservarono muti al chiarore della luna. La statua stesa sul pavimento rivolgeva i suoi occhi di pietra verso il cielo; i suoi sguardi sembravano perdersi in mezzo agli astri.

   «Bisogna che Afrodite resti in Grecia», dichiarò Milon fra il mormorio delle onde. «Che ne pensi Tyrios, forse in due siamo abbastanza forti per gettarla fuori bordo, nelle acque che bagnano ancora la costa greca? Così saremmo sicuri di proteggerla dagli sguardi indegni.»

   «Sono pronto», mormorò Tyrios, «ma se ci facciamo prendere sarà la catastrofe! Lasciami prima andare a vedere quello che fanno la guardia e il pilota.»

   Tyrios si intrufolò tra le statue, agile come un gatto, e ritornò presto rassicurato:

   «Sono entrambi distesi su delle pelli di montone e si passano una brocca di vino dalla quale bevono a turno. Ridono e discutono raccontandosi storie sciocche. Sono molto occupati; passiamo all’azione.»

   La statua non era alta quanto un uomo e siccome i due ragazzi erano molto forti la sollevarono senza troppa fatica. I teli stesi sul suolo attutivano gli scricchiolii delle tavole. Tyrios lanciò in mare un telo che era sudicio. Era contento, questa avventura giocava un bello scherzo ai Romani. Milon sentiva le cose diversamente, per lui era più che un’avventura: quello che facevano era un’azione importante. La statua della dea gli ricordava i sacrifici a cui aveva preso parte durante tutta l’infanzia e la giovinezza e adesso aveva il sentimento di agire in nome della Grecia e dei suoi dei. Era giusto che Afrodite fosse restituita al mare e alle coste del Peloponneso. Si ricordava quello che Alkides gli aveva raccontato a proposito della dea che era apparsa nella schiuma delle onde e la cui bellezza aveva ispirato le opere degli artisti greci. E Milon mormorava tra sé e sè:

   «Tu che sei sorta dalle acque della Grecia, ritorna ora alle acque greche.»

   Se non avesse avuto paura che Tyrios si burlasse di lui, si sarebbe inginocchiato davanti alla statua di marmo per pregare; era così bella nel chiaro di luna, cullata dolcemente dal ritmo delle onde! Riuscirono a spingerla fino al bordo del battello, la sollevarono e la lasciarono cadere delicatamente. La dea rimase un istante orizzontale sulla superficie dell’acqua scura, poi sprofondò. Nella caduta lo zoccolo di marmo nel quale era stata scolpita aveva urtato contro lo scafo della nave, provocando un gran baccano che spaventò i due ragazzi. La guardia e il pilota si alzarono subito; si diressero in fretta verso il luogo da dove era venuto il rumore. Tyrios prese Milon per il braccio ed ebbero appena il tempo di nascondersi in mezzo alle altre statue, sotto uno dei teloni che aveva avvolto Afrodite. La guardia e il pilota erano ormai molto vicini a loro, avrebbero potuto toccarli con un piede. La guardia era molto nervosa:

   «Cosa sarà stato questo baccano? Sembrava un pennone che si spezzava; ma non c’è vento.»

   Il pilota rispose:

   «Nessuno uomo ha potuto fare un simile baccano. Forse è una di queste statue di marmo che è rotolata? Però ci vorrebbero ben altre onde per riuscire a muoverle e qui sono tutte ben allineate… ma, per Orco! Cosa c’è qui? Un posto vuoto! Non c’era una statua qui questa sera? Per Orco, è sparita; qui ci sono i fantasmi! Vado a cercare una lampada per esaminare la cosa più da vicino.»

   La guardia, che aveva paura dei fantasmi, si affrettò ad aggiungere:

   «Vengo con te a cercare delle torce, qui succedono cose inquietanti.»

I due si affrettarono verso prua per accendere le loro torce sulle lanterne che bruciavano giorno e notte. Tyrios e Milon colsero subito l’occasione e gettarono fuori bordo i teli che restavano per non lasciar tracce. Poi, saltando per il boccaporto, sparirono nello scafo della nave.

   Una volta stesi sul pavimento, sani e salvi, si sentivano il cuore battere in gola. Tyrios stentava a dominare la sua gioia. Che buon colpo avevano messo a segno! Nella sua eccitazione martellava l’amico di pugni nelle costole. Milon sentiva ritornare in lui la calma, accompagnata da un benessere profondo; avevano salvato la dea della bellezza.

   In alto sul ponte di poppa intanto due uomini vagavano ancora di qua e di là illuminando con la loro lanterna ogni angolo. Arrivati al luogo in cui giaceva la statua della dea s’arrestarono. La guardia, lanciando sguardi timorosi tutt’intorno, disse:

   «È partita, non ritornerà! Se mi ricordo bene era Afrodite che giaceva qui, la più preziosa delle statue. La sua scomparsa è un cattivo presagio per la nostra traversata. Ho spesso viaggiato sui mari con carichi di cereali, di olio, di vino o di legno, ma mai ancora con statue di dei. Mi domando se arriveremo sani e salvi.»

   Il pilota rispose:

   «Per Orco e per Cerbero cane degli Inferi, c’è del losco qui, non c’entrano solo le forze della natura.  Chi sa che non ce ne sparisca una ogni notte. Tremo già pensando a domani sera. Vieni, andiamo a prua; il timone è ben fissato e non ha bisogno di me. Lascia bruciare la lanterna, vado a riempire un’altra brocca di vino.»

   «D’accordo», disse la guardia, «ma prima promettimi che non racconterai ad anima viva quello che è successo stanotte. Nessuno deve saperlo. Non si accorgeranno di una dea in più o in meno, se la cosa non si ripete. Aiutami, mettiamo una panca di legno al suo posto, così il padrone non noterà la scomparsa di Afrodite. E quando a Roma sbarcheremo il carico faremo finta di niente!»

   La cosa si concluse là e dove prima c’era Afrodite venne messa una panca di rozzo legno. Sopra ci misero delle vele che venivano issate solo con venti più deboli e nessuno si accorse che la dea era fuggita.

Capitolo quarto

ARRIVO A STABIA

   L’Augusta veleggiò sul mare spinta da venti favorevoli e nessuna tempesta venne a turbare la sua traversata. Mentre la nave si avvicinava alle coste della Sicilia per attraversare lo stretto di Messina i marinai continuavano a guardare la montagna che dominava l’isola, sulla cui cima si sollevava una grossa nube di fumo a intorbidare il blu del cielo. Tyrios sorprese il padrone del battello che diceva al guardiano:

   «Il fuoco ribolle nelle viscere della Terra. Vulcano attizza la forgia degli Inferi.»

   Poco dopo Tyrios si trovò vicino a Milon, il cui sguardo era rivolto alla montagna fumante. Gli ripeté quel che aveva appena udito e di cui non aveva potuto comprendere  il senso. Milon gli disse:

   «Non posso che ripetere quello che Alkides mi ha raccontato: Efesto, che i Romani chiamano Vulcano, è il fabbro degli dei; vive nel fuoco della Terra e questa montagna deve essere il suo santuario. Tutt’intorno a qui si elevano le falesie e le isole dove il celebre Ulisse è approdato quando si è perso in mare.»

   Le coste dell’Italia apparvero ben presto alla loro destra. Quando l’Augusta attraversò lo stretto fu per Milon come attraversare una porta che si apriva su una nuova vita. Atene ormai era molto lontana dietro a lui. Un immenso mare lo separava dal suo paese natale. Era la porta dell’impero romano che s’apriva davanti a lui, su quelle profonde acque blu.

   Sulla nave il lavoro di Milon consisteva nel mettere in ordine i cordami ingarbugliati e disfare grossi nodi. Lavorava sul ponte, cosa che gli permetteva di contemplare di tanto in tanto l’azzurro del mare intorno a sé e le coste bruno-verdi illuminate dal sole. Tyrios lo raggiunse con informazioni fresche; era capace di intrufolarsi là dove nei discorsi delle persone si diffondevano le notizie. Lo avevano incaricato di portare delle brocche d’acqua e di vino e di versare da bere all’equipaggio romano, perciò aveva libero accesso dappertutto e poteva ascoltare molte conversazioni che non erano destinate ad orecchie di schiavi. Milon, che lo vide arrivare con viso serio, comprese subito che il suo amico portava una notizia del tutto particolare. Tyrios mormorò, eccitato:

   «Milon, ho appena sentito il capitano che diceva al padrone del battello: “Siccome i venti sono stati favorevoli durante la nostra traversata, potremo accostare già domani. Prima di proseguire in direzione di Roma faremo scalo in un porto chiamato Stabia. È là che abita il proprietario dell’Augusta. Vuole esaminare la nave e le mercanzie che trasportiamo. Si chiama Pomponiano; deve essere molto ricco e anche di origine principesca. Possiede parecchi battelli e una villa in riva al mare; fa trasportare derrate per l’imperatore, che conosce personalmente.”»

   Milon non sapeva proprio se quest’ultima notizia fosse piacevole o no. Questa vita da schiavo presso i Romani forse lo stava separando da Tyrios, il suo unico amico; tutto questo gli pareva ancora molto incerto e lo spaventava un po’, perciò rispose:

   «Tyrios, tu che sei così abile con i superiori, potresti fare in modo che restiamo insieme? Così, sopporterò molto meglio il mio destino.»

   «Ci proverò, Milon; ma non penso che ci separino», disse Tyrios, «sempre che Pomponiano non noti la scomparsa della statua di Afrodite. Potrebbe irritarsi e venderci tutti come rematori per le galere. Sarebbe finita per noi. In qualsiasi caso forse arriveremo a Roma dopodomani.»

   L’indomani una grande agitazione regnava sul battello. Il padrone dava ordini gridando, tutto doveva essere pulito e perfetto. Fu necessario cambiare le vele sporche o rammendate e lavare il ponte. Gli schiavi dovettero poi lavarsi e mettersi un perizoma pulito. E quando alla fine la nave entrò nel porto di Stabia tutto era di una pulizia impeccabile, come prima di una cerimonia, per accogliere Pomponiano a bordo.

   L’equipaggio era stato messo in fila e dovette gridare molto forte: «Viva Pomponiano!» appena egli lasciò la villa con tutto il suo seguito per andare alla nave. Il padrone del battello lo aspettava sul ponte e gli consegnò tre rotoli di pergamena; uno con la lista degli schiavi, un altro con quella delle mercanzie e il terzo che conteneva i dettagli del carico misterioso.

   Dopo che il nobile signore ebbe esaminato gli schiavi e fatto i complimenti al padrone per aver portato così tanti giovani in gamba che a Roma sarebbero stati venduti a buon prezzo, scese nella stiva per controllare i barili di olio e di vino. Infine si diresse col suo seguito verso poppa, dove erano depositate le statue. Il padrone della nave aveva incaricato Tyrios di tenersi pronto con caraffe, coppe e vino greco dolce per offrire da bere a Pomponiano e al suo seguito non appena fossero scesi sotto coperta. Tyrios aveva portato con se Milon come aiutante e mentre quest’ultimo doveva reggere le brocche e riempire le coppe, Tyrios le porgeva agli ospiti inchinandosi rispettosamente davanti a Pomponiano  e al suo seguito, come aveva imparato ad Atene. Ai visitatori la bevanda piaceva molto e Milon doveva continuamente riempire le coppe.

   Tutto ad un tratto Pomponiano indicò le statue e chiese di vederne una. Quando furono tolte le stoffe che la avvolgevano apparì un fauno, metà uomo e metà caprone, che danzava su una sola gamba suonando il flauto. Pomponiano, di buon umore per il vino bevuto, scoppiò a ridere e disse:

   «Non lascio all’imperatore romano questo bel tipo. Che resti a Stabia nel mio giardino, farà danzare i pesci dello stagno.»

   Il padrone della nave dette l’ordine di avvolgere il fauno nei suoi teli e di portarlo a riva. Poi, con l’aiuto di tavole e di corde, un gruppo di schiavi lo tirò fino alla villa, mentre altri li seguivano portando un barile di vino greco. Questo trasloco distrasse l’attenzione di Pomponiano a tal punto che si dimenticò di terminare il controllo delle statue. Così non notò la sparizione della dea Afrodite. Prima di lasciare il battello Pomponiano disse al padrone che desiderava portare con sé uno o due schiavi per il servizio della sua casa. Quelli che avevano servito il vino gli piacevano, voleva tenerli con sé. Tyrios e Milon, col loro piccolo fagotto sulla spalla, raggiunsero allora il seguito di Pomponiano che si dirigeva verso la villa. Dal terrazzo contemplarono la partenza della nave che, con tutte le vele issate, fendeva il mare in direzione di Roma. Tyrios mormorò a Milon:

   «Peccato, avrei preferito proseguire il viaggio; avrei dovuto nascondermi sul battello!»

   Milon rispose:

   «Il signore sembra benevolo, la regione è splendida e questa villa ai piedi della montagna mi ricorda Atene. Io sono contento di restare qui. E poi quando penso a Roma non sono tranquillo; anzi, mi viene un po’ di paura.»

   Un uomo un po’ grosso che faceva anche lui parte del seguito si rivolse allora in greco ai nuovi venuti:

   «Bene, ragazzi miei, io sono il sorvegliante degli schiavi. Il mio nome è Fusco e sono nato in Grecia anch’io. Da oggi imparerete la lingua dei Romani. Sono io che vi distribuirò gli incarichi. Se siete bravi e vi impegnate nel lavoro non avrete di che lamentarvi. Ma la frusta scende velocemente su coloro che si dimostrano pigri o ribelli.»

   Con queste parole Fusco roteò gli occhi in modo così strano che gli ateniesi riuscirono a stento a nascondere le risa. Subito Tyrios sviò il discorso:

   «Caro Fusco, faremo del nostro meglio per soddisfarti; ma dimmi, che città è quella grande laggiù davanti a noi?»

   «Come? Non conoscete Pompei, il fiore delle città romane? Sedici anni fa un terremoto ne ha devastato una parte, ma poi è stata ricostruita più bella di prima.»

   Sotto l’effetto del dolce vino greco Fusco sembrava chiacchierare volentieri e aggiunse:

   «Prossimamente andremo a fare acquisti a Pompei. Vi metterò nel gruppo dei portatori. Vedrete tutto quello che ci si trova: chioschi, artigiani, negozi. Ventimila abitanti vivono in città.»

Nel frattempo Pomponiano aveva fatto trasportare il fauno vicino allo stagno, un grande bacino di pietra nel quale nuotavano pesci meravigliosi. La statua del danzatore venne liberata dai suoi teli e posta su un muro presso il bordo. Si specchiava sull’acqua increspata così che sembrava si muovesse. Pomponiano guardava con piacere quella figura metà uomo e metà animale, che con una smorfia suonava il flauto su un solo piede. Milon disse a Tyrios:

   «Che fortuna che Afrodite non sia caduta in mano ai romani e che non si trovi qui in balia dei loro sguardi. Il fauno s’accorda meglio al loro stile; per loro la vita non è che un gioco d’azzardo.» E tra sé e sé pensò:

   «Afrodite dorme nascosta nelle acque del mar Ionio davanti al Peloponneso. Chissà che laggiù susciti l’ammirazione dei pesci.»

   Ma già Tyrios tirava Milon per un braccio, strappandolo a suoi sogni.

   «Al lavoro! Fusco ci fa segno e rotea già gli occhi… Vuole darci del lavoro.»

Capitolo quinto

GIORNATA DI ACQUISTI A POMPEI

   Due settimane erano trascorse al servizio del ricco Pomponiano. Tyrios e Milon avevano trovato nel loro nuovo padrone, uomo di età matura, quasi un amico. Con sua grande soddisfazione avevano rialzato lo zoccolo del fauno vicino allo stagno con Fusco e con il giardiniere, e non passava giorno che Pomponiano non andasse lì a rilassarsi un po’ all’ombra di un albero. La manutenzione della casa e del giardino era un lavoro gradevole, anche se risultava un po’ monotono dopo la vita ad Atene e l’emozionante traversata in nave. Spesso guardavano in direzione di Pompei e del Vesuvio. Avevano molta voglia di visitare la città, ma l’occasione non si era ancora presentata. Un giorno finalmente Fusco annunciò loro:

   «Oggi andiamo a Pompei. I quattro più giovani tra voi remeranno. Il nostro padrone viene con noi. Preparate cesti ed anfore, avremo da fare molti acquisti.»

   Tra i più giovani c’erano naturalmente Tyrios e Milon. Giù al fiume Sarno salirono sulla barca a quattro remi che Pomponiano  usava per simili viaggi a Pompei. Era dipinta di vivaci colori, con la prua scolpita e dorata, e aveva l’aria molto solida.

   Si era al termine dei grandi caldi del mese d’agosto. Da un colloquio tra Pomponiano e Fusco si venne a sapere che il signore aveva deciso di fare il viaggio quel giorno perché gli era giunta voce che il giorno precedente alcune case di Pompei erano state danneggiate da un leggero terremoto, che si era sentito anche a Stabia. Il fiume Sarno, che si getta nel mare non lontano da Pompei, era stato allargato nei pressi della città a formare un porto per le barche, dove, dopo una breve attraversata, venne ormeggiata la barca a quattro remi. Quando furono discesi dal battello Pomponiano ordinò loro:

   «Fusco, quando avrai terminato gli acquisti ritorna qui coi ragazzi. Ma concediti prima un bel bagno alle terme: ci vorranno alcune ore prima che io ritorni dalla visita ai miei amici.»

   Il signore voleva proseguire da solo, così Fusco prese i quattro schiavi con sé e andò a fare gli acquisti.

   Prima di lasciare il porto Milon osservò le barche da pesca e quelle mercantili. Ma più di tutte lo attrassero alcune imbarcazioni dorate che appartenevano a ricchi cittadini di Pompei.

   Ben presto entrarono nella città vecchia attraverso una grande porta. In confronto alle strade di Atene quelle di Pompei, lastricate con grandi pietre, sembravano a Milon piuttosto strette. Quando un carretto s’avvicinava bisognava arrampicarsi sul marciapiede al lato della strada, alto quasi fino al ginocchio. La strada era scavata come un canale ed era troppo stretta perché i carri potessero evitare i passanti. I negozi s’aprivano sulla strada e dappertutto si vedevano artigiani lavorare alacremente: alcuni cucivano il cuoio per fare cinture e scarpe, altri nelle officine battevano il rame. Splendidi copricapo per cavalli, fibbie per cinture, anelli e catenine erano esposte sulle bancarelle. Dei tavernieri attingevano vino rosso e dorato da anfore in pietra, riempiendo coppe che servivano poi con pane e pollo arrosto, o pesce fritto. Là si potevano comprare lampade ad olio di tutte le misure e accanto c’era una vasaia, seduta al centro di una bancarella di vasi e di pentole, che decantava la sua merce ad alta voce. Un venditore affaccendato agitava in aria i suoi scialli, li offriva alle signore curiose incoraggiandole a provarli.

   Attorno ad un pozzo si erano radunate con anfore e secchi delle povere donne nelle cui case non arrivava l’acqua corrente. Milon sentì che parlavano animatamente dei danni provocati dal terremoto del giorno prima. Una di loro accennò spaventata alla nube di fumo che si sollevava sul Vesuvio. Dei carretti tirati da asini trasportavano frutta e verdura che proveniva dalla campagna. Stavano per essere venduti ai mercati coperti. Presso un pescivendolo Fusco fece riempire di pesce marinato uno dei suoi vasi, presso un altro mercante comprò della farina. Nel cesto di Milon venne messo su strati di foglie di vigna un gran numero di uova. Tyrios portava due orci di olio che avevano fatto riempire al frantoio.

   Quando Fusco e i suoi aiutanti arrivarono sulla grande piazza del foro deposero un istante i loro fardelli per contemplare i templi e gli altri edifici. Delle pietre giacevano qua e là, testimoni del terremoto. Nella facciata del palazzo del governatore della città correva dall’alto in basso una grossa crepa. Milon non era sorpreso di vedere dei templi con le colonne greche: Alkides gli aveva detto come i romani in questo si fossero ispirati ai greci.

   Fusco fece loro segno e si recarono insieme verso un posto ombreggiato, dove disse loro:

   «Posate tutto qui per terra. Io ora me ne vado ai bagni, mentre i due nuovi possono approfittare di questo tempo libero per scoprire la città. Vesonius e Vargo, voi restate qua a sorvegliare le merci e a riposarvi fino al mio ritorno.»

   Milon e Tyrios s’incamminarono subito in una delle strade animate di Pompei, ammirando le case con le facciate dipinte. Ad Atene le case non erano dipinte; per loro era qualcosa di nuovo. Tutt’a un tratto delle persone uscirono da una casa. Erano vestiti molto elegantemente; le signore portavano gioielli d’oro e d’argento e sciarpe dai colori vivaci. Delle risate euforiche risuonavano in tutta la casa. I due amici si nascosero in un’apertura nel muro, dalla quale potevano osservare quelle allegre ed eleganti persone che sfilavano davanti al portone. C’erano dei bambini che lanciavano fiori ad una giovane coppia appena uscita, così che il suolo sembrava un tappeto di fiori.

   «Un matrimonio!» disse Tyrios; «se fossi ricco e felice anch’io, mi piacerebbe sposarmi.»

   Il corteo si mise in cammino in direzione del foro. Fragranze profumate si spargevano nell’aria al loro passaggio. I bambini cospargevano senza sosta il marciapiede di fiori. Una rosa cadde ai piedi di Tyrios, egli la raccolse velocemente per annusarne il dolce profumo. Poi, girandosi verso Milon, disse:

   «Che poveri diavoli che siamo! Che fortuna essere ricchi!»

   «Ce ne sono altri più poveri di noi», fece notare Milon. «Guarda quei mendicanti e quelle persone storpie che seguono il corteo zoppicando per raccogliere le monete che gli invitati a nozze gettano in aria.»

   Seguirono con gli occhi il corteo, poi si rimisero in cammino. Un odore di pane fresco veniva loro incontro. Sentivano uno strano stridio che diventava sempre più forte man mano che avanzavano. Quando svoltarono l’angolo di una casa si trovarono di fronte ad una scena curiosa: intorno ad alti cilindri di pietra videro degli uomini che con l’aiuto di pertiche di legno spingevano delle immense macine, dalle quali proveniva un terribile stridore.

   «Sono mulini», gridò Milon; «vedi la farina?»

   Siccome quattro mugnai avevano smesso in quel momento di girare, aspettando che il quinto riempisse di grano il cilindro, Tyrios domandò:

   «Fate girare a lungo questi mostri?»

   «Dal levar del sole fino al tramonto. Gli abitanti di Pompei divorano montagne di pane.»

   Dietro ai mulini un panettiere tirava fuori da un forno in pietra dei pani fumanti, che i suoi garzoni ripartivano secondo la loro taglia dentro a dei cesti.

   «Ne compro uno piccolo», disse Tyrios.

   Tirò fuori dalla sua cintura una moneta e la scambiò in fretta con un pane fresco.

   «Da dove può aver avuto questo denaro?» pensò Milon. «Ha sempre qualcosa di nascosto in quella sua cintura.»

   Tyrios divise il pane col suo amico dicendo:

   «Non c’è niente di meglio di un pane di Pompei fresco fresco, anche se ci si brucia la lingua!»

   Mangiando il loro pane se ne ritornarono in direzione del foro, dove dovevano aspettare che Fusco tornasse dai bagni. Attraversando una piazza Milon si fermò davanti alla facciata di una casa. Sull’intonaco c’era un’iscrizione rossa che decifrò e all’improvviso scoppiò a ridere. Tyrios, che non sapeva leggere, gli domandò:

   «Cosa c’è di così divertente? Forse che gli abitanti di Pompei scrivono spiritosaggini sui muri delle loro case?»

   Milon gli replicò:

   «Guarda, ci sono due iscrizioni. Quella in alto è bella e chiara e annuncia il celebre gladiatore Satrius Valens che verrà presto a combattere nell’arena di Pompei. È presentato come il preferito degli dei perché non ha mai subito alcuna sconfitta fino ad ora. L’iscrizione in basso è scritta meno bene e  commenta quella in alto: “È un miracolo, o muro, che tu non sia crollato sotto il peso di tali sciocchezze!” Questo non può che essere un nemico di Satrius Valens che voleva ridicolizzarlo agli occhi del pubblico. Mi piacerebbe molto vederli lottare tutti e due nell’arena.»

   Nel frattempo avevano mangiato il loro pane ed erano arrivati al foro. S’infilarono tra le colonne dei mercati coperti. Milon notò un gruppo di giovani all’apparenza nobili seduti all’ombra, sui gradini delle scalinate. Un magister seduto di fronte a loro li ammaestrava. Disse a Tyrios:

   «Scivoliamo dietro le colonne e andiamo ad ascoltarli.»

   «A me non interessa. Io torno dagli altri alla piazza del mercato. Fusco potrebbe tornare da un momento all’altro. Vale, Milon.»

   Vedendolo allontanarsi Milon pensò: “Pompei deve averlo impressionato davvero se a un tratto mi saluta al modo dei romani.”

   Senza dare nell’occhio scivolò dietro ad una colonna, vicino agli studenti che sedevano sulla scalinata. Sentì il maestro che parlava delle battaglie dei romani contro i barbari.

   «Cittadini Romani, siamo chiamati ad imporre la nostra potenza a tutti i popoli della Terra. Un popolo che si sottomette a Roma è come un battello che superando la tempesta arriva a buon porto. Roma è stata scelta dagli dei per governare la Terra. Ogni romano deve sapere che questo deve essere il nostro orgoglio, il nostro pensiero quotidiano: la grande, eterna Roma!»

   Milon aveva ascoltato abbastanza. Turbato attraversò la grande sala in direzione del tempio di Apollo, le cui colonne greche sembravano salutarlo. Sulla piazza davanti al tempio vide un gruppo di uomini occupati a mercanteggiare. Da un’altra parte dei mendicanti si trascinavano sui gradini delle scalinate. Un po’ più lontano delle persone giocavano ai dadi, cacciando a volte delle grida assordanti. Delle donne gironzolavano portando cesti o anfore, per vendere le loro mercanzie. Dietro a questa agitazione disordinata si ergevano le colonne slanciate che ricordavano a Milon l’Acropoli. Laggiù ad Atene però si avvicinavano al tempio solo passi raccolti e silenziosi. A nessuno sarebbe venuto in mente di bere, di giocare a dadi o di mercanteggiare davanti a un tempio. A un tratto si udì il suono di un gong e due sacerdoti grossi e grassi uscirono sui gradini del tempio per annunciare l’inizio delle offerte. Qualcuno si staccò dalla folla e percorse con noncuranza la scalinata. Spinto non dalla devozione ma dalla curiosità Milon entrò nel vestibolo del tempio. Avrebbe guardato volentieri all’interno del celio per vedere la statua d’Apollo. Ebbe fortuna, le porte del celio erano aperte. Si avvicinò un po’, com’erano soliti fare anche a Pompei. Una statua di marmo bianco si stagliava nella penombra. Era una meravigliosa statua greca che i romani di certo avevano portato qui dalla Grecia, un Apollo imprigionato qui nell’oscurità e dimenticato in mezzo al traffico affaccendato della città.

   «Via di qua, miserabile schiavo!» gli ordinò all’improvviso un guardiano del tempio con voce imperiosa.

   Milon ricevette un pugno nelle costole, barcollò tra le colonne e discese di corsa gli scalini del tempio per ritornare al foro. Lì trovò i suoi compagni preoccupati per la sua assenza, perché Fusco poteva arrivare da un minuto all’altro.

   Ma cosa stava succedendo, cos’era quel sordo rimbombo che si sentiva all’improvviso? Milon e Tyrios, seduti sul bordo di una fontana, sentirono qualcosa tremare sotto i loro piedi. Delle grida echeggiarono; la terra tremava di nuovo. La gente si precipitò fuori dalle case. Alcuni, abbandonando tutto, correvano a cercare rifugio al tempio, sul suolo benedetto. La terra tremava più forte, provocando un tumulto generale. Oltre ai boati della terra e alle grida degli uomini, si sentiva il rumore delle pietre che cadevano, delle facciate che crollavano. In quell’istante Fusco arrivò; e gridò agli schiavi:

   «Presto, al porto! Mettetevi in salvo sulla nave!»

   Aprirsi un passaggio attraverso la folla non era cosa facile, perché le persone erano prese dal panico e correvano da tutte le parti. Milon, col suo paniere d’uova sottobraccio, fu buttato a terra da un grosso oste che sbucava da casa sua. Si rialzò subito per proseguire il suo cammino, notando che un liquido giallo gocciolava lentamente dal suo cesto. Ma che importava qualche uovo di più o di meno, quando era questione di vita o di morte? Milon aveva perduto i suoi compagni, bisognava che facesse da solo il suo cammino. Non abbandonò il paniere, anche se lo ostacolava molto, e finalmente arrivò al porto. Fusco e gli altri tre avevano preparato il battello, ma Pomponiano non era ancora là. I battellieri spaventati spingevano le loro imbarcazioni in mare aperto. Qua e là uomini in fuga si aggrappavano ai battelli in partenza per salvarsi. Fusco e i quattro schiavi attendevano imperterriti il loro padrone, dando prova di una pazienza eroica; ma era impensabile di partire alla sua ricerca. Alla fine arrivò senza fiato, il viso coperto di sudore e di polvere, quasi irriconoscibile. Si sforzava di reprimere la sua agitazione e ordinò con calma:

   «Mollate gli ormeggi, salpiamo!»

Capitolo sesto

IL VESUVIO LA FA DA PADRONE

   Pomponiano sedeva a prua, lo sguardo raggelato. Nessuno parlava; solo il cigolio ritmato dei remi che s’immergevano nell’acqua si mischiava ai rumori della città da cui si allontanavano a poco a poco. Pomponiano non toglieva gli occhi dalla montagna del Vesuvio che si ergeva sopra la città. Una nube gigantesca che s’ingrandiva sempre più ne coronava la sommità. Era a tratti bianco-ovattata, a tratti grigio-bruna, come macchiata di ceneri o di terra. Poi, d’un tratto, avvenne come se lingue di fuoco lambissero il cratere e la montagna fu solcata da lampi. Milon remava. Era anche lui girato in direzione del Vesuvio che sembrava sputar fumo, vapore e fuoco. Questi fenomeni inquietanti lo affascinavano. La nube s’avvicinava a Pompei. Fusco, che teneva il timone, gridò improvvisamente a Pomponiano:

   «Signore, questa è una pioggia di cenere; speriamo di non essere presi in una pioggia di fuoco.»

   Erano come fiocchi di neve grigia, alcuni leggeri, altri più pesanti, che si trasformavano in fine polvere di cenere sulla mano. Al’improv-viso, come grandine, pezzi di pietre incandescenti si abbatterono fischiando attorno a loro e sul battello. Finalmente arrivarono a Stabia e attraccarono vicino alla grande nave di Pomponiano. Questi aveva ormai perduto tutta la sua calma e tutta la sua dignità. Fuori di sé dallo spavento ordinò:

   «Presto, alla città! Se pietre più grosse e più incandescenti si mettono a cadere tutti i miei beni prenderanno fuoco. Caricate nella mia nave tutto quello che può essere salvato. Partiamo per il mare aperto.»

   Nella villa regnava il caos più totale: la famiglia e i servitori di Pomponiano erano in preda al panico. La moglie di Pomponiano, che credeva suo marito morto, si gettò tra le sue braccia piangendo. Egli ripeté i suoi ordini. Si cominciò subito a trasportare bagagli, casse, provviste, fagotti, stoffe e tappeti fino alla nave. Alla cenere calda si mischiavano ora pezzi di pietra che cadevano sempre più numerosi. I portatori si dovettero proteggere la testa camminando. Milon si chinò per esaminare uno di questi sassi che venivano a cadere ai suoi piedi. Lo prese in mano; era bollente, ma straordinariamente leggero, ed emanava uno sgradevole odore di zolfo. Non erano pietre strappate alle rocce della montagna; assomigliavano piuttosto a delle scorie, a residui delle fornaci di Efesto, il dio del fuoco. Ma non era il momento di riflettere, bisognava agire. Milon riprese il suo fagotto e dirigendosi verso il battello vide una barca che s’avvicinava. Un personaggio nobile e distinto di età avanzata ne discese e s’informò:

   «Pomponiano è in casa?»

   Milon assentì con un segno della testa e lo straniero salì i gradini della villa col suo seguito. Milon aveva deposto il suo fardello nella nave. Vide due servitori spruzzare le tavole della nave e spazzare il fango grigio e fumante delle ceneri. Poi risalì prontamente alla villa con un grembiule di cuoio sulla testa per proteggersi dalla caduta delle pietre. Arrivò alla casa nel momento in cui Pomponiano ne usciva per salutare il suo ospite. Dovevano essere buoni amici, perché Pomponiano lo abbracciò esclamando:

   «Plinio, che bella sorpresa! È nella mia casa che gli dei ti inviano in quest’ora fatale.»

Lo straniero, che era di alta statura, sorrise e facendo con la mano un gesto rassicurante domandò:

   «Cosa succede qui da voi? Siete tutti così agitati. Non è certo perché una montagna sputa della cenere che è la fine del mondo. E tu, mio vecchio amico, non starai per questo partendo in mare con tutti i tuoi beni per ritornare tra qualche ora?»

   Pomponiano confuso biascicò qualche parola, mentre il suo ospite proseguiva:

   «Mio caro amico, volevo recarmi nella tenuta di Cessus Bassus risalendo il fiume; ma questa pioggia di pietre mi ha condotto da te. Mangiamo e beviamo insieme aspettando tranquillamente che il Vesuvio si calmi.»

   A queste parole Pomponiano si tranquillizzò e ordinò subito a Fusco di interrompere il viavai verso il battello. Poi, rivolgendosi al suo ospite:

   «Plinio, amico mio, ti credevo a Roma. Quali sono dunque le ragioni che ti portano da queste parti?»

   «Sono a Misenum non lontano da qui, sulla riva di fronte, come  comandante della flotta dell’imperatore. Talvolta mi prende la voglia di rivedere i miei vecchi amici per proteggerli dalle stupidaggini che rischierebbero di commettere.»

   Entrarono in casa. Fusco, che aveva ascoltato la conversazione, disse agli schiavi con aria importante:

   «È uno dei più alti dignitari fra i Romani. Ha migliaia di uomini ai suoi ordini e non teme nulla e nessuno. Se la terra si aprisse spalancandosi davanti a lui, non tremerebbe neppure.»

   Fusco aveva appena finito di parlare che la pioggia di pietre raddoppiò d’intensità, rompendo le tegole sul tetto. Fusco inviò Milon e Tyrios in cucina, per preparare un pasto degno del loro ospite.

Capitolo settimo

LA FINE DEL MONDO

   Dopo ch’ebbe terminato di servire il pasto Milon ebbe un momento di libertà per andare a vedere quello che faceva la montagna. Si riparò sotto una sporgenza del tetto davanti alla casa. Il giardino era ricoperto di una coltre di cenere che arrivava all’altezza delle caviglie. Benché fosse pomeriggio c’era molto buio. Fiamme si innalzavano dal Vesuvio oltre le nubi di fumo; era come se tutta la montagna bruciasse. Pomponiano, la sua famiglia e il generale Plinio avevano terminato il loro pasto. Uscirono anch’essi sulla scalinata. Uno di essi esclamò, spaventato:

   «La montagna va tutta a fuoco!»

   Ma Plinio disse con un tono rassicurante:

   «Non sono che le fattorie costruite sui fianchi del Vesuvio che bruciano. Andiamo a riposarci un po’. La montagna cesserà ben presto il suo strepito. La collera degli dei è come quella degli uomini, non dura a lungo.»

   Con queste parole rientrarono. Plinio venne condotto in una camera che dava sul cortile interno e si addormentò subito. Fuori la pioggia di cenere e pietre continuava.

   Circa un’ora più tardi un terremoto scosse la casa così fortemente che sembrò che i muri sprofondassero nel suolo. Si sentirono poi degli scricchiolii tali che tutta la famiglia terrorizzata uscì sotto il pergolato. Qualcuno andò a svegliare Plinio, ma la coltre di cenere e pietre era tale che si faticò ad aprire la porta della sua camera. Plinio adesso era obbligato a riconoscere l’aggravarsi della situazione. Era pericoloso restare nella casa, che minacciava ad ogni istante di crollare. Pomponiano e Plinio si misero a pensare alla direzione da prendere per fuggire da Stabia. Correvano voci infatti che il fiume non fosse più praticabile per le grosse navi. I passaggi in acque poco profonde erano ostruiti da ammassi di cenere e rocce. Quanto ai piccoli battelli, si sconsigliava loro di andare verso l’alto mare, perché le correnti e i venti contrari erano troppo violenti.

   All’improvviso qualche trave cedette e delle tegole caddero dal tetto. Allora, dopo molte esitazioni, si decise di fuggire attraverso i campi, verso sud-est, il più lontano possibile dal vulcano infuriato. Plinio era il solo a conservare una calma incrollabile. Pomponiano esclamò:

   «Se la casa crolla, saremo sepolti vivi!»

   Cercando di proteggersi dalle pietre che cadevano dal cielo ognuno si fissò sulla testa o un cuscino, o un cesto messo alla rovescia. Si dette ordine agli schiavi di portare bevande, alimenti e coperte. Era notte fonda quando questo corteo spettrale, illuminato da qualche lampo vacillante, lasciò la villa. Quando arrivarono presso lo stagno un chiarore lontano illuminò il cielo. Milon vide allora il fauno che danzando nella cenere continuava a suonare il flauto. Sembrava ridere del terrore dei fuggitivi.

   La piccola truppa avanzava lentamente e a fatica attraverso i campi ricoperti da una spessa coltre di cenere e pietre. Qualcuno scivolava, altri cadevano e bisognava aiutarli a rialzarsi. I pianti e i gemiti dei bambini si mischiavano alle grida di paura che accompagnavano la pioggia battente di pietre. Ognuno seguiva l’altro da vicino per paura di perdersi. Fusco, seguendo le direttive di Plinio, conduceva il corteo in direzione del mare, dove speravano di trovare la salvezza. Si procedeva sempre più lentamente, perché oltre agli ostacoli che trovavano, quell’aria carica di polvere e cenere cominciò a rendere difficile la respirazione. A un certo punto Plinio sfinito cadde a terra. Tyrios lo distese su una coperta. Plinio domandò dell’acqua fredda, gli porsero una brocca e bevve due sorsate. Il vento soffiava con forza, portando un odore di zolfo che bruciava la gola. Non ci si poteva fermare, bisognava riprendere la fuga. Plinio si rialzò, appoggiandosi a Tyrios e a Milon, ma subito crollò a terra, morto. Tutti furono presi dal panico. Che fare? Si poteva solo andare avanti, così si dovette abbandonare il celebre defunto non lontano dalla riva del mare avvolto in una coperta, senza guardiano che lo vegliasse. Man mano che si allontanavano dal Vesuvio la pioggia di pietre si faceva meno fitta; ma la cenere continuava a cadere come neve d’inverno. Ci fu di nuovo grande agitazione quando la moglie di Pomponiano cadde a terra, nonostante fosse sostenuta da una schiava e da suo marito. Persa la calma ella gridò:

   «Non ci sono più dei in cielo! È arrivata l’ultima notte, la notte delle tenebre eterne che stanno per inghiottire la Terra intera!»

   Alla fine la adagiarono con cura su una coperta e quattro schiavi la trasportarono. Pomponiano con le due figlie le camminavano accanto e cercavano di calmarla, perché  non si abbandonasse alla disperazione. Lentamente la grossa nube di cenere finì per dissiparsi, lasciando filtrare dapprima un flebile chiarore. Poco dopo si aprì una larga fascia luminosa mostrando in cielo il sole del tardo pomeriggio. I fuggiaschi avanzavano vacillando coperti di polvere in un paesaggio di morte. Con l’aumentare della luce una scintilla di speranza si accendeva nel cuore dei sopravvissuti; ma la terra tremava ancora di tanto in tanto. Alle loro spalle, in direzione di Pompei, tutto era avvolto nelle tenebre. Un rombo lontano lasciava presagire la spaventosa rovina della fiorente città.

   All’improvviso i contorni di un albero di arancio apparvero spettrali davanti agli occhi dei fuggitivi. I suoi frutti giallo oro spiccavano tra il fogliame grigio, come sorti da un irreale passato. Vicino all’albero c’era un fienile, le cui travi avevano resistito al tremito della terra. Pomponiano dette l’ordine di fermarsi e disse:

   «Ci fermiamo qui. Preparate il necessario per dormire per i padroni dentro il fienile. Passeremo qui la notte. Chissà che domani mattina non sia possibile ritornare alla villa.»

   Fu prima necessario sgomberare le pietre e la cenere che sbarravano l’entrata della capanna. Il sole basso che tramontava sul mare uscì dallo strato di nuvole e fece apparire come per incanto un irreale paesaggio di cenere e di nubi di fumo rosso fuoco. Tyrios si arrampicò sull’albero d’arance e ne scosse i rami. Si sollevò una nube di polvere e caddero diversi frutti. Tyrios li depose nel suo cesto dopo averli puliti. Poi li andò ad offrire ai suoi padroni, che li accolsero con riconoscenza e li mangiarono come doni inaspettati di una terra divenuta infernale.

   «Tyrios sa farsi apprezzare dai padroni», pensò Milon, che nel frattempo aveva preparato un giaciglio di paglia fuori per i servitori. Il fienile conteneva paglia sufficiente per tutti. Fusco, che s’era avvicinato, gli disse:

   «Milon, tu fai parte del gruppo che ritorna a Stabia questa sera stessa. Pomponiano non vuole che la nave coi suoi beni resti senza sorveglianza. Tieniti pronto a partire.»

   Dopo tutte le prove della giornata Milon avrebbe preferito mille volte stendersi sul giaciglio che stava preparando.

   Poco dopo Fusco si diresse verso il mare seguito da sei giovani schiavi. Sperava di trovare più facilmente il cammino di ritorno di notte seguendo il litorale. Il sole era scomparso nel mare e si era spento. Solo Fusco aveva una lampada ad olio, la cui fiamma era protetta dai venti con un vetro. La riva del mare era ricoperta di pesci morti, secchi, lasciati dalle onde sulla lava ora fredda e dura. Lunghe strisce di pietra nera si erano insinuate nelle acque prendendone il posto. Tyrios era rimasto al servizio dei padroni e ora Milon sentiva la mancanza del suo compagno, col quale aveva fino ad allora condiviso gioie e dolori. Gli schiavi seguivano la luce della lampada ad olio senza parlare. La pioggia di pietre e di cenere era cessata, solo il vento sollevava a momenti delle nubi di polvere che rendevano difficile la respirazione. Milon spossato aveva l’impressione di dormire camminando, di cadere; ma andava avanti lo stesso. Altri fuggitivi che come loro avevano scelto la riva del mare gli venivano incontro. Fusco li fermò per interrogarli. Quello che raccontavano era terribile:

   «Pompei è interamente sepolta! La città è coperta da una coltre funerea di ceneri. Non c’è più anima viva. Migliaia di persone sono sepolte sotto le rovine delle case. Un fiume di lava incandescente è colato dal Vesuvio fino alla città.»

   I fuggitivi sconsigliarono a Fusco di proseguire in direzione della città:

   «Laggiù, non troverete che morte e distruzione.»

   Fusco domandò cosa ne fosse stato del fiume Sarno. Uno degli uomini gli spiegò:

   «È costeggiando il fiume che siamo riusciti a lasciare la città. Il suo letto è ricolmo di pietre. È quello che ci ha salvato. Noi abitiamo vicino al fiume e abbiamo aspettato troppo per partire; la nostra casa è stata seppellita, ma alla fine abbiamo potuto aprirci un varco in mezzo alle rovine e ci siamo dati alla fuga.»

   Dopo queste poche parole si affrettò a raggiungere il suo gruppo. Fusco tentava di riprendere coraggio:

   «In meno di un’ora saremo alla nave. Là, potremo dormire.»

   Fusco e i suoi uomini s’avvicinavano alla villa. Che terribile spettacolo li attendeva: tutta la tenuta era coperta di ceneri e pietre fino ad altezza d’uomo. I muri da un lato della casa erano crollati; il tetto era totalmente distrutto, lo stagno e il fauno erano sepolti. Della nave non si vedeva affiorare che la punta dei due alberi, il resto era scomparso sotto la collina di detriti che ricopriva tutto. Al di là del Sarno, dove si trovava la città, si vedevano elevarsi delle fiamme: alcune case bruciavano ancora. Il vento per fortuna spingeva il fumo in direzione opposta. Fusco e i suoi aiutanti cominciarono a scavare un passaggio verso il battello al chiarore della lampada ad olio, cosa che non era affatto semplice. Doveva essere quasi mezzanotte quando un’apertura fu liberata; poterono finalmente scivolare nello scafo. Nulla era stato danneggiato all’interno. Tutte le merci e tutti i beni di Pomponiano erano al loro posto, intatti. I servitori, distrutti dalla fatica, si lasciarono cadere subito sui tappeti. Fusco riempì ancora la sua lampada ad olio; fu l’ultimo a coricarsi. Milon non poté addormentarsi così rapidamente come i suoi compagni. Tentava di riordinare nei suoi pensieri gli avvenimenti della giornata. Prese dalla sua cintura la medaglia che Alkides gli aveva donato al momento del loro addio sull’Acropoli e se la premette sulla fronte. Si sentì liberato dalle paure della giornata e voleva ringraziare gli dei, ma non riusciva a trovare le parole per farlo. Era come se il legame con gli dei di Atene fosse stato rotto. Gli dei romani gli parevano nemici degli uomini, dal momento che avevano permesso una cosa terribile come quella che aveva vissuto oggi. Milon cercò di sussurrare dei frammenti di frasi che gli si erano impressi nella memoria durante i sacrifici celebrati sull’Acropoli. Allora, per un attimo, egli vide di fronte al proprio occhio interiore i templi luminosi e chiari. Ripose delicatamente la medaglia nella tasca della cintura. Sentiva che l’Impero romano non avrebbe mai potuto dargli una nuova patria. E con un acre sapore di cenere sulla lingua si addormentò.

Capitolo ottavo

LA  CITTÀ  MORTA

   Fusco, il capo degli schiavi, era rispettato perché sapeva ispirare timore; ma dopo gli avvenimenti della vigilia parlava con una voce stranamente dolce e si mostrava anche amichevole. Fino a quel momento aveva avuto l’abitudine di svegliare gli schiavi con un buon colpo di bastone. Quel giorno invece si accontentò di scuotere con un piede il suo vicino e di borbottare amichevolmente:

   «In piedi, ragazzi!»

   Nelle riserve della nave c’era del pane duro e del pesce essiccato per colazione e dell’acqua in un barile riempito il giorno prima. Mangiarono, poi Fusco distribuì i compiti:

   «Serve anzitutto liberare la nave. Non si potrà navigare, ma quando Pomponiano ritornerà, è qui che si installerà con la sua famiglia. La villa per ora non può che dare riparo a topi e ratti. Al lavoro!»

   Sul battello c’erano attrezzi, cesti e scope a sufficienza e ben presto sul ponte ci fu un gran spalare e riordinare. Gli schiavi gettarono fuoribordo pietre e cenere nel letto del fiume in così gran quantità, che la nave fu presto circondata da una sorta di muraglia. Poiché le pietre vulcaniche, una volta raffreddate, pesano cinque volte meno che le altre pietre, il lavoro progrediva rapidamente. A mezzogiorno tutto il ponte era sgomberato ed era stato tracciato un piccolo camminamento che scendeva verso la riva. Dopo un breve pasto Fusco accordò agli schiavi una lunga pausa. Lui stesso si concesse un buon bicchiere di vino, poi andò a coricarsi. Milon domandò a Vargo, uno dei suoi compagni:

   «Mi accompagneresti? Ho voglia di dare un’occhiata alla città. Fusco dormirà certamente per un pezzo.»

   «Volentieri», rispose Vargo.

   Presero ciascuno un bastone per camminare più facilmente e attraversarono il Sarno. L’acqua colava in magri rivoli sotto gli spessi cumuli di pietre che avevano riempito il letto del fiume. Quando ebbero risalito i mucchi di detriti sull’altra riva Milon non poté trattenere un grido di sgomento. A perdita d’occhio non si vedeva che un deserto di pietre grigie, a tratti ancora fumanti. Là dove un tempo si stendeva la città ora non si vedeva più una sola casa, non un solo essere vivente. Il Vesuvio che si ergeva all’orizzonte sembrava aver guadagnato in altezza. Guardando con più attenzione Milon distinse delle disuguaglianze nel vasto deserto di pietre che si estendeva sotto i suoi occhi: strade e stradine della città erano riconoscibili come una sorta di trincee sassose e là dove c’erano grandi fabbricati, c’erano colline di pietre.

   «Ascolta! Non senti un cane abbaiare?» Domandò Vargo.

   Anche Milon sentiva dei latrati, sordi e non molto lontani.

   «Povero, deve essere sepolto da qualche parte e cerca di uscire», disse Vargo.

   «Vieni, proviamo ad aiutarlo!»

   S’inoltrarono tutti e due lungo un fossato, sentendo sotto i loro passi il calore delle pietre. Camminare nella città morta dove ancor ieri la vita pulsava in tutta la sua pienezza aveva qualcosa di sinistro. All’improvviso una piccola collina di pietre sprofondò molto vicino a loro; del fumo si levò. Presi dalla paura si fermarono. Era un tetto che cedendo sotto il peso delle pietre stava crollando. I latrati adesso si facevano più distinti; in una curva del fossato videro un cane che grattava in un certo posto, abbaiando lamentosamente. Vargo esclamò:

   «Cerca qualcuno, morto o vivo; il suo padrone forse è sepolto là sotto.»

   Il cane non si lasciò distogliere dai nuovi venuti; continuava a grattare, invano.

   «Vado a cercare delle pale», disse Milon.

   Poco dopo, tornò, portando delle pale, delle corde, un’anfora d’acqua e del pane. Ne gettò un pezzo al cane; questi, affamato, si precipitò subito sul cibo. Vargo disse:

   «Ho controllato il posto nel frattempo e ho tolto già un gran mucchio di pietre. Ma ho visto che è inutile tentare di liberare l’ingresso della casa, perché man mano che si scava altre pietre rotolano nel buco. La cosa più semplice è togliere qualche tegola dal tetto e scivolare all’interno.»

   I due ragazzi si misero al lavoro febbrilmente. Il cane sembrava comprendere la loro intenzione, perché aveva smesso di abbaiare. Ben presto la cenere e le pietre che ricoprivano un angolo del tetto furono buttate di sotto nel vicolo. Le tegole furono tolte con facilità e attraverso la travatura poterono guardare di sotto in un ampio locale. Milon e Vargo infilarono la testa nell’apertura. Vargo chiamò nell’oscurità:

   «C’è qualcuno?»

   Un brusio lamentoso, indistinto, saliva dalle profondità delle cantine. Il cane, che si era anch’esso fatto posto vicino all’apertura, ricominciò ad abbaiare più forte. Vargo continuò:

   «Deve esserci qualcuno vivo. Milon, tu che sei magro e leggero, aggrappati alla corda e scendi a vedere. Quando avrai trovato il sopravvissuto, ti aiuterò a risalire tirando la corda.»

   Vargo annodò la corda molto saldamente ad una trave del tetto e Milon si lasciò scivolare all’interno. Arrivato al suolo, dovette attendere un poco prima che i suoi occhi si abituassero all’oscurità. L’aria là sotto puzzava ancora molto di zolfo. Vargo continuava a spostare qualche tegola del tetto per dare un po’ più di luce. Quando i suoi occhi poterono vedere, Milon fu testimone di un quadro spaventoso. Il suolo era coperto di corpi senza vita, soffocati dai fumi solforosi. Scostando un tappeto che pendeva al muro Milon scoprì un’altra stanza, dalla quale provenivano i gemiti di un bambino. Un essere vivente in mezzo ai morti! Milon chiamò dolcemente:

   «Dove sei? Vieni da me!»

   Due piccole braccia l’afferrarono all’improvviso. Era un bambino piccolo, che tremava tutto e piangeva. Milon lo prese in braccio e provò a consolarlo. Le lacrime che gli riempivano gli occhi gli impedirono di vedere i cadaveri dei suoi genitori. Guardò verso la luce che penetrava dal tetto, dalla quale proveniva il guaito del cane; aveva circa sette anni. Milon se lo legò alla schiena con la cintura e si lasciò tirare su dal forte Vargo. Un appiglio nella travatura, i piedi puntati nel muro – e Vargo poté prendergli dalle spalle il bambino, afferrare il bambino che si protesse gli occhi con le mani dalla luce abbagliante del giorno. Il cane si mise subito a guaire gioiosamente leccandogli le mani e le gambe. Il bambino lo abbracciò, chiamandolo col suo nome:

   «Carus!»

   Milon, che era uscito dalle rovine, guardava i due amici riuniti. Vargo disse:

   «Il cane sarà di sicuro fuggito dalla città all’inizio del terremoto. Una volta passato il cataclisma avrà lasciato il suo nascondiglio per venire a cercare i suoi padroni.»

   Vargo ricoprì il tetto con le tegole, mentre Milon dava la brocca con l’acqua al bambino, il cui nome era Florus. Il piccolo bevve avidamente a lunghe sorsate e mangiò con gioia un pezzo di pane. I suoi occhi si erano di nuovo abituati alla luce del giorno; il suo sguardo, stupefatto e spaventato, percorse il deserto di pietre. Non comprendeva né quel che era successo, né dove si trovasse. Si ricordava solamente di un rumore terribile e dell’oscurità. Doveva essere svenuto per lungo tempo. Vargo disse allora:

   «È tempo di ritornare, Fusco ci sta aspettando. Milon, porta il bambino, io mi occupo del cane.»

   Quando arrivarono al battello Fusco aveva terminato la sua siesta. Aveva già avuto il tempo di notare l’assenza dei due schiavi, cosa che l’aveva fatto arrabbiare. Ma quando li vide arrivare con un cane e un bambino sopravvissuto di Pompei, non li sgridò. Quando apprese dal bambino che apparteneva a una famiglia nobile e conosciuta della città, si complimentò con Milon e Vargo per il loro coraggio. Il cane fu attaccato al battello. Florus seguiva da vicino Milon che lo aveva salvato dall’oscurità. Questi lo stese su una coperta nella nave, dove si addormentò subito profondamente.

   Vargo e Milon dovettero restare sul battello a mettere in ordine per l’arrivo di Pomponiano. Fusco e gli altri quattro schiavi ritornarono alla villa, salvando fra le rovine quello che si poteva ancora salvare. Infine nel pomeriggio un messaggero annunciò l’arrivo dei padroni. Vargo andò a portare la notizia a Fusco, che ritornò subito al veliero con i suoi aiutanti, tutti carichi di sacchi e di attrezzi.

   Pomponiano e il suo seguito arrivarono estenuati, trascinandosi penosamente. Avevano le schiene curve sotto il peso della paura e della fatica; i loro occhi si guardavano attorno smarriti. Pomponiano entrò nel battello e quando si avvide delle comodità del luogo il suo viso si rischiarò.

   Sua moglie e i suoi figli si lasciarono cadere sui soffici e confortevoli cuscini. Pomponiano non smetteva di complimentarsi con Fusco per avere così ben organizzato tutto. La parte davanti del battello, con i piccoli oblò, era stata sistemata per i padroni; sotto il ponte a poppa, nella stiva, era stato preparato un posto per ricevere i servitori e i loro figli.

   Più tardi Fusco condusse il suo padrone a vedere il bambino che dormiva vicino al suo cane sul ponte di poppa e gli raccontò come era stato salvato. Quando più tardi il bambino si svegliò e venne condotto sul ponte, Pomponiano esclamò:

   «Sei tu Florus, figlio di Attico? Solo ieri ero a casa vostra, in visita.»

   Il bambino fece cenno di sì con la testa. Adesso che riconosceva l’amico di suo padre non poté trattenere le lacrime. Pomponiano commosso lo prese tra le braccia e provò a consolarlo. Poi andò col piccolo verso sua moglie e i suoi figli, raccontò loro come Florus era stato salvato e terminò con queste parole:

   «La distruzione di Pompei mi dà un figlio; a voi porta un fratello. Da oggi vivrà con noi.»

   «E anche il cane!» Esclamò Lulla, la figlia più piccola di Pomponiano.

E così avvenne.

Capitolo nono

IL  FAUNO  DANZANTE

   Un giorno nuovo si levava. Pomponiano aveva dormito molto poco; aveva trascorso lunghe ore a pensare alla situazione. Il giorno prima era salito alla villa e si era reso conto che era completamente distrutta. Anche se fosse stato possibile ricostruirla, lui e la sua famiglia non avrebbero mai potuto ricominciare a vivere in quel luogo funesto. Tanto più che nessuno sapeva se un bel giorno il Vesuvio avrebbe ripreso di nuovo l’attività. Era meglio partire da lì il più rapidamente possibile. Pomponiano possedeva un’altra villa a Roma, che era la sua residenza principale. Voleva traslocare al più presto. Ma prima bisognava occuparsi del defunto Plinio, recuperare il suo corpo e portare la triste notizia ai suoi conoscenti a Misenum. Pomponiano inviò i quattro servitori che avevano accompagnato Plinio alla ricerca del loro defunto padrone e domandò loro di trasportarne il corpo sulla riva, in prossimità del battello.

   La mattina presto Fusco, aiutato da qualche schiavo, si era messo a liberare la barca dalla lava e dalle ceneri. Quando Pomponiano vide che l’imbarcazione era ancora intatta gli venne l’idea di farla portare fino al mare. Lui stesso si sarebbe fatto trasportare a Misenum, dove gli avrebbero certamente prestato un battello per portare la sua famiglia e i suoi servitori a Roma. Con l’aiuto degli schiavi la barca fu messa in acqua. Prima d’imbarcarsi per Misenum Pomponiano disse a Fusco:

   «Domani ritornerò con una nave della flotta romana, di cui Plinio era comandante in capo. Sarà un grande battello, per rendere a Plinio gli ultimi onori e riportarlo a Roma. L’ancora sarà gettata lontano dalla riva; una barca verrà a prendere il defunto e altri faranno la spola per trasportare la mia famiglia, i miei servitori e i miei beni più preziosi. Quanto a te, tieni qui tre schiavi per salvare dalle rovine tutto quello che vale la pena d’essere portato più tardi a Roma.»

   Pronunciate queste parole, Pomponiano s’imbarcò. Tyrios era uno dei quattro rematori che dovevano condurlo a Misenum. La traversata li avrebbe occupati per tutta la giornata. Misenum sorgeva non lontano da lì, in riva al mare, nella baia di Puteoli, chiamata dai Romani Sinus Puteolanus.

   Nel tardo pomeriggio uno dei servitori che erano stati inviati a prendere il corpo di Plinio ritornò e disse a Fusco:

   «Dopo molte ricerche abbiamo ritrovato il nostro padrone. Il suo corpo è perfettamente intatto, anche i suoi vestiti non sono rovinati. Era steso al suolo come se dormisse. L’abbiamo portato qui a Stabia in riva al mare, dove l’abbiamo steso in una fossa pietrosa. Gli altri tre lo vegliano fino all’arrivo della nave.»

   Domandò poi a Fusco di dargli due lampade ad olio per non dover passare la notte vicino al morto nell’oscurità più totale. Fusco gli diede anche dei viveri, dopo di che il servitore partì, promettendo di ritornare l’indomani ad annunciare l’arrivo della nave.

   Il giorno dopo, quando il sole raggiunse lo zenith, una superba nave della flotta imperiale gettava l’ancora tra Stabia e Pompei. Pomponiano ritornò su una delle barche. Il defunto Plinio fu portato sul battello. Poiché era un amico dell’imperatore avrebbe avuto dei funerali solenni. Pomponiano fece trasportare sulla nave i suoi beni, la sua famiglia e quasi tutti i suoi servitori. Prima della sua partenza, si trattenne ancora con Fusco:

   «Non dimenticare di dissotterrare il fauno presso lo stagno, mi piacerebbe collocarlo nel mio giardino a Roma. Invierò una delle mie navi entro due settimane circa per portare via il resto dei miei beni. Non si potrà salvare la nave in cui siamo stati alloggiati, a meno che l’imperatore non metta dei soldati a nostra disposizione per liberare il letto del fiume. Ancora una cosa: quando la mia nave verrà e avrete caricato il resto dei miei beni va a Misenum e vendi al miglior offerente i tre schiavi che ti lascio qui. A Roma la mia proprietà è più piccola e non avrò più bisogno di loro.»

   Fusco promise di occuparsi di tutto come conveniva. Aveva scelto tre aiutanti: Vesonius, Vargo e Milon. All’improvviso Tyrios si avvicinò a Milon e gli domandò:

   «Ho sentito dire che sei stato scelto per restare qui e terminare i lavori. Se preferisci domando a Pomponiano di scambiarti con un altro schiavo perché tu venga subito con noi.»

   «Caro Tyrios, non ho tanta fretta di andare a Roma. Due settimane prima o due settimane dopo è lo stesso. Non importuniamo il nostro padrone con una simile domanda. Un giorno forse avremo qualche cosa di più importante da chiedergli.»

   «Arrivederci a Roma, allora!», gridò Tyrios allontanandosi.

    Così le loro strade si separarono; nessuno dei due sapeva ancora quello che Pomponiano aveva detto a Fusco sulla vendita dei tre schiavi.

   Fusco e i tre servitori guardarono per un momento la nave allontanarsi. Milon pensava ad Agaja che gli aveva fatto segno con la mano al Pireo. Vedendo il suo amico andarsene Milon fu preso da una grande tristezza. Si sentiva solo. Il piccolo Florus, al quale era tanto affezionato, se ne andava anche lui. Il bambino era spesso venuto da Milon, si era arrampicato sulle sue spalle, come quando l’aveva portato fuori dalla villa. E adesso i due amici sparivano all’orizzonte a bordo di quella superba nave.

   Risalendo il Sarno per mettersi al lavoro Fusco espose loro il programma: nelle due settimane che seguivano dovevano portar via dalla villa tutto quello che era ancora utile, ammucchiarlo sulla nave per poterlo trasportare a Roma. Quanto al destino che li attendeva dopo queste due settimane, Fusco non disse una parola. Milon era felice che anche Vargo fosse rimasto. Dopo il salvataggio del piccolo Florus c’era una buona intesa fra i due.

   I giorni passavano monotoni, fino al momento in cui dissotterrarono il fauno. Fusco dovette aiutarli a portare a bordo della nave il pesante e beffardo danzatore. Quando lo installarono sul ponte di prua Milon osservò che il caso aveva rivolto il suo sguardo in direzione di Pompei e del Vesuvio. Era come se il canto del suo flauto si beffasse degli uomini, il cui orgoglio e i cui sforzi erano stati annientati. A Milon venne l’inquietante pensiero che il fauno, nel giardino a Roma, avrebbe potuto vivere il declino della città imperiale e suonare sul suo flauto il canto del divenire e del tramontare, della morte e dell’eternità. Sentiva qualcosa di simile all’amicizia per questo danzatore, questo artista della vita che in tutte le circostanze conservava il suo buon umore e suonava la sua musica.

Capitolo decimo

NUOVE  METE

   Tre settimane trascorsero, fino al giorno in cui una nave di Pompeiano venne a gettare l’ancora presso Stabia. L’equipaggio aiutò a trasportare quello che gli schiavi e Fusco avevano potuto salvare dalle rovine. Era molto meno di quello che si era sperato, perché la villa aveva subito un enorme danno. Il capitano del battello ricordò a Fusco che bisognava far scalo a Misenum per vendere i tre schiavi; tuttavia li avrebbero portati a Roma, se non si poteva ricavarne un buon prezzo.

   Durante la traversata Fusco informò i tre giovani ragazzi di ciò che li aspettava:

   «Ho ricevuto l’ordine di vendervi a Misenum. Il nostro padrone non ha bisogno di voi a Roma.»

   Vargo e Vesonius rimasero impassibili. Milon invece impallidì. Non avrebbe dunque rivisto mai più Tyrios, il suo amico? Non avrebbe mai più portato il piccolo Florus sulle sue spalle? Dopo aver loro comunicato quello che aveva da dire, Fusco si era ritirato. Milon sentì che il destino aveva parlato in modo irrevocabile.

   Il Vesuvio si stagliava maestoso sul blu del mare. Milon guardò verso di esso. Doveva esserci una via che dalla sommità conduceva verso il centro della Terra, una via di fuoco. Milon dava libero corso ai suoi pensieri:

   «Gli dei hanno forse inviato questo cataclisma per punire gli errori degli uomini? Perché bisognava che anche degli innocenti morissero in espiazione degli errori degli altri? O forse l’umanità è un solo grande essere, dove Bene e Male si equilibrano misteriosamente?»

   Milon non poté rispondere a queste domande. Le coste di Misenum erano ormai vicine e sulla nave regnava una grande agitazione. Fusco venne con una catena, con la quale incatenò i tre schiavi. Disse loro, come per scusarsi:

   «So bene che non fuggireste; ma vi devo incatenare perché l’usanza vuole così al mercato degli schiavi.»

   Milon non aveva ancora mai portato le catene. Il metallo freddo e duro al suo polso gli faceva prendere coscienza che in quel momento non era più un essere umano. Era una merce in mezzo ad altre merci della nave.

   Entrarono nel porto e videro molte navi romane superbe all’ancora. Fusco disse ai tre ragazzi:

   «Vado a sbrigare le faccende, voi aspettate sul battello.»

   Meno di un’ora dopo ritornò con un mercante che manifestava interesse per i tre schiavi. Dopo averli esaminati minuziosamente ritornò da Fusco per mercanteggiarne il prezzo. Raggiunsero un accordo. Quando discesero sulla banchina Fusco batté sulla spalla di Milon e di Vargo dicendo:

   «Miei bravi ragazzi, non abbiate paura! Non andrete a servire sulle galere, siete dei ragazzi troppo buoni per quello. Il vostro nuovo padrone fa rotta su Alessandria, una città dell’Africa. Navigherete a lungo ancora in mare. Dunque, buon viaggio.»

   Senza nemmeno avere veramente toccato le rive di Misenum, furono condotti su un veliero di media grandezza che si chiamava Alexandria. Furono sostituite le loro catene; questa volta furono incatenati alla caviglia e non furono liberati che l’indomani, quando si trovarono in pieno mare. Le catene erano una misura di sicurezza, perché nei porti capitava che degli schiavi fuggissero a nuoto. Sul suo giaciglio quella notte Milon non poté quasi dormire. Ad ogni suo piccolo movimento la catena tintinnava. Si sentiva umiliato, disperato, solo. Tirò fuori dalla sua cintura la medaglia d’Alkides che lo aveva già molte volte consolato, la portò alla bocca e la strinse tra i denti per ricacciare le lacrime. Pensava ad Atene. Ma nel momento in cui provava a rivedere dentro di sé l’Acropoli, il fauno si intrufolava nei suoi ricordi e il fumo del Vesuvio velava le colonne luminose del tempio. Era come se in lui due mondi si combattessero. Tornò in sé bruscamente, le catene avevano cigolato e i ricordi amati si interruppero.

   Dopo parecchie settimane di traversata con venti tranquilli si intravide una torre nella bruma: era il faro d’Alessandria, che annunciava le coste egiziane. A quel tempo le città e le campagne del Nilo, proprio come la Grecia, erano sottomesse alla lupa di Roma. Non c’era dunque da sorprendersi di vedere al porto solamente navi e soldati romani.

Nella mattinata, poco dopo il loro arrivo, il mercante ordinò ai tre schiavi di lavarsi e di prepararsi a scendere in città. Vargo spiegò a Milon:

   «Questo significa che sta per venderci al mercato degli schiavi.»

   Calcando il suolo egizio Milon non sentì quella paura che gli aveva ispirato il suolo romano. Pensò:

   «Forse è la buona stella di Afrodite che mi accompagna fino a qui in Egitto.»

Capitolo undicesimo

IL  TITO  D’ORO

   Calpurnico, il proprietario del veliero, s’avanzò verso i tre schiavi e disse:

   «Ho appena deciso di non vendervi; siete dei lavoratori così bravi e così abili tutti e tre che voglio tenervi sul mio veliero. Al vostro posto venderò tre vecchi schiavi che non hanno più l’agilità necessaria alla navigazione. Quando avremo scaricato le mercanzie trasportate da Misenum, caricheremo cereali che porteremo a Leptis Magna, una bella città.»

   Poco dopo, il capitano discese dal veliero seguito da tre vecchi schiavi che andava a vendere al mercato. Vargo disse a Milon e a Vesonius:

   «Non ho niente contro la vita da marinaio, l’essenziale è che noi possiamo restare insieme. Qui sappiamo come possiamo cavarcela. Se veniamo venduti a un nuovo padrone non sappiamo quello che ci aspetta. Tra amici resisteremo.»

   Milon disse a sua volta:

   «È vero, l’importante tra schiavi è l’amicizia. Anch’io sono contento di  viaggiare con voi sui mari alla scoperta del mondo.»

   «Al lavoro!» Gridò Vesonius, «e che il nostro padrone non rimpianga la sua decisione! Diamo prova del nostro valore, le merci sono pronte per essere scaricate.»

   Così i tre amici si misero al lavoro senza aspettare gli ordini del loro capo. Milon scese dalla passerella con un primo fagotto sulla schiena. Dando libero corso alla sua gioia, si lanciò e volle saltare a piedi uniti sul suolo egiziano. Ma col suo carico atterrò sulla pancia, e il fagotto gli rotolò sopra la testa. Dietro a lui ci fu uno scoppio di risa e Vargo commentò:

   «Milon saluta l’Egitto con la pancia e la fronte; se fossi un indovino direi che molte disavventure ti attendono in questo paese.»

   Milon si rialzò vergognoso. A parte una botta in testa, non si era fatto male. Mise a posto il fagotto che aveva appena lasciato cadere e disse:

   «Mi sento attratto da questa terra egiziana, è come se volesse proteggermi.»

   Poi rise insieme a Vargo, che da quel giorno lo chiamò spesso “la rana”.

   Quando verso sera il mercante Calpurnico tornò da solo, Vargo disse a Milon:

   «È riuscito a venderli, ha l’aria contenta ed è pieno fino al gozzo di vino egiziano. Guarda, beccheggia come una barca sulle onde.»

   Calpurnico fece molta fatica a salire sul veliero. Quando mise piede sul ponte barcollò e cadde su un mucchio di cordami. Vargo, un po’ in disparte, ridacchiava:

   «Guarda Milon, un’altra rana; aspetta un po’ che gracidi.»

   In quell’istante Calpurnico si mise a mugugnare e ad imprecare contro quelle grosse corde e quel battello che beccheggiava in acque calme. Ma all’improvviso, ricordando che delle monete erano rotolate fuori dalle sue tasche, si mise a gridare:

   «Il mio denaro! Il mio caro denaro! Riportatemi il mio denaro!»

   Qualche moneta, rotolando sotto la passerella, era già caduta in acqua. Gli schiavi s’erano precipitati per raccattare le monete sparpagliate sul ponte e le dettero al guardiano che arrivava sul posto.

   «È tutto qua?» domandò con tono duro, guardando ciascuno con aria diffidente. Poi, siccome tutti avevano detto di sì, tese a Calpurnico una mano piena di monetine.

   «Ecco quello che è stato ritrovato. Quello che è caduto in acqua nella fanghiglia è perduto.»

   Calpurnico gemette:

   «Oh! Il mio caro denaro! Vado a fare il conto: tutte monete dell’imperatore in argento e qualche scudo d’oro con la testa di Tito, proprio nuove!»

Il guardiano ordinò:

   «Vargo, Vesonius, conducete il nostro padrone nella sua cabina. Voialtri, sparite!»

   Poi seguì il suo padrone all’interno della nave per aiutarlo a contare il suo denaro e a sistemarlo. Un po’ più tardi Milon, che arrotolava delle corde, sentì un piccolo rumore di metallo. Uno scudo d’oro! Lo raccolse e lo guardò: vi era impresso il ritratto di Tito che era stato incoronato imperatore in quello stesso anno. Pomponiano e Plinio avevano parlato di lui come di un amico. Milon si guardò attorno. Nessuno aveva notato la sua scoperta. Nascose la moneta d’oro vicino alla sua medaglia, nella propria cintura. Che fare, restituirla o conservarla?

   Al momento di coricarsi, Vargo raccontò:

   «Calpurnico è talmente ubriaco che non può più contare il suo denaro. Non ha neanche potuto ricordarsi la somma che aveva ottenuto per i suoi schiavi.»

   L’indomani un lavoro faticoso attendeva gli schiavi. Dovettero caricare centinaia di sacchi di cereali. Quando ebbero terminato Vesonius disse:

   «Quando ero piccolo mi immergevo in mare alla ricerca di conchiglie. Voglio vedere se sotto al battello trovo ancora delle monete d’argento.»

   Si immerse a più riprese e cercò nella fanghiglia, ma non trovò neanche una moneta. Milon non sapeva cosa doveva fare del suo Tito d’oro. Pensando a tutto il lavoro che faceva senza mai essere pagato gli sembrava di potersi tenere quello che aveva trovato. Chissà mai che un Tito un giorno avrebbe potuto essergli utile.

Capitolo dodicesimo

VIAGGIO  A  LEPTIS  MAGNA  E  AL  PORTO DI  AUGUSTO

   L’Alexandra carico di sacchi di cereali navigava lungo le coste nord-africane in direzione ovest. Durante il percorso si fermarono in parecchie città, tutte sotto la dominazione romana, per fare provviste d’acqua dolce e per comprare viveri. Ci misero molti giorni a raggiungere Leptis Magna, una città magnifica. Poiché l’Alexandra era una nave a vela, durante la traversata c’era molto tempo per oziare. Tuttavia i giorni in cui bisognava caricare o scaricare le merci il lavoro era molto duro. Milon era venuto a sapere che Calpurnicus era principalmente un commerciante di cereali che trasportava quasi sempre grano e che solo nel tragitto di ritorno verso l’Egitto caricava altre merci e di tanto in tanto anche qualche passeggero. A Leptis Milon avrebbe desiderato poter rimanere un po’ a terra, ma gli schiavi ebbero solo il tempo di scaricare e ricaricare. Dopo un lungo viaggio si fermarono ad Alessandria, giusto il tempo di riportare un nuovo carico di grano sulla nave. Così la vita trascorse monotona mese dopo mese, anno dopo anno.

   Un giorno che il veliero era ancorato nel porto d’Alessandria Calpurnicus ricevette nuovi ordini. La nave da ora in avanti avrebbe dovuto trasportare merci a Roma, al Porto di Augusto. Il capo degli schiavi dichiarò:

   «Il nostro padrone Calpurnicus vuole rimanere nella città di Alessandria. Da ora in poi sono io il padrone a bordo.»

Vargo sussurrò all’orecchio di Milon:

   «Calpurnicus ora è ricco abbastanza, con le migliaia di sacchi che abbiamo portato per lui.»

   Il guardiano proseguì:

   «Ha nominato anche un intendente che viaggerà con noi e che mi affiancherà. Facciamo rotta sul porto di mare di Roma, che chiamano Porto di Augusto. La città vera e propria si trova all’interno e la si raggiunge per una lunga strada che la collega al porto.»

   Milon era tutto eccitato sentendo parlare di Roma. Vargo lo notò:

   «Pensi forse che potremo rivedere Tyrios? Il piccolo Florus deve essere un giovanotto ormai.»

   «Come trovarli nella più grande città del mondo?» sospirò Milon; ma per l’eccitazione il sangue gli batteva in gola. Finalmente nella sua monotona vita di schiavo nasceva la speranza di andare incontro a giorni più movimentati.

   Qualche settimana più tardi l’Alexandra gettava l’ancora al Porto di Augusto, che era a quattro ore di strada dalla capitale. I sacchi di cereali furono scaricati e sistemati in un magazzino. Dovevano essere portati più tardi in città per mezzo di carretti.

   Alla fine della giornata il passo dei portatori si faceva pesante. Quando ebbero scaricato gli ultimi sacchi scendeva la notte. Morti di fatica si stesero sul ponte del battello e si passarono l’un l’altro una brocca di bevanda amara, fatta a base d’orzo. Il capo degli schiavi li raggiunse e disse loro:

   «Domani è un giorno di riposo! Approfittatene per riprendere le forze. Dopodomani caricheremo nuove derrate e torniamo ad Alessandria. Il veliero resta al porto ed è proibito scendere a terra.»

   Vargo, che osservava Milon, notò la sua delusione. Aveva tanto sperato di andare a Roma per rivedere Tyrios e Florus. Vargo gli disse sottovoce:

   «Non te la prendere Milon, il guardiano partirà certamente questa sera stessa per Roma e ci passerà tutta la giornata. Si troverà il modo perché tu possa svignartela senza che nessuno se ne accorga.»

   «È impossibile, come lasciare la nave senza essere visto? Anche se il capo degli schiavi se ne va, l’aiutante resterà a bordo.»

   «È vero, ma uno di noi dovrà andare e venire tra il veliero e la riva. Ho sentito dire che bisognerà cercare un pozzo e riempire i fusti d’acqua fresca. Ci offriremo volontari tutti e tre per questo lavoro e quando avremo scoperto un pozzo, tu partirai. Se qualcuno ci domanda dove sei sparito, diremo che sei rimasto al pozzo ad attingere acqua. Troverai un carro che ti condurrà a Roma e farai in modo di essere di ritorno alla fine del giorno.»

   Dopo queste parole Vargo disse al capo degli schiavi che Milon, Vesonius e lui si proponevano per il servizio dell’acqua.

   «Padrone, noi siamo i più giovani; fare la spola remando ci distrarrà.»

   «Bene, di certo troverete un pozzo. Portate a bordo tutte le botti piene, l’acqua di Roma è migliore di quella d’Alessandria.»

   Come aveva predetto Vargo, poco dopo il guardiano si fece portare a terra nella piccola barca che dalla nave si poteva mettere in mare e che il giorno dopo sarebbe servita per il trasporto dell’acqua.

   Quando il giorno dopo, alle prime luci dell’alba, i tre amici arrivarono a riva ed ebbero trovato un pozzo, Vargo disse a Milon:

   «Vai subito sulla strada principale, la Via Portuense. Là troverai di certo un passaggio fino a Roma. Ci ritroviamo qui questa sera, al calar della notte. Avrai abbastanza tempo per cercare Tyrios.»

   Milon gli rispose:

   «Mi assumerò il rischio! Riuscirò certo a trovare la casa del ricco e famoso Pomponiano. Se trovo il padrone, trovo anche il servo.».

Malgrado la sua gioia all’idea di rivedere Tyrios e Florus, Milon non si sentiva molto tranquillo:

   «Vargo, Vesonius, siete veramente buoni con me; ma cosa succederà se per sfortuna, rientrassi dopo il nostro guardiano?»

   «Diremo che dopo aver finito di attingere l’acqua sei andato a stenderti all’ombra sui sacchi di cereali, dove probabilmente hai preso sonno e hai perso così l’ultima barca che ritornava al veliero. È proprio quello che ti potrebbe capitare se fossi in ritardo. Buon viaggio a Roma!»

   La fortuna sorrise a Milon: un cocchiere si avvicinava per l’appunto al pozzo per abbeverare i suoi cavalli prima di recarsi a Roma. Milon si prodigò ad occuparsi dei cavalli. Il cocchiere lo lasciò fare con gioia. Poi tutti e due s’installarono nel carretto e ben presto i cavalli trottavano sulla via Portuense in direzione della città. Il carro viaggiava a una buona velocità, perché il pesce che trasportava doveva arrivare fresco al mercato della mattina.

Capitolo tredicesimo

RIVEDERSI A ROMA

   Nel viaggio sul lastricato della via Portuense i cavalli, nella fresca aria mattutina, andavano di buon passo. Milon si stupì della larghezza della via e del vivace traffico alla mattina presto.

   «Cosa vai a fare a Roma?» domandò il cocchiere seduto sulla panca vicino a lui.

   «Vado a far visita ad un amico che è servitore del celebre Pomponiano.»

   «Pomponiano? Il proprietario di un gran numero di navi che fanno servizio a Portus Augustus? È un uomo molto ricco.»

   «Sì, è di sicuro lui. Mi sai dire come posso trovare la sua casa? Roma è una città immensa e io non ci sono mai stato.»

   «Accompagnami fino al mercato, di là si vede il colle Capitolino. La sua villa è costruita ai piedi della collina. Te la indicheranno senza difficoltà.»

   Quando finalmente entrarono nella città con i suoi colli coperti di edifici, i suoi templi e i suoi palazzi, Milon era stupito dalla sua grandezza e dal formicolio delle persone. Il frastuono delle grida, dei rumori e dello strepito dei carri era più assordante di quanto avesse mai udito ad Atene. Sulla piazza del mercato salutò il carrettiere, che gli indicò la via:

   «Vedi il Campidoglio sul colle, quella fortezza dai numerosi templi? Va in quella direzione e laggiù fatti indicare la villa di Pomponiano.»

   Milon non dovette fare molte domande e ben presto si trovò davanti al portale d’ingresso di una proprietà. Su una lastra di pietra lesse a fatica il nome Pomponiano. Rimase lì un po’, indeciso. Un rumore di passi si avvicinava. Milon si tirò indietro e si strinse contro il muro. Un giovane uomo alto, vestito elegantemente, uscì seguito da uno schiavo. Un pensiero attraversò Milon:

   «È Florus!» Ma non osò avvicinarsi al nobile romano.

   All’improvviso sentì di essere un estraneo. Che veniva a fare qui? Stava per tornare indietro quando vide un mercante di frutta avvicinarsi al portale con un cesto. Milon l’interpellò:

   «C’è uno schiavo chiamato Tyrios al servizio del ricco Pomponiano?»

   «Certo, è uno dei miei migliori clienti. Non lo si può chiamare schiavo: da qualche tempo il suo padrone lo ha nominato intendente della casa ed è lui ora che comanda gli schiavi. È lui che si occupa anche degli approvvigionamenti per la tavola. Sto giusto portandogli della frutta. È un ragazzo molto capace. A quest’ora è sempre in casa. Vieni con me se vuoi parlargli.»

   Il mercante entrò nel portone seguito da Milon. La villa somigliava ad un importante palazzo. Si erano diretti verso una porta di servizio alla quale il mercante batté, mentre Milon si teneva leggermente in disparte. Uno schiavo aprì, poi sparì subito per far posto a Tyrios che, sontuosamente vestito, esaminò rapidamente la frutta:

   «Bene, portala in cucina.»

   Il mercante mostrò allora Milon che aspettava un poco discosto e che Tyrios non aveva notato:

   «Ecco qualcuno che voleva parlarti.»

Lo sguardo di Tyrios si posò sullo sconosciuto, ma subito esclamò:

   «Milon! Sei veramente tu?»

   Si gettarono l’uno nelle braccia dell’altro.

   «Da dove vieni, per Jupiter? Come stai? Da quando sei a Roma? Racconta, sediamoci nel giardino vicino alla vasca. Ti ricordi del fauno? Suona sempre il suo vecchio flauto. È arrivato qui senza di te, sfortunatamente!»

   I due amici si sedettero ai piedi del fauno su un gradino della scala. Tyrios in tutta la sua eleganza guardava Milon con occhi pieni di pietà. Milon si sentiva miserabile, non riusciva persino a trovare le parole:

    «È un’ora al massimo che sono a Roma e non posso attardarmi troppo. Sono partito questa mattina all’alba dal Porto di Augusto senza avere l’autorizzazione di venire a cercarti. Questa sera devo essere di ritorno alla nave. È ad una nave che sono stato venduto dopo la distruzione di Pompei. Ho lavorato su questo veliero durante tutti questi ultimi anni. Approvvigioniamo i porti romani di cereali provenienti dall’Egitto.»

   «Così è la prima volta che sei a Roma, Milon? È una città magnifica, con giochi nel circo, corse di carri e tante feste entusiasmanti. Il nostro Florus, nonostante la sua giovane età, è diventato uno dei guidatori di carro più temerari. Sta partendo per allenarsi per la grande corsa che avrà luogo fra qualche giorno. Dovrai vederla, Milon! Non è una vita portare sacchi di grano, giorno dopo giorno. Pomponiano potrebbe ricomprarti. È un peccato che sia assente oggi. Come vedi ho guadagnato la sua fiducia, mi ha nominato responsabile della sua casa. Ti piacerebbe ritornare fra noi?»

   Milon osservava i pesci nuotare nell’acqua della vasca.

   «Tyrios, tu ti fai beffe di me; ma devo confessare che mi pesa meno vivere sul mare, condividendo le gioie e le pene dei miei compagni, piuttosto che nella folla delle città. E sono convinto che un giorno forse la nostra nave partirà per la Grecia e avrò così l’occasione di rivedere Atene.»

   «Sogni ancora gli dei? Qui a Roma ho imparato che contano solo la terra e la nostra forza. Sono riuscito a mettere una buona somma di denaro da parte. Pomponiano invecchia e quando morirà comprerò la mia libertà. Forse la comprerò anche prima… Ecco lo scopo che mi sono prefisso, l’unico. Per arrivarci è stato necessario che mi rendessi indispensabile. Vedi, ora sono io che dirigo la casa e i servitori.»

   Tyrios, appoggiandosi contro una gamba del fauno, sollevò fieramente la testa. Milon lo ammirava, era così sicuro di sé. Ma come erano differenti tra loro! Milon non invidiava il suo amico, né i suoi begli abiti tessuti di fili d’oro. Tyrios gli disse ancora:

   «Vieni a mangiare, sei mio ospite. Quando i padroni sono lontani, sono io il padrone.»

   Si alzò, diede una piccola pacca sulla schiena del fauno e si diresse con Milon verso la casa. Prima di mangiare lo condusse nella sua camera e gli fece indossare un vestito degno del pasto.

   Milon non credeva ai propri occhi quando passarono nella sala da pranzo della casa, dove si accomodarono sui triclini per mangiare. Un servitore e uno schiavo passarono loro i piatti, come se fossero i padroni della casa.

   «Io mangio sempre con i padroni e quando sono solo mi faccio servire qui. Bisogna saper conservare una certa distanza dai propri servitori, se si vuole che siano obbedienti. È Pomponiano che me lo ha insegnato», disse Tyrios ridendo; e tese a Milon una coppa di vino:

   «Alla tua salute, a Roma! Domani verrò con Florus al Porto di Augusto e ti compreremo per Pomponiano. Potrai essere il primo servitore di Florus ed occuparti dei suoi cavalli e del suo carro.»

   Milon fece finta di non aver sentito e disse:

   «I Romani amano il vino forte; se ne bevessi più di una coppa, non troverei più la strada di ritorno.»

   «Che matto, non vorrai mica ritornare a piedi fino al mare! Ti dono questa veste.  Anche se è usata, così vestito potrai prendere uno dei carri che fanno la spola tra la città e il porto. Hai di che pagare il tuo viaggio, o vuoi del denaro?»

   «Ho denaro», rispose Milon, che non voleva toccare i risparmi di Tyrios, dal momento che gli servivano per comprarsi la libertà.

   Lo scudo d’oro che teneva nella sua cintura sarebbe servito allo scopo. Dentro di sé Milon sentiva crescere la delusione per l’incontro con Tyrios. Era come se tutti i sentimenti e l’amicizia di gioventù che li avevano legati fossero svaniti. Tyrios era diventato un romano intelligente e calcolatore, mentre Milon nel fondo del cuore era rimasto ateniese.

Capitolo quattordicesimo

RITORNO AL PORTO

   Quando alla fine del pomeriggio Milon si avvicinò alle porte della città attraverso una fitta folla verso la via Portuense in direzione del mare, notò dei carri con dei tiri a due che aspettavano passeggeri. Era troppo tardi per raggiungere il porto di Augusto a piedi, perciò Milon, che nei vestiti regalatigli da Tyrion appariva splendido, si rivolse ad uno dei conducenti:

   «Cocchiere, puoi portarmi al porto di Augusto?«

   «Con piacere nobile signore, non hai che da prender posto.»

   Milon non capiva come fosse successo che quell’uomo gli avesse detto “nobile signore”. Lo fissò per un momento senza parole.

   «Ah, il signore vuole sapere il prezzo della corsa? Un tiro a due fino al porto di Augusto  costa mezzo Tito.»

   Il cocchiere s’aspettava che Milon mercanteggiasse sul prezzo, ma non successe nulla. Egli saltò sulla panca della vettura ed esclamò:

   «Andiamo!»

   «Il cuscino, nobile signore, sedetevi sul cuscino!» gridò il cocchiere passandogli un grosso cuscino in cuoio.

   Milon, con la tunica da schiavo arrotolata sotto il braccio, s’aggrappò con la mano libera alla vettura che si metteva in movimento.

   «Cosa desiderate nobile signore, una corsa rapida o tranquilla?»

   «Rapida», rispose Milon.

   Prima che il carro fosse passato sotto la porta, Milon si girò per lanciare sulla città un ultimo sguardo. D’un tratto tastò la sua cintura, temendo che lo scudo d’oro non ci fosse più. Ma con suo sollievo ne sentì la forma tra le pieghe della veste.

Le ruote del carro rimbombavano sul lastricato e i ferri dei cavalli sprizzavano scintille. Una fresca brezza veniva dal mare. Milon aveva l’impressione di essere un principe in una fiaba e si mise a ridere così allegramente, che il cocchiere si girò verso di lui e gli sorrise di buon umore. Possibile che la vita sia così bella, così libera, quando si ha del denaro? Da un carro che li incrociava due graziose romane fecero un vivace gesto di saluto a Milon. Egli rispose al loro saluto e girandosi indietro le guardò sparire nei loro veli che fluttuavano al vento.

   «Porto di Augusto!», esclamò il cocchiere, arrestandosi in prossimità del porto.

   Milon saltò dalla vettura e tese il Tito d’oro.

   «Devo andare a cambiare, torno subito», disse il cocchiere.

   Ma Milon rispose:

    «Non è necessario, tieni pure la moneta.»

   Il cocchiere non aveva mai ricevuto una simile mancia. Guardò il “nobile signore” senza parole, cercando di capire se stava scherzando. Quando Milon levò la mano in segno d’addio, il cocchiere s’inchinò profondamente balbettando:

   «Nobile, generoso, buon signore…», ma Milon si era già incamminato verso il porto. Cercò il pozzo dove doveva attenderlo Vargo e lo trovò seduto su una panca di pietra, che guardava l’animazione del porto. Milon si era avvicinato senza fare rumore e gli diede una pacca sulla spalla. Vargo spaventato sussultò e si trovò di fronte un uomo elegantemente vestito che di certo voleva sedere su quella panca e aveva voluto scacciarlo.

   Milon disse allora:

   «Non mi riconosci? L’abito fa l’uomo, Vargo!»

   Poi scoppiò in una risata, vedendo il viso stupito del suo amico che faticava a mettere insieme il volto di Milon con gli abiti eleganti.

   «Tu sembri proprio un vero, nobile signore, Milon! Cosa ti è successo, sei libero? Non vieni più sulla nostra nave?»

   «No, Vargo, stai tranquillo, qui sotto al braccio ho l’altro Milon, quello cencioso. Me lo rimetto subito. Era così bello essere un signore per qualche ora, andare in carro e salutare le belle donne romane…». Rapidamente raccontò a Vargo le avventure della giornata.

   Prima d’imbarcarsi, Milon si cambiò d’abito e il “nobile signore” venne legato in un fagotto con gli stessi lacci di cuoio nei quali era stato legato prima lo schiavo. A gran colpi di remi tornarono presto al battello.

   L’indomani, dovettero caricare un buon numero di barili e di sacchi. Milon fu designato per fare la spola tra il porto e il veliero. Ogni volta che arrivava sulla terraferma scrutava i dintorni, ma non vide Tyrios. Florus, troppo occupato con la sua corsa di carri, non aveva certo il tempo di scendere al porto. Milon mise per l’ultima volta la sua barca in acqua. Cominciava ad annottare. Allora Milon seppe che il suo cammino lo conduceva verso l’Africa.

Capitolo quindicesimo

LA  TEMPESTA

   Era ormai una settimana che l’Alexandra, con poco carico, faceva vela verso l’Egitto, quando si levò una tempesta e fu necessario ammainare le vele. Sul ponte Vesonius e Vargo erano occupati a piegarle.

   «Afferrati alle corde, altrimenti le onde ci spazzano in mare come topi!» gridò Vesonius.

   Nello stesso momento un’onda si infranse sul ponte, fece cadere Vargo all’indietro e ci mancò poco che venisse gettato fuori bordo, perché la nave si era inclinata pericolosamente su un lato. Milon stava risalendo sul ponte dopo aver sistemato le vele nella stiva, quando vide Vargo aggrappato al bordo della nave, che per la tempesta aveva le vertigini e gli urlò:

   «Tienti forte, Vargo! Ti vengo a prendere!»

   Vesonius legò solidamente Milon con una fune ed egli, malgrado le onde che si abbattevano sul ponte, poté portare Vargo semisvenuto in salvo nella stiva della nave.

   Milon si arrampicò sull’albero per raggiungere l’ultima vela che svolazzava come una bandiera strappata. Non aveva mai visto il mare infuriare in quel modo. Arrivato in cima si afferrò saldamente, contemplando le acque schiumanti che ribollivano. La sua tunica era fradicia, i lampi illuminavano il cielo e i tuoni si confondevano con il frastuono delle onde. Vesonius, che attendeva Milon da basso, rimase senza fiato quando lo vide sporgersi in avanti e provare a tirare la vela verso di sé con una mano sola. Bisognava sciogliere i nodi induriti dalla pioggia e Milon faticava molto ad allentarli. Aveva già una parte della vela sotto il braccio e si apprestava a sciogliere l’ultimo nodo, quando venne un colpo di vento. Vesonius vide qualcosa di chiaro scomparire nella tempesta: la vela era volata via. Quando Milon ridiscese a mani vuote si precipitarono nella stiva, dove Vesonius gli disse:

   «Una nave che perde una vela è votata all’abisso, dicono i vecchi marinai.»

   Rannicchiato nella penombra l’equipaggio attendeva che la tempesta si calmasse. La nave scricchiolava in ogni giuntura. Nessuno parlava. Guardiano e intendente sedevano vicino agli schiavi, tutti uniti per la vita o per la morte, nello stesso pericolo e con la stessa paura. All’improvviso, una voce esclamò:

   «Acqua a bordo!»

   Tutti saltarono in piedi agitati.

   «Nella stiva più bassa arriva già al ginocchio!»

   «Dei secchi! Fate catena! Aggottate!»

   Dopo un breve momento di confusione i primi secchi cominciarono a salire pieni d’acqua e a ritornare giù vuoti in una catena ininterrotta. Mentre gli schiavi si passavano i secchi febbrilmente il guardiano e l’intendente cercavano nella stiva il luogo dove si trovava la falla. Alla debole luce di una lampada videro che le merci erano già sott’acqua. Quanto alla falla, non si poteva più sperare di scoprirla, la nave aveva imbarcato troppa acqua. Nonostante si continuasse ad aggottare, l’acqua arrivava sempre al ginocchio e il livello non si abbassava. Fuori la tempesta infuriava senza sosta. Lavorarono così per ore, tutti coperti di sudore. Al calar della notte il vento si calmò un po’, ma le onde scuotevano ancora il veliero senza pietà. Nonostante il lavoro incessante, nella stiva l’acqua era salita ancora di qualche spanna. A tutti era chiaro che la falla si doveva essere allargata. Il guardiano dette ordine di formare due squadre che avrebbero aggottato a turno. Milon e Vargo facevano parte del primo gruppo che poté sdraiarsi sfinito sul ponte di mezzo della nave, bere e mangiare un po’ di pane secco.

   «Siamo ancora a tre giorni di navigazione da Alessandria, quanto basta per andare a fondo.» disse Milon. Vargo rispose:

   «Anche se resistiamo attingendo acqua a questo ritmo per tre giorni, non è detto che questo vecchio scafo non si spezzi in due.»

   Dopo un’ora di riposo andarono a sostituire i loro compagni. Il livello dell’acqua era salito ancora. Il secondo gruppo di schiavi si gettò sulle anfore d’acqua per calmare il fuoco che bruciava loro la lingua. Poi, morti di fatica, si lasciarono cadere a terra. Il gruppo di Milon aveva ripreso il lavoro con vigore. Si passavano i secchi due volte più veloci di prima, così che il livello dell’acqua sembrava abbassarsi. Ma non poterono mantenere a lungo questo ritmo e quando rallentarono il livello dell’acqua tornò a salire. Passarono tutta la notte a fare i turni. Al mattino i venti erano calati e issarono le vele. Poco a poco il mare si calmava.

   Nello scafo della nave l’acqua ora arrivava alla stiva di mezzo, quella che serviva da dormitorio all’equipaggio. Benché il veliero trasportasse poco carico, lo scafo era immerso in modo preoccupante nell’acqua e avanzava più lentamente. L’aggottaggio era sempre più frenetico, era ormai una questione di vita o di morte. C’era solo una piccola barca di salvataggio a bordo, nella quale avrebbero preso posto il guardiano, l’intendente e altri due, e non era neanche certo che li avrebbe potuti portati in salvo.

   L’intendente, nel caso fosse apparse una nave all’orizzonte, aveva ordinato di fare segnali di soccorso con degli stracci per chiamarla in aiuto. Gli schiavi avevano una sete spaventosa e le riserve d’acqua dolce si erano ridotte a poche anfore. Gli schiavi spossati dalla fatica e assetati non avevano lasciato molto di più. Milon, che si arrampicava bene e volentieri, in un’ora di pausa si era sistemato su uno degli alberi e scrutava con grande intensità l’ampia distesa del mare. All’improvviso gridò:

   «Vesonius, mi sembra che in quella direzione ci sia un veliero!»

   Vesonius s’arrampicò subito dalla parte di Milon. Non era che un debole riflesso bianco sul mare, ma senza dubbio una nave. Vesonius confermò:

   «Sì, è una nave. Naviga quasi nella nostra stessa direzione. Se ci dirigiamo un poco più a est ci avvicineremo alla sua rotta.»

Milon gli disse:

   «Va’ dal timoniere! Io resto qui e indicherò la direzione da seguire. È ancora lontana dietro a noi, ma mi sembra proprio che si diriga  verso Alessandria.»

   L’agitazione s’impadronì di tutto l’equipaggio. Al grido «Una nave!» tutti gli uomini col secchio o senza salirono sul ponte e scrutarono il mare nella direzione indicata da Milon. Tutt’ad un tratto, il guardiano urlò:

   «Volete morire tutti annegati? Andate, aggottate! Non è guardando l’orizzonte che sfuggiremo alla morte!»

   L’opera di aggottaggio riprese subito con nuove forze date dalla speranza. Era assolutamente necessario, perché ora l’acqua arrivava al ginocchio anche nella stiva superiore. Ormai non c’era più un solo luogo asciutto all’interno della nave dove ci si sarebbe potuti sdraiare.

Il timoniere dirigeva la nave nella direzione in cui pensava di riuscire a incontrare l’altro veliero più veloce. Milon era rimasto come pilota sull’albero e Vesonius portava le notizie dall’uno all’altro. Dopo un po’ egli esclamò:

   «La direzione è buona! Ci avviciniamo, posso già distinguere le singole vele.»

   Il guardiano e Vesonius avevano fissato un drappo ad un bastone che agitavano facendo mezzi cerchi per chiamare aiuto. L’intendente aveva dato agli schiavi il permesso di bere le ultime riserve d’acqua per tener saldo fino alla fine. Adesso era possibile vedere il veliero dal ponte. L’equipaggio non riusciva a contenere la sua gioia.

   «Come sono attaccati alla vita tutti gli uomini! Anche il più miserabile degli schiavi la ama.» pensava Milon dal suo posto di osservazione.

   «Milon!» chiamò all’improvviso dal basso la voce di Vargo.

   «Qui c’è un’ultimo goccio d’acqua per te; dopo i barili e le anfore saranno vuote.»

a quell’invito Milon scese rapidamente sul ponte, perché anche a lui la sete bruciava la gola. Bevve a lunghe sorsate l’acqua dall’anfora che gli era stata offerta.

   «Grazie, Vargo! Cominciavo ad avere le vertigini e per la stanchezza sarei presto caduto dall’albero. Torno ai secchi, ormai il veliero non ci sfugge più. In mezz’ora dovremmo averlo raggiunto, anche se la nostra vecchia carcassa si trascina molto lentamente.»

   Ma il guardiano lo chiamò:

   «Fermo, Milon! Vieni con Vesonius ad agitare il drappo.»

   Dopo poco che lanciavano le segnalazioni di pericolo, esclamarono:

   «Ci rispondono! Hanno capito!»

   L’equipaggio si affrettò di nuovo sul ponte, ognuno voleva vedere coi suoi occhi, ma il guardiano li rinviò rudemente al loro lavoro.

   Quando le navi furono talmente vicine che i marinai si potevano vedere chiaramente da un ponte all’altro, l’equipaggio del veliero doveva aver capito lo stato di emergenza dell’Alexandra. Dalle grida si capiva che volevano provare ad accostarsi fianco a fianco. Tutte le vele dell’Alexandra vennero ammainate, così che ora somigliava ad una zattera.

   «Portate sul ponte tutto quello che può essere salvato!» ordinò il guardiano.

   Avevano smesso di attingere acqua. Vele, corde, barili, anfore e gli ultimi resti di vettovaglie furono ammassati sul ponte. Era una fortuna che il mare fosse calmo, perché sull’Alexandra il livello dell’acqua era salito fino alla metà della stiva mediana. Quando con pertiche ed uncini d’abbordaggio si ancorò l’Alexandra all’altro veliero e qualche panca formò un ponte provvisorio, riecheggiarono di nuovo grida di gioia: erano salvi! L’intendente ed il guardiano salirono per primi a bordo della nave salvatrice e salutarono abbracciandolo il loro collega, il capitano romano del Nettuno. Venne trasportato poi ciò che si era potuto salvare ed anche la piccola barca. Quando tutto l’equipaggio fu a bordo del Nettuno vennero ritirate panche ed uncini e l’Alexandra, abbandonato alla deriva, andò incontro al lento affondamento.

   Milon e Vargo erano sul ponte di poppa del Nettuno.

   «Non avrebbe tenuto più di mezza giornata prima di colare a picco.»

   «Avevo preparato un mezzo per salvarci tutti e tre. Vedi quel barile vuoto, ci avevo fissato un filo da pesca al quale avremmo annodato le nostre cinture.»

   «Era una buona idea, Vargo, ma chi sa se quel barile non avrebbe prolungato il nostro supplizio? Sarebbe stato necessario in ogni caso che qualcuno ci avesse trovato rapidamente. E chi vede un barile che fluttua in pieno mare?»

   «Hai ragione e tuttavia qualche naufrago si aggrappa ad un pezzo di legno, per quanto sia piccolo, perché è la sua sola occasione di sopravvivere. Cosa sarebbe la vita senza speranza?»

   «Uno schiavo spera di avere su cento giorni difficili almeno un giorno migliore. Fino ad Alessandria, Vargo, avremmo diritto a qualche giorno buono!»

   Passarono effettivamente tre giornate splendide, calme e tranquille, a bordo del Nettuno dove erano ben nutriti. Quando vide le coste dell’Africa, il guardiano dell’Alexandra radunò i suoi schiavi:

   «Prima che accostiamo bisogna che sappiate che il naufragio dell’Alexandra rappresenta una grossa perdita per il nostro padrone Calpurnicus. È assai probabile che egli rinunci all’acquisto di una nuova nave. Il padrone del Nettuno acconsente di buon grado a tenerci ancora a bordo per qualche giorno. Durante questo tempo il nostro intendente e Calpurnicus decideranno sulla vostra sorte. Voi aiuterete a scaricare il veliero. Io resterò con voi fino a quando sarà presa una decisione.»

   Dette queste parole il guardiano si ritirò, lasciando gli schiavi tra di loro. Vargo disse a Milon:

   «Sono sicuro che Calpurnicus non comprerà un nuovo battello; ci venderà piuttosto al mercato. Non esiste luogo più vantaggioso di Alessandria per la vendita degli schiavi.»

Vargo aveva pensato giusto. Due giorni più tardi l’equipaggio dell’Alexandra veniva portato al mercato.

Capitolo sedicesimo

UN  NUOVO  PADRONE

   Benché Milon avesse cambiato parecchie volte padrone, non era stato mai ancora esposto in un mercato. Vargo gli aveva consigliato di mettere gli abiti di Tyrios.

   «Sei elegante con quel vestito e sarai venduto a dei nobili. Puoi essere certo di non arrivare sulle galere!»

   «Preferirei tanto restare sulla terra ferma. Ne ho abbastanza delle traversate in mare.»

   L’equipaggio dell’Alexandra fu esposto in mezzo a centinaia d’altri schiavi. Milon sperava una cosa soltanto: poter restare con Vargo. Avevano spartito gioie e pene ed erano legati da una profonda amicizia.

   «Vargo, tu che hai sempre buone idee, cosa possiamo fare per non essere venduti a due padroni diversi?»

   «Questa volta non ho la minima idea», rispose Vargo con voce triste e spenta.

   Calpurnicus era venuto di persona al mercato. Voleva trattare per vendere i suoi schiavi al miglior prezzo, perché ci teneva a ripagarsi della perdita del suo veliero.

   I clienti passavano. Una ricca Egiziana, le cui vesti attiravano l’attenzione, arrivò accompagnata dal suo intendente. Esaminarono gli schiavi di Calpurnicus.

   «Quanto costa quello?» domandò la donna indicando Milon.

   Calpurnicus disse un prezzo che la fece strillare rabbiosa:

   «Con una somma simile me ne compro due! Ripasseremo alla fine della giornata, allora sarà a più buon mercato, il piccolo Greco.»

   Vargo disse in tono canzonatorio:

   «Speriamo che tu non sia venduto a quella vecchia capra. Dovresti belare per lei ogni volta che le prude il naso!»

   «Meglio ritornare su una nave o badare a capre vere», concluse Milon.

   Il padrone di una nave che conosceva bene Calpurnicus contrattò a lungo con lui. Infine comprò Vargo, Vesonius e due altri schiavi. Milon prese il coraggio a due mani e domandò a Calpurnicus:

   «Non è possibile che io rimanga insieme a Vargo e Vesonius?»

   Calpurnicus lo squadrò con aria sorpresa:

   «Tu costi troppo caro per servire su una nave. Ti venderò per una somma importante.»

   Come avrebbe strappato volentieri la sua tunica ora Milon, credendo che fosse a causa sua che veniva separato dai suoi amici. Malediceva il pensiero che lo aveva spinto a voler essere un elegante servitore. Niente veniva a ricompensare il coraggio e gli sforzi di cui Vargo e lui avevano dato prova a Pompei salvando un bambino dalle macerie. Quando abbracciò il suo amico per salutarlo aveva gli occhi pieni di lacrime.

   «Addio, Vargo! Non ci dimenticheremo!»

   Vargo fece un segno con la testa. Non riuscì a dire neanche una parola. Milon li guardò sparire tutti e quattro nella folla brulicante.

   All’incirca a mezzogiorno un nobile romano accompagnato da uno schiavo esaminò Milon con attenzione.

   «Hai già servito in una casa signorile?»

   «Due volte, signore.»

   «Dove?»

   «In Grecia, ad Atene, nella casa di Midias.»

   «E la seconda volta?»

   «A Stabia, nella casa di Pomponiano.»

   «Come! Tu eri da Pomponiano, il grande proprietario di navi? E perché non ti ha tenuto al suo servizio?»

   «Dopo la distruzione di Pompei tutta la proprietà di Pomponiano è stata sepolta ed egli ha dovuto ridurre il numero dei suoi servitori.»

   «Così tu sei stato testimone di quella grande catastrofe?»

   «Sì signore, ho visto la distruzione di quella splendida città.»

   Il Romano si girò verso Calpurnicus e tutti e due conclusero la loro trattativa. Poco dopo Milon s’installava su un carro, vicino ad un altro schiavo di nome Lesco. Il nobile Romano che li aveva appena comprati prese posto di fianco al cocchiere e il carro lasciò la città in direzione sud-ovest. Viaggiarono parecchie ore in un caldo soffocante, interrompendo la loro corsa solo quando un pozzo si trovava sulla loro strada. Milon sedeva chiuso in se stesso senza dire una parola. Lesco provò a più riprese ad iniziare la conversazione.

   «L’uomo che ci ha comprato non è il padrone della tenuta dove andiamo; è un intendente. Spiavo quello che diceva quando trattava per comprarmi. Spero di avere un lavoro pulito! Fino ad ora ho servito in una nobile casa d’Alessandria, avevo poco da fare ed ero nutrito come un principe. E tu, dov’eri tu?»

   «Su una nave che trasportava sacchi di cereali.»

   «Ah, davvero? E il tuo bel vestito? Te lo ha fatto indossare il mercante per venderti a un buon prezzo?»

   «Più o meno.»

   «È quello che pensavo. Proprio un buon vestito.»

   Milon non aveva alcuna voglia di raccontare la sua vita a questo curioso. Guardò la campagna che stavano attraversando, i campi, le praterie e gli alberi.

   Al calar della notte il carro si fermò davanti ad un’immensa proprietà composta da parecchi caseggiati. Questi erano costruiti secondo lo stile romano: al centro c’era una grande piazza lastricata. La casa dei padroni si differenziava dalle altre per la sua ricca architettura e i suoi splendidi giardini.  Era qui che vivevano Andarius, un anziano generale dell’armata romana, e la sua sposa Pyrra. Dopo una vita movimentata piena di campagne militari in Oriente al servizio dell’imperatore, Andarius si era ritirato in Egitto per godere una vecchiaia calma e tranquilla. Si occupava poco della sua proprietà; era il suo intendente che gestiva tutto e dirigeva i servitori con mano severa. La tenuta era prospera. I raccolti di grano erano migliori di anno in anno e le greggi di pecore s’ingrandivano, dando sempre più lana.

   Un servitore si affrettò verso il carro appena giunto per occuparsi dei cavalli. L’intendente si rivolse ai nuovi arrivati:

   «Andate a lavarvi alla fontana, siete coperti di polvere. Verrò fra poco a prendervi per presentarvi ai vostri padroni.»

   Si diresse verso la villa e salì i gradini che portavano alla terrazza dove Andarius amava passare le serate in compagnia della sua sposa. Proprio in quel momento stavano ascoltando il canto di una schiava che si accompagnava con la lira. Dopo aver salutato i suoi padroni l’intendente disse:

   «Se i nostri signori lo desiderano, presenterò loro i due schiavi che ho comprato oggi ad Alessandria. Uno di loro è previsto per il servizio alla villa, l’altro per badare alle pecore. I nostri signori sceglieranno.»

   Andarius domandò a Pyrra:

   «Vuoi fare la tua scelta già da questa sera, o preferisci farla domani?»

   «Falli venire, vediamo cosa ci hai portato da Alessandria.»

   Quando tornò nel cortile, dove i due schiavi si erano lavati e si apprestavano a rivestirsi, l’intendente disse:

   «Lasciate qui le vostre tuniche, il perizoma basta. Per gli schiavi quel che conta sono i muscoli, non gli abiti!»

   Si fermarono davanti la scalinata che portava alla terrazza della villa e alla vista dei loro padroni si prosternarono a terra umilmente, toccando con la fronte il primo scalino. Poi l’intendente li condusse sulla terrazza e li presentò:

   «Il più bruno dei due si chiama Lesco, è forte e molto muscoloso, avrebbe potuto vivere su una galera. Ha prestato servizio in una casa d’Alessandria. L’altro, Milon, viene dalla Grecia; ha lavorato per anni su una nave; precedentemente, era servitore in una proprietà di Pompei.»

   Andarius li esaminò un istante con occhio penetrante.

   «Andate in giardino a cogliere dei fiori e portateceli qui!»

   Lesco discese la scalinata in tutta fretta, mentre Milon esitò un po’ prima di seguirlo. Poco dopo Lesco ritornò con in mano un grande mazzo di fiori. Prese il primo vaso che trovò sul terrazzo, ci mise i suoi fiori con il vezzo premuroso di un buon servitore e piazzò la sua opera su un tavolo di marmo. Milon arrivò un po’ più tardi con qualche rosa gialla. Notò che Lesco aveva terminato. Siccome non rimanevano più vasi liberi sul terrazzo, si diresse con passo timido verso la padrona della casa e le tese le rose con un segno amichevole della testa. Questa scena fece ridere fragorosamente il padrone: uno schiavo che offriva delle rose ad una nobile Romana!

   «Pyrra sembra aver trovato un nuovo ammiratore. Che delicatezza! Se fosse nostro servitore in casa baderebbe a nutrirti bene e mi lascerebbe morire di fame. Teniamo Lesco!»

   E girandosi verso quest’ultimo, aggiunse:

   «Che tu abbia saputo trovare prontamente un vaso ed utilizzarlo a ragion veduta ha parlato in tuo favore.»

   Allontanandosi Lesco sentì Pyrra dire che avrebbe preferito tenere Milon per il servizio in casa, malgrado la sua aria imbarazzata. Andarius ne fu contrariato. Pyrra sapeva bene che quando Andarius aveva preso una decisione non era abituato a ritrattare i suoi ordini.

   Su ordine dell’intendente Milon dovette dare a Lesco la sua tunica colorata e indossare la sua povera veste, che per un pastore di pecore era più che sufficiente.

   Andarius possedeva molti schiavi. La maggior parte lavoravano nei campi, qualcuno si occupava dei cavalli; gli altri servivano nella villa. Tutti dormivano in un dormitorio comune su sacchi di paglia, sopra le scuderie. Solo il capo degli schiavi, un vecchio servitore della famiglia, e l’intendente avevano una camera nella villa. Nel cortile c’erano dei grossi cani da guardia che abbaiavano la notte al minimo rumore, pronti a gettarsi su ogni schiavo in fuga. Vennero dati ai due nuovi gli ultimi posti del dormitorio.

   L’indomani sera, al momento di coricarsi, Lesco disse a Milon:

   «Sono contento di essere stato scelto per la villa! I padroni non sono troppo esigenti e il cibo è eccellente. Oggi si è mangiato arrosto d’oca! E tu, come è trascorsa la tua giornata, Milon?»

   «Sono andato nei campi e ho badato alle pecore. L’intendente mi ha dato un grosso bastone. Sembra che i cani selvatici attacchino a volte le greggi. Ho avuto pane e frutta per il mio pasto. Ho fatto una buona siesta all’ombra di un olivo, il sole picchiava forte. Al confine dei pascoli c’è una fitta distesa di cespugli dalla quale potrebbero saltare fuori all’improvviso i cani selvatici. Ma ho un bravo cane da pastore, che mi aiuta a montare la guardia.»

   Ascoltando Milon Lesco pensava tra sé e sé: “È un lavoro miserabile. Ho avuto la sorte migliore. Speriamo che la padrona della casa non abbia un giorno la cattiva idea di scambiare i nostri ruoli!” Lesco non aveva dimenticato che Pyrra aveva preferito Milon.

Capitolo diciassettesimo

UN  INCONTRO  SINGOLARE

   In un giorno di gran caldo Milon si riposava nei campi e consumava il suo pasto frugale sotto una macchia di alberi. Le pecore erano sdraiate, serrate attorno a lui all’ombra. Qualcuna un po’ discosta brucava ciuffi di erba secca. Milon si apprestava a fare un sonnellino, quando all’improvviso le pecore più lontane si misero a belare e a correre in direzione della macchia di alberi senza fermarsi. Come prese dal panico urtarono le pecore che erano sdraiate e in un batter d’occhio tutto il gregge, con alti belati, prese la fuga. Il cane da pastore abbaiando le inseguì e provò invano a radunarle, ma niente poteva più trattenerle. Milon saltò in piedi terrorizzato ed afferrò il suo bastone. Si guardò intorno un momento; era stato forse un cane selvatico a spaventarle? Non riusciva a capire quale pericolo avesse messo in fuga il gregge. Guardò ancora un istante la corsa sfrenata delle bestie, che nella pianura sollevavano nubi di polvere. Milon rifletteva sul da farsi: doveva correre loro dietro, o restare là e aspettare che il cane le radunasse? Il suo sguardo si posò per caso sui cespugli dai quali erano venuti i primi segnali di agitazione. Spalancò gli occhi per lo spavento quando vide uscire dai cespugli un leone con lo sguardo fisso su di lui. In un lampo Milon pensò:

“Inutile fuggire, il leone mi raggiungerebbe con pochi salti. Non c’è che una soluzione: arrampicarmi sull’albero più vicino.”

   All’istante si arrampicò agilmente sul tronco di un albero, spingendosi fino ai rami più alti. Lassù era al sicuro: i leoni non si arrampicano sugli alberi. Si mise allora ad osservare la belva che s’avvicinava a passi lenti. Ma che strana andatura aveva? Ogni volta che la zampa anteriore sinistra toccava il suolo zoppicava e questo sembrava causargli acuti dolori. Ad un certo punto si fermò, si leccò la zampa e sollevandola in aria si guardò attorno, come se chiedesse aiuto. Poi fissò il suo sguardo su Milon, che sedeva tra i rami dell’albero. Un gemito sordo gli sfuggì. Arrivato zoppicando fin sotto l’albero, si sdraiò in terra e cominciò a mugolare piano, agitando in aria la zampa dolorante. Per un attimo Milon pensò:

   “Che sia un’astuzia da belva per attirarmi con i suoi lamenti e farmi scendere e poi attaccarmi?”

   Ma respinse subito questo pensiero. Sarebbe stato facile per il leone inseguire le pecore e procurarsi tutto il cibo che voleva.

   Milon non aveva mai potuto osservare un leone così da vicino. Era un maschio robusto, con un’abbondante criniera. Il suo aspetto regale pieno di dignità mal si accordava col suo comportamento. Dal suo largo petto ci si aspettava di sentire ben altri suoni che quei sospiri lamentosi. Milon sentì una specie di pietà per quella povera belva. Doveva di sicuro essere ferita. Egli allora discese prudentemente di qualche ramo. Il leone girò la testa nella sua direzione e alzò ancora la zampa, lasciando sfuggire un gemito. Ora Milon poteva vedere chiaramente che la sua zampa anteriore sinistra era gonfia. Che il leone avesse bisogno di aiuto gli era chiaro, ma un leone è un leone. Ci si poteva fidare ad avvicinarsi? Il suo istinto di bestia selvaggia non si sarebbe risvegliato all’improvviso in lui? Milon discese ancora di qualche ramo e il leone per tutta risposta fece un mugolio gioioso. Egli allora decise di aiutare l’animale che soffriva. Che contrasto tra la nobile figura e la richiesta di aiuto! Il desiderio di avventura spinse Milon ad arrischiarsi e ad avvicinarsi alla belva. Il leone si era sdraiato sulla schiena e ogni tanto si leccava la zampa gonfia. Si era forse conficcato una scheggia di legno o un sasso acuminato che non riusciva a togliere? Milon era disceso lentamente fino al ramo più basso, osservando sempre attentamente il leone. Poi, raccogliendo tutto il suo coraggio, si lasciò scivolare al suolo, pronto ad ogni istante ad arrampicarsi di nuovo sull’albero. Il leone, quasi non volesse spaventare il pastore, rimase sdraiato e si girò sul fianco, così che la zampa ferita rimase sollevata da terra. Strano, Milon non provava più la minima paura. La sua unica preoccupazione era come prendere la zampa del leone per capire cosa avesse. Non essendo più che a qualche passo dall’animale, si mise a schioccare leggermente la lingua e a parlargli come faceva quando voleva calmare una delle sue pecore impigliata in un cespuglio di spine, che non riusciva più ad uscirne. Adesso gli era proprio vicino. Il leone agitava la sua zampa gonfia verso il pastore. Milon gli parlò dolcemente:

   «Su, su, fammi vedere! Così – sì – così…»

   Aveva afferrato la zampa anteriore sopra la parte gonfia, dove la sensibilità doveva essere minore. Vide al primo colpo d’occhio quel che faceva soffrire l’animale: una spina di cactus, piantata tra i polpastrelli della zampa, aveva causato una dolorosa infezione. Il suo occhio acuto aveva scoperto l’estremità della spina come piccolo punto scuro al centro della ferita. Non gli restava che afferrarla con le unghie ed estrarla. Fortunatamente la suppurazione aveva già ammorbidito la spina, così che fu facile toglierla; era straordinariamente lunga e doveva aver provocato un dolore molto profondo che, dopo giorni di sofferenza, aveva spinto il leone ad avvicinarsi agli uomini. Una volta estratta la spina, uscirono pus e sangue che diedero subito al ferito un certo sollievo. Milon accarezzava l’animale e gli lisciava la criniera. Il leone mostrava di gradirlo e leccava i piedi del pastore. Il ferito doveva essere esausto. Di certo a causa dei dolori non era riuscito a dormire né a cacciare già da molto tempo. Ad un tratto si girò dall’altra parte, poggiò la zampa malata sopra quella sana e si addormentò. Per un attimo Milon pensò che avrebbe potuto rompere il cranio dell’animale con una grossa pietra e che questo gesto gli sarebbe valso di certo gli onori del suo padrone Andarius. Pyrra ne avrebbe apprezzato la splendida pelliccia e ne avrebbe fatto un tappeto. Ma Milon scacciò subito quel terribile pensiero. Accarezzò la criniera del leone come per dirgli:

   «Adesso tu sei mio amico, non ti deve succedere nulla di male.»

   Fu allora che ripensò al suo gregge. Tutto intorno non si vedeva traccia degli animali. Si erano forse precipitate tutte nella stalla insieme al cane? Doveva essere così. Milon si allontanò piano dal leone che dormiva all’ombra degli alberi. Prese il suo bastone da pastore, guardò di nuovo verso la fiera che dormiva e pensò:

   “Si dovrebbe avere un compagno, un amico e un protettore come te quando gli uomini ti tormentano, soprattutto se sei uno schiavo disprezzato.”

   Avrebbe voluto scuotere il leone per svegliarlo, sedersi sulla sua schiena e dirgli: «Portami nel vasto mondo, dove non ci sono né capi di schiavi, né cani da guardia per gli schiavi, né paura!» Certo Milon sapeva che stava sognando, ma era così bello sognare. Ora però doveva abbandonare il leone. Di certo sarebbero venuti a cercarlo, perché le pecore erano rientrate senza di lui. A malincuore lasciò dietro di sé quel posto, l’ombra degli alberi, il leone e i suoi sogni di libertà. Stava per mettersi a correre, quando si fermò di colpo. Un pensiero lo attraversò: Andarius avrebbe potuto organizzare una caccia grossa al leone, se lui gliene avesse parlato, e avrebbe ucciso il “suo leone”. Forse che sarebbe tornato domani a trovarlo? Gli animali sono spesso più riconoscenti degli esseri umani. Ah, se avesse potuto addomesticarlo di nascosto! Si era legato d’amicizia con lui. Ruminando questi pensieri, Milon si era rimesso in strada e il boschetto d’olivi era ormai lontano. Si disse:

   “No, non dirò niente del leone, se no di certo ne andrebbero in caccia.”

   Il leone era ormai solo una macchia giallo-bruna appena visibile nell’aria torrida del mezzogiorno che soffiava sul prato stopposo.

Capitolo diciottesimo

IL  RITORNO

   Non lontano dalla fattoria Milon vide venirgli incontro un gruppo di uomini, in mezzo ai quali distingueva la figura del guardiano, che teneva due cani al guinzaglio. Gli uomini avevano visto Milon e sembravano molto eccitati. Quando le pecore erano rientrate da sole, avevano pensato che il pastore avesse tentato di fuggire. Avevano forse intenzione di lanciargli contro i cani? Avvicinatosi Milon notò l’aria irritata del guardiano, che non gli preannunciava niente di buono. Quando gli fu di fronte, il guardiano furioso si colpì sul fianco col manico della frusta. Sembrava che da un momento all’altro stesse per saltargli addosso e gli gridò:

   «Che cosa ti prende? Perché non sorvegli i tuoi animali? Maledetto monello, ora ti insegno io ad abbandonare il tuo gregge!»

   Stava già levando il braccio per castigare lo schiavo, quando Milon spaventato, venne meno alla decisione presa ed esclamò:

   «Signore, un leone, un leone!»

Il guardiano lasciò cadere il suo braccio:

   «Cosa, un leone! Hai visto un leone?»

   «Sì, padrone, è questa la ragione per cui le pecore sono fuggite.»

   «Racconta!» gli ordinò il guardiano con interesse.  

   «Padrone, quando all’ombra degli olivi vicino al boschetto di cespugli stavo per riposarmi e mangiare, qualche pecora ha cominciato a belare come impazzita. Poi si sono messe a correre trascinandosi dietro il resto del gregge e anche il cane. In un lampo erano tutte scomparse sollevando una nuvola di polvere, mentre cercavo di capire cosa era successo. Fu allora che vidi in mezzo ai cespugli un grosso leone che avanzava nella mia direzione. Mi arrampicai sull’albero più vicino dove restai fino a quando… fino a quando… fino a quando il pericolo fu passato.»

   Milon interruppe la sua esposizione. Il guardiano gli chiese la taglia e l’età dell’animale, così gli rispose e trovò il modo per tacere il resto dell’avventura.

   «Devo informare immediatamente il nostro padrone che è stato visto un leone», dichiarò il guardiano. «Sono anni che non succedeva nei dintorni di Alessandria.»

   Sulla via del ritorno Milon potè camminare a fianco del guardiano e condurre i cani. Dovette raccontare di nuovo quello che era successo, ma anche questa volta non disse la cosa per lui più importante nell’incontro con il leone. Doveva rimanere il suo segreto.

   Trovarono le pecore che pascolavano tranquillamente nel recinto. Non mostravano più la minima traccia di paura. Il guardiano si recò subito con Milon da Andarius. Costui faceva la siesta all’ombra sulla terrazza in compagnia della sua sposa, che ascoltava le melodie monodiche cantate dalla sua schiava egiziana. Lesco annunciò ai suoi padroni l’arrivo del guardiano, che portava una notizia importante. Il vecchio generale si rallegrò di quella distrazione inattesa. Fece un segno con la mano:

   «Una notizia importante? Che venga immediatamente!»

   Il guardiano e Milon salirono i gradini della terrazza. Milon ripensava alle rose che aveva offerto a Pyrra qualche tempo prima. Il guardiano annunciò con un’aria importante che un leone era stato visto in prossimità dei pascoli. Milon dovette ripetere di nuovo la sua avventura. Anche stavolta non osò raccontare come si era conclusa l’avventura; aveva paura che lo prendessero in giro e non gli credessero, se avesse detto come erano andate le cose. Mentre egli raccontava Lesco, appoggiato ad una colonna non lontano da loro, ascoltava. Pyrra paragonava l’agile Milon, che nei suoi poveri stracci laceri raccontava vivacemente, con i modi goffi del suo schiavo Lesco e continuava a pensare che il pastore di pecore sarebbe stato il suo migliore servitore.

   Andarius ascoltava il racconto dello schiavo con interesse crescente e si sollevava sempre di più dal suo triclinio. Gli occhi gli scintillavano come un tempo, quand’era giovane, prima dell’inizio di una battaglia. Nella sua lunga vita era andato spesso a caccia di animali selvaggi con grande passione. In particolare gli era sempre piaciuto catturare animali vivi con trappole o reti e più di una volta aveva portato in corteo trionfale a Roma non solo schiavi prigionieri, ma anche animali selvatici. Così quello che Milon aveva temuto avvenne: Andarius dette l’ordine di preparare un carro per andare a trovare il padrone di una tenuta vicina, che di certo avrebbe avuto piacere di partecipare a una caccia al leone. Forse già il giorno seguente il leone sarebbe stato catturato o ucciso.

   Milon raggiunse il suo gregge e si mise a riparare il recinto. Vide Pyrra che andava verso il carro di Andarius e sembrava avere qualcosa d’importante da dirgli prima che egli se ne andasse. Voleva forse dissuaderlo da questa caccia al leone? Il padrone parve acconsentire a quello che gli disse, perché ella prese congedo da lui con gioia e lo salutò al lungo con la mano mentre si allontanava. Dunque non poteva trattarsi della rinuncia alla caccia. Milon avrebbe saputo molto presto quello che si erano detti.

Capitolo diciannovesimo

I  RUOLI  CAMBIANO

   La padrona rientrò in casa. Poco dopo il guardiano uscì in terrazza e chiamò Milon. Cosa voleva ancora? Gli ordini furono brevi:

   «Va’ con Lesco nel dormitorio e scambiatevi i vestiti. Da questa sera sei tu di servizio in casa. Lesco si occuperà delle pecore. Dovrà restare in prossimità della fattoria fin quando si trovi il leone.»

   Milon era così sorpreso che si dimenticò di rispondere. In verità gli piaceva badare al gregge. Così invece non avrebbe neanche potuto incontrare il leone, laggiù presso il boschetto d’olivi.

   «Fai presto», gli raccomandò il guardiano.

   «Sì, padrone; vado. Dov’è Lesco?»

   «Ti aspetta già di sopra. Ti spiegherà il servizio domestico e questa sera ti introdurrà.»

   Poi fece segno di ritirarsi e Milon si affrettò a raggiungere il dormitorio. Ci trovò Lesco seduto sul pagliericcio, con il viso pallido e accigliato. Quando Milon apparve Lesco esclamò rabbioso:

   «Canaglia! Sei riuscito a entrare nelle grazie della padrona per farmi mandare via e sostituirmi. Cane schifoso!»

   «Lesco», rispose Milon rattristato, «non desidero prendere il tuo posto. Mi piacciono le pecore, le praterie tranquille e l’ombra degli alberi. Ma non ho il potere di cambiare la volontà della padrona. Tu sai bene che noi siamo solo schiavi, persone che si comprano o si vendono a piacere come si fa con gli animali.»

Ma niente poteva calmare il furore di Lesco:

   «Tu fai l’innocente, leccapiedi della malora. Questa storia del leone sei tu che l’hai inventata di sana pianta per darti importanza. Un leone vicino ad Alessandria, è ridicolo! Sei un bugiardo e un intrigante!»

   Milon non sapeva più cosa rispondere. Quando qualcuno non vuole vedere la verità interpreta gli avvenimenti a modo suo. Dopo una breve pausa provò di nuovo a giustificarsi:

   «Lesco, la collera ti acceca. Ti giuro che ho visto il leone laggiù sotto gli olivi come vedo te qui ora. Però non ho raccontato tutto. Aveva una spina nella zampa e io gliel’ho tirata fuori. E lui mi ha leccato le mani e i piedi.»

   Milon aveva parlato in fretta e Lesco si mise a ridere, prendendolo in giro:

   «Sentite un po’ questo bugiardo! Un leone gli avrebbe leccato i piedi! E com’è che non l’hai raccontato ad Andarius? Non sarebbe partito per organizzare la caccia. Se non troveranno il leone per te finirà male. Io racconterò le tue fantasticherie e allora sì che mi farò una bella risata!»

   Lesco sghignazzò cattivo, si tolse la tunica e la gettò ai piedi di Milon, che gli diede i suoi stracci da pastore. E poiché il guardiano l’aveva ordinato, Lesco spiegò suo malgrado a Milon in cosa consisteva il servizio domestico.

   La sera all’ora di cena Andarius non era ancora di ritorno e la padrona mangiava da sola. Milon le portava i piatti sotto l’occhio severo del capo degli schiavi, ma i suoi pensieri erano altrove. Si preoccupava per il leone, per la sua vita, per la sua libertà. Il carro del padrone ritornò solo a notte fonda, al chiaro di luna. Raccontò alla sua sposa:

   «Ho incontrato un comandante romano a casa del mio amico. Attende nuove direttive da Roma che ancora non arrivano e non sa come occupare i suoi soldati. Abbiamo deciso di fare una caccia a cavallo nella quale parteciperà una gran parte dei suoi uomini. Insiste perché il leone, una volta catturato, sia consegnato all’arena di Alessandria. Quest’autunno ci saranno dei combattimenti di gladiatori contro bestie selvagge. Il capitano aveva già sentito parlare di un leone che sembra abbia seminato il panico in una regione qui vicino. È certamente la stessa bestia che si aggira ora nella mia proprietà.»

   Pyrra era contenta di sapere che suo marito si occupava solo dell’organizzazione della caccia e non della caccia stessa. Quando ebbe terminato il suo racconto lo ringraziò di avere accettato il cambio di schiavo.

   La sera nel dormitorio tutti gli schiavi parlavano della stessa avventura: di Milon e del leone. Uno di loro non prendeva parte ai discorsi, era steso in silenzio sul suo pagliericcio e ruminava pensieri tetri. Non disse nulla della storia che Milon aveva taciuto agli altri, della spina estratta dalla zampa del leone; aveva paura, nel caso fosse vera, che gli si prestasse ancora più attenzione e lo si onorasse. Bruciava di rabbia e lo odiava, considerandolo responsabile del suo allontanamento dal servizio domestico. Ora era esposto al caldo torrido della steppa, alle tempeste di sabbia e aveva da mangiare solo misero pane. Gli sembrava di morire nella noiosa solitudine della prateria. Pensava continuamente a come cacciare Milon dalla casa padronale e riprendersi il posto che gli aveva portato via. Era sicuro di una cosa: se il leone non fosse stato né cacciato né visto, avrebbe potuto dire che Milon era un bugiardo e che aveva inventato quella storia per rendersi importante e introdursi al servizio della casa. E allora la terribile collera di Andarius, che aveva organizzato una battuta di caccia per la bugia di uno schiavo, si sarebbe scatenata contro Milon. Forse sarebbe stato battuto a morte e Lesco avrebbe potuto di certo riprendere il suo posto. Ma non voleva lasciar trasparire nulla dei suoi pensieri e aspettava il giorno della vendetta.

   Milon ebbe servizio prolungato quella sera, perché Andarius era ritornato molto tardi. Quando rientrò per ultimo nel dormitorio tutti i curiosi si radunarono attorno al suo pagliericcio. Ma egli non aveva alcuna voglia di rispondere alle loro domande. Li mandò via pregandoli:

   «Lasciatemi in pace, voglio dormire.»

   A fianco di lui Lesco faceva finta di dormire profondamente. Quando si sentirono i passi del guardiano sulle scale tutti sgusciarono come gatti sui loro pagliericci e il silenzio regnò nella stanza. Il guardiano s’assicurò al chiarore di una lampada ad olio che non mancasse nessuno. Si fermò vicino a Milon e si rivolse a lui con tono amichevole, cosa che non faceva mai quando parlava ad uno schiavo:

   «Allora, Milon, stiamo per acchiapparlo per la criniera il tuo leone. La caccia a cavallo è per domani. Se vuoi, puoi accompagnare il tuo padrone.»

   «Come volete, padrone. Ma se mi chiedete cosa preferisco, io vorrei restare a casa. La padrona mi ha dato un servizio speciale per domani.»

«Come vuoi, resta pure», rise con benevolenza il guardiano, «ma io vado a cacciare. Una caccia al leone è un’occasione rara in questa regione.»

   Poi si girò verso Lesco e lo scosse, domandandogli con tono beffardo:

   «Allora, ti piacciono le pecore e il pane croccante?»

Lesco, che era sempre pronto a rispondere, disse:

   «Padrone, io faccio il mio dovere dappertutto per accontentarti.»

   «Fai attenzione domani a non essere mangiato dal leone prima che sia preso nella rete», disse il guardiano, ridendo della sua cattiva burla.

   Tutti gli schiavi scoppiarono a ridere. Il guardiano se ne andò. Si sentì ancora qualche sussurro, poi il silenzio riempì il dormitorio dove regnava un calore soffocante. Gli schiavi stanchi si addormentarono. Solo uno non riusciva a dormire e si rigirava inquieto sul suo pagliericcio. Era Lesco, a cui le risate dei camerati per le sue disgrazie facevano bruciare ancora di più l’amarezza che sentiva in fondo all’anima.

Capitolo ventesimo

GIORNO DI CACCIA

   La mattina seguente i preparativi per la caccia a cavallo cominciarono molto presto. Milon vide Andarius avviarsi con un carro accompagnato dal guardiano, da un garzone di scuderia e da due corridori, che gli si sarebbero dovuti rivelare utili nella caccia. Guardò per un istante il carro sparire, pensando:

   «Se solo il leone se ne fosse andato da quella macchia di cespugli! La sua zampa è ancora malata e non può correre.»

   Lo opprimeva il pensiero che il leone potesse cadere vivo o morto nelle mani dei Romani. Aveva l’impressione di averlo tradito. Le ore trascorrevano. Ogni volta che un cane abbaiava Milon si precipitava sulla terrazza da dove si vedeva lontano.

   Nel primo pomeriggio uno dei cacciatori portò a Pyrra notizie di suo marito:

   «Abbiamo catturato il leone! Il padrone chiede che si prepari una festa questa sera per dieci ospiti.»

   Questo voleva dire molto lavoro per la cucina e per Milon, che tuttavia trovò un momento per chiedere al corridore come fosse stato catturato il leone. Il corridore gli raccontò:

   «I cani hanno rintracciato l’animale e un gran numero di cacciatori l’hanno circondato  con lunghe reti. Non abbiamo avuto neppure bisogno delle lance. La bestia era piuttosto pacifica e si è lasciata prendere facilmente. Lo hanno accerchiato con tre reti e lui ci è caduto subito. A quest’ora è su un carro che lo porta ad Alessandria, dove sarà tenuto fino ai giochi d’autunno.»

   Milon sconvolto ascoltò il racconto. Dato che avevano scoperto il leone, Lesco non poteva più farlo passare da bugiardo. Peccato però che l’animale non fosse riuscito a fuggire libero nella steppa. Avrebbe voluto porre altre domande, ma era tempo di ritornare in cucina. L’amministratore della casa e il capo della cucina erano fuori di sé all’idea di dover preparare in così poco tempo un festino in onore dei cacciatori.

   Al calar del sole il carro di Andarius, seguito da altri due, entrò nel cortile. Pyrra e il capo degli schiavi gli andarono incontro per accoglierli. Andarius, fiero di sé, tese a sua moglie una ciocca della criniera del leone. Il vecchio generale, che abitualmente aveva un’espressione severa sul viso, raggiava di gioia e sembrava anche ringiovanito. Nella penombra Lesco guardava in disparte l’animazione causata da questo giorno di caccia. Strinse i pugni vedendo che Andarius presentava al suo amico capitano Milon come l’eroe del giorno, colui che aveva scoperto il leone. Lesco vide anche che Andarius metteva qualche cosa nelle mani di Milon e che quest’ultimo lo ringraziava con sollecitudine.

   Il capitano romano era accompagnato da un gruppo di ufficiali. A Milon tornava utile essere molto abile; con passo leggero portava le molte vivande e le pesanti anfore di vino. Qua e là sentiva i dettagli della caccia, di cui tutti parlavano: contro ogni aspettativa il leone non si era dimostrato affatto selvaggio, si era lasciato prendere nella rete e aveva provato invano a liberarsi; mentre gli legavano le zampe aveva lacerato con gli artigli il polpaccio di uno dei cacciatori.

   Nel corso della serata parlarono anche della guerra e delle ultime conquiste dell’armata romana. Milon seguiva la conversazione con attenzione versando da bere. Ad un certo punto si parlò di personaggi strani che erano apparsi a Roma da poco e il cui comportamento non piaceva all’imperatore.

   «Chi sono queste persone?» domandò Pyrra.

   Il capitano romano le rispose:

   «Si chiamano cristiani e credono in un dio che è morto sulla croce, a Gerusalemme, sotto il regno dell’imperatore Tiberio.»

   «Perché non piacciono all’imperatore? I Romani adorano parecchi dei e i loro templi accolgono anche divinità straniere.»

   Il capitano proseguì:

   «Il dio dei cristiani è differente da tutti gli dei che conosciamo. Sembra che abbia vissuto sulla Terra in mezzo agli uomini e che sia resuscitato dai morti. I cristiani lo chiamano dio dell’amore e in suo nome rifiutano di essere soldati e di uccidere. Ma Roma e l’imperatore hanno bisogno di soldati. Se il nostro popolo si mette a adorare questo dio, sarà la fine dell’Impero romano. L’imperatore lo sa ed è per questo che li perseguita e li castiga.»

   Andarius dichiarò:

   «Nel corso del mio ultimo anno nell’esercito ho avuto un certo numero di soldati egiziani che si dicevano cristiani. Si distinguevano per la loro obbedienza, ma non prendevano parte ai sacrifici dei nostri dei. Io li ho lasciati fare. Uno di loro mi spiegò che seguivano il comandamento: “Da’ all’imperatore quello che è dell’imperatore, e a Dio quello che è di Dio”. Trovavo la loro maniera di fare ragionevole e ho creduto di non doverli punire. Sembra che nel deserto abitino degli eremiti in grotte, vivendo solo per il dio cristiano, digiunando e ignorando le cose del mondo. Una tale idea di vita non può che nuocere alla prosperità e al successo della nostra civiltà. È per questo che preferisco brindare alla salute degli dei romani: viva Marte, Venere e Giove! Che conservino a Roma la sua potenza e le sue ricchezze ineguagliabili!»

   A queste parole Andarius levò il calice e tutta l’assemblea brindò. Poi la conversazione ritornò alle storie di caccia. Milon pensava:

   “I Romani hanno i loro dei che li rendono ricchi e potenti, ma non hanno un dio per gli schiavi. E gli dei della Grecia sono così lontani! Non ho conosciuto né padre, né madre, né alcuno che abbia potuto parlarmi di un dio degli schiavi e nessuno dei miei compagni qui adora gli dei romani.”

   Stanco si appoggiò a una colonna con un anfora di vino tra le braccia e la tristezza si impadronì di lui. La luce vacillante delle lampade ad olio faceva danzare le ombre dei convitati sui muri. Gli insetti e le farfalle notturne si bruciavano le ali nelle fiamme. Guardandole Milon si disse:

   «I Romani sono come queste fiamme feroci e noi altri schiavi siamo come gli insetti, le farfalle notturne.»

   Alzando la testa vide il cielo stellato e si ricordò la calma delle notti in cui da bambino badava alle greggi nei pressi di Delfi. Non conosceva altro libro che il libro delle stelle. In quel tempo credeva che esistesse un dio sopra le stelle, ma gli sembrava così infinitamente lontano che mai aveva osato pregarlo o parlargli. All’improvviso il capo degli schiavi lo scosse insultandolo:

   «Che fai, sogni? Le coppe sono quasi vuote. Vai a fare il tuo giro!»

   Milon fu così sorpreso che lasciò quasi cadere l’anfora. Con attenzione raddoppiata riprese il servizio e per il resto della sera dimenticò i suoi sogni di farfalle, di dei e di stelle.

   Era notte inoltrata quando la festa volse al termine. Milon aiutò ad attaccare i cavalli e si sentirono le ruote dei carri rumoreggiare sul lastricato del cortile, allontanandosi nella notte. Milon andando al dormitorio estrasse dalla cintura la moneta d’argento che gli aveva dato Andarius. Guardò al chiarore della luna l’immagine dell’impe-ratore di Roma, che si diceva fosse simile agli dei immortali. Forse che questa moneta gli avrebbe portato una fortuna inattesa come il Tito d’oro? Dove avrebbe dovuto conservarla? Come schiavo non possedeva né un armadio, né un cassetto. Il luogo più sicuro gli sembrava sotto il pagliericcio. Così, avrebbe dormito sulla sua moneta e durante la giornata l’avrebbe nascosta nella sua cintura per contemplarla di tanto in tanto e rallegrarsene.

Capitolo ventunesimo

INGANNATO  E  FRUSTATO

    I giorni passavano. Per Lesco diventava sempre più insopportabile la vita del pastore, la grande calura, le piogge torrenziali, la monotonia, la noia accompagnate dal misero pane e dai frutti che portava nella cintura di pelle. Dopo lunghe settimane di riflessione aveva messo a punto un piano per far allontanare Milon dal servizio in casa. Si ricordò di aver visto spesso l’anello e il braccialetto di Pyrra nella sala da bagno la mattina. Ella si metteva i suoi gioielli solo dopo la toeletta mattutina e Lesco spiava l’istante in cui poter insinuarsi nella casa senza essere visto. Voleva far sparire l’anello di Pyrra in maniera che Milon fosse accusato del furto.

   L’occasione si presentò. Un giorno che Lesco passava vicino alla casa dei padroni, aguzzando gli occhi vide il capo dei servitori sulla terrazza, occupato a distribuire i compiti della giornata. Lesco s’intrufolò nella villa a passi felpati passando dall’entrata di servizio. I padroni della casa non si erano ancora alzati. Si fermò un istante davanti alla sala da bagno. Niente si muoveva. Scostò la tenda senza far rumore ed entrò. I gioielli di Pyrra e qualche spilla per capelli erano raccolti in una conchiglia di madreperla. La sua mano tremava dalla paura e dalla soddisfazione afferrando l’anello dalla grossa pietra color rosso sangue. Uscendo dovette asciugarsi il sudore che gli imperlava la fronte per la tensione interiore. Nessuno aveva notato qualcosa. Il grosso rubino stretto nel pugno chiuso gli scottava. Arrivato al recinto delle pecore Lesco gettò un’occhiata verso la terrazza e vide che il capo degli schiavi era ancora allo stesso posto. Si affrettò verso la cucina degli schiavi, sopra la quale si trovava il dormitorio. Aveva evitato intenzionalmente di mettere del pane nella cintura, in modo da avere un motivo per tornare indietro. Salì senza rumore i gradini che portavano al dormitorio e sollevò il pagliericcio di Milon per nasconderci sotto l’anello. Fu molto stupito di trovarci già una moneta d’argento. Mise l’anello di fianco alla moneta e sussurrò in modo impercettibile:

   «Eccoti in buona compagnia.»

   La moneta e il gioiello sarebbero stati la prova che Milon accumulava i suoi tesori in quel nascondiglio. Lesco rimise a posto il pagliericcio. Anche qui nessuno lo aveva visto. Scese in cucina, ricevette la sua razione di pane e prese il cammino dei pascoli seguito dalle sue pecore. Di solito lasciava condurre il gregge al cane da pastore e lui lo seguiva pigramente da dietro. Quella mattina invece continuava a lanciare pietre alle pecore perché avanzassero più in fretta così che anche il cane si agitò e condusse gli animali verso i cinque alberi di ulivo in una folle corsa.

   Nel frattempo Pyrra si era alzata e faceva la sua toeletta aiutata da Baarla, la sua schiava. Quando Baarla volle passarle i suoi gioielli l’anello mancava. Ella guardò sotto la conchiglia:

   «Dove hai messo l’anello, padrona? Lo hai portato in camera da letto?»

   Pyrra rispose:

   «No, è mia abitudine alla sera mettere i gioielli nella conchiglia. È mai successo che l’anello non fosse lì?»

   «È vero, padrona. Tu fai sempre così. Ma dov’è? Può darsi che sia caduto?»

   Baarla spazzò il pavimento, ma invano. Pyrra era fuori di sé. Cercò in camera da letto, anche se era certa di avere lasciato l’anello nella sala da bagno. Il gioiello non venne trovato. Pyrra scoppiò in lacrime: quell’anello era il regalo più prezioso che Andarius le aveva portato dall’ultima campagna militare. Sconvolta Baarla andò a domandare aiuto al sovrintendente della casa, che aiutò a cercare in ogni angolo e si faceva di momento in momento sempre più scuro in volto. L’anello non poteva che essere stato rubato. Quando Andarius lo venne a sapere, ordinò di radunare immediatamente tutti i servitori della casa. Il guardiano armato di frusta controllò nei vestiti di ciascuno. Nessuno sapeva dove fosse l’anello e non lo si trovava. Il sovrintendente disse a Pyrra e ad Andarius:

   «Bisogna dare al ladro l’occasione di mettere l’anello in un posto in cui possa essere ritrovato. Gli si deve infliggere la più dura punizione, nel caso venga acciuffato. Tutti i servitori della casa sono qui. Quelli che sono nei campi verranno interrogati questa sera. Permettetemi di frustare il colpevole e di venderlo al mercato come schiavo per le galere.»

   «Fa come vuoi, basta ritrovare l’anello!» replicò Andarius con un tono secco.

   Il guardiano radunò ancora gli schiavi al suono del fischietto. Dopo averli minacciati, ordinò loro di perquisire nuovamente la casa e il cortile. A fine giornata, quando gli schiavi furono rientrati dai campi, il guardiano dette l’ordine di portare tutti i pagliericci nel cortile; succedeva talvolta che uno degli schiavi nascondesse nel suo pagliericcio un oggetto rubato. Avevano già aperto i primi pagliericci quando si udirono delle grida nel dormitorio:

   «Sistemate i pagliericci, abbiamo trovato l’anello!»

   Il guardiano stava in piedi di fianco al pagliericcio di Milon, sotto il quale avevano scoperto una moneta d’argento e il gioiello rubato. Subito fece venire Milon. Dopo aver constatato che l’anello era intatto, l’aveva riposto vicino alla moneta sotto il pagliericcio. Aspettava il colpevole con le mani contratte sulla sua frusta. Milon arrivò con il viso abbattuto; lo schiavo che era andato a cercarlo gli aveva accennato quello che lo aspettava. Il guardiano mostrò con la sua frusta l’anello e la moneta, e urlò:

   «Maledetto furfante! Lurida canaglia! Confessa che sei tu il ladro!»

   Milon, vedendo l’anello sotto il suo pagliericcio, rimase come fulminato. Lo sguardo fisso sul rubino scintillante, balbettò:

   «Signore, io non so…»

   Ma già la frusta lo colpiva con terribile violenza sul viso. Un calcio lo gettò a terra. Il guardiano batteva senza pietà, colpo su colpo, sfogando la sua collera sullo schiavo che si torceva dal dolore nella sua tunica macchiata di sangue. Gli diede ancora qualche pedata accompagnata da insulti e con un cenno chiamò quattro schiavi che avevano guardato la scena senza dir niente. Diede loro l’ordine di gettare il colpevole in prigione. Essi sollevarono il corpo gemente di Milon e attraversarono il cortile in direzione della porcilaia. Fu lì che lo rinchiusero, in una specie di cella buia che serviva da prigione per gli schiavi puniti. Lesco rientrò quella sera col suo gregge più tardi del solito e arrivò quando tutto era finito. Uno dei garzoni di stalla corse verso di lui e gli raccontò quello che era successo in sua assenza. Il ladro, frustato a sangue, giaceva ora nella porcilaia e doveva aspettarsi il peggiore dei castighi; stava certo per essere venduto alle galere. Lesco ascoltava con aria apparentemente calma il resoconto; in realtà dentro di sé trionfava. Aveva vinto, si era vendicato! Quando ebbe rinchiuso le pecore nei loro recinti andò a bighellonare verso il dormitorio. Poi si fece raccontare una seconda volta in dettaglio gli avvenimenti della giornata, la perquisizione di tutta la proprietà e la scoperta del gioiello. Tutto era andato come aveva previsto. Ben presto il capo dei servitori fece venire Lesco.

   «Va a lavarti e a cercare dei vestiti per il servizio in casa. Riprendi il vecchio posto. Il vecchio Ibo andrà a pascolare le pecore. Dagli la sacca di cuoio.»

   Lesco giubilava e pensava tra sé:

   “Si fa in fretta a cambiare il corso del proprio destino. Basta saperci fare!” Poi rispose al capo dei servitori:

   «Sempre al tuo servizio, padrone. Mi affretto e spero di soddisfarti.»

   Lesco, lavatosi in fretta e vestito a nuovo, si presentò sulla terrazza, dove nella brezza della sera servì i suoi padroni con forzati sorrisi, come se non avesse mai dovuto prestare servizio nei pascoli. Pyrra stranamente parlava poco. Contemplava di tanto in tanto il suo anello la cui pietra brillava al chiarore delle lampade ad olio. Da un’apertura della porta aveva colto un’immagine che non la abbandonava più: i quattro schiavi trasportavano alla porcilaia nella sua tunica insanguinata Milon, il cui servizio gentile ed attento ella aveva tanto apprezzato. Il rosso splendore di quella pietra aveva forse tentato il povero schiavo, al punto che egli non poteva rinunciare a possederla? Aveva un bel girare e rigirare il suo anello, non ne riceveva alcuna risposta. Milon non era un ladro, se così fosse stato ella si sarebbe ingannata riguardo  all’espressione dei suoi occhi, spesso tanto triste. Avrebbe piuttosto sospettato di furto Lesco, con i suoi sguardi falsi e servili. Ma l’essere umano è misterioso e ha spesso un aspetto esteriore e uno interiore che non sempre coincidono. Così pensava Pyrra.

   Come se Andarius avesse potuto leggere nei suoi pensieri, disse all’improvviso:

   «Peccato, sembrava essere un buon ragazzo! Ero felice d’aver seguito la tua scelta. È una fortuna che abbiamo potuto riprendere subito il nostro vecchio servitore.»

   Per i padroni la sorte di Milon era segnata e questo non fu più oggetto di discussione tra loro.

   Più tardi Baarla, la schiava di Pyrra, domandò alla padrona, mentre ella stava per coricarsi:

   «Padrona, mi permetti d’andare alla porcilaia per lavare le piaghe di Milon?»

   «Perché vuoi fare questo?»

   «Mia madre mi ha insegnato che bisogna curare gli ammalati e i poveri. Era cristiana e diceva che tutti gli uomini sono fratelli. Quando morì avevo dieci anni, ma non ho mai dimenticato queste parole.»

   «Sono parole strane», disse Pyrra, «va da Milon e portagli da bere. Ci sono stati anche romani famosi che si sono arricchiti dei beni altrui senza essere puniti per questo. – C’è solo una cosa che non capisco: Milon avrebbe dovuto sapere che la perdita di questo anello mi avrebbe toccato profondamente. Cosa voleva farne? Questa storia non mi convince… Va’, sbrigati, quel giovane mi fa pietà.»

   Dopo aver informato il capo dei servi, Baarla attraversò il cortile portando un’anfora, un catino e una lampada ad olio. Un cane abbaiò quando lei sollevò il chiavistello della porta dietro alla quale giaceva Milon. La serva rischiarò con la lampada le tenebre della prigione dove regnava un odore infetto. Milon giaceva sul pavimento lurido e respirava appena. Baarla fu sconvolta alla vista del suo viso gonfio per le piaghe e insanguinato.

   «Dell’acqua!» gemette Milon vedendo l’anfora.

   Baarla lo aiutò a sollevare la testa, gli portò l’anfora alle labbra ed egli bevve a lunghe sorsate. Baarla trovò un po’ di paglia in un angolo e gliela distese sotto la testa, lavò il sangue dal suo viso, gli ridette da bere e gli inumidì la tunica nei punti in cui si era attaccata al sangue rappreso delle ferite. Come a un bimbo piccolo gli mise in bocca degli acini d’uva di un grosso grappolo che egli mangiò lentamente. Alla fine Milon trovò la forza per parlare e domandò con voce appena percettibile:

   «Chi ti ha mandato da me?»

   Baarla rispose dolcemente:

   «Io seguo i comandamenti di Cristo, così come mi ha insegnato mia madre.»

   Con gli occhi spalacati egli fissava la fiamma della lampada ad olio:

   «Ma il tuo Cristo è un dio degli schiavi?»

   «Un Dio di tutti gli uomini, anche degli schiavi. Mia madre mi ha insegnato che è morto per tutti gli uomini, affinché l’amore e la verità possano abitare sulla Terra.»

   Milon lasciò ricadere la testa sulla paglia e cercava le parole:

   «Se il Cristo è morto per la verità, allora sa che io sono innocente. Io non ho mai toccato l’anello di Pyrra, mai!»

   Chiuse gli occhi spossato. Baarla era sconcertata dalle sue parole, ma lei stessa aveva visto tutte le prove della sua colpevolezza. Mentiva ora a causa della sua debolezza, oppure era vittima di un errore? Ella asciugò le lacrime miste al sangue e al sudore che scendevano sul viso di Milon e sussurrò:

   «Dormi! I dolori passeranno. Io verrò a curarti e guarirai.»

   Si alzò dolcemente e scomparve con la sua lampada. Quando ella chiuse il chiavistello dall’esterno a Milon sembrò che  una calda luce fosse rimasta presso di lui nell’oscurità. Non sentiva quasi più le sue ferite. Perfino l’amarezza che provava nei confronti di Lesco, che – come ben immaginava – l’aveva fatto passare per un ladro in quel modo vergognoso, scomparve. Una pace e una calma profonda lo riempirono. Rivedeva gli occhi dolci di Baarla alla luce della lampada ad olio. Un mondo di sogni si stese sul suo dolore; sofferenza e ingiustizia scomparvero in un sonno profondo.

Capitolo ventiduesimo

AL  MERCATO  DEGLI  SCHIAVI

   Qualche giorno più tardi il guardiano dette l’ordine di preparare un carro. L’intendente doveva recarsi ad Alessandria per effettuare diversi acquisti e per vendere Milon. Quando Baarla lo seppe si recò subito alla porcilaia con del pane e una brocca d’acqua. La cella era vuota. Milon era seduto in un angolo della cucina degli schiavi, lavato e vestito di fresco. Gli avevano versato in un piatto la porzione di miglio del giorno. Nessuno gli rivolgeva la parola. Perfino il cuoco, che lo aveva sempre avuto in simpatia, lo punì mostrando tutto il suo disprezzo e gli riempì il piatto senza neanche guardarlo.

   Baarla ritornò lentamente alla villa. Era in preda ai dubbi. Si era spesso svegliata di notte, pensando all’anello e a Milon. Era forse innocente? Certo era del tutto cosciente quando le aveva detto: «Non ho mai toccato l’anello di Pyrra!»

   No, Milon non le aveva mentito, ne era certa. Bisognava parlarne a Pyrra? Ma chi dunque era il colpevole? Pyrra non l’aveva ancora chiamata per la toeletta mattutina e lei non aveva il diritto di svegliare la sua padrona per difendere uno schiavo. Si sentì il cigolio della carretta che si avanzava nel cortile. Baarla corse fuori. L’intendente sedeva davanti sul carro. Un servo caricò dei cesti di vimini vuoti, poi salì Milon con le mani legate. Uno schiavo con una corda lo legò stretto al carro per impedirgli la fuga durante il tragitto. Baarla avrebbe voluto urlare a tutti:

   «Lasciate Milon qui ancora un giorno! Dobbiamo cercare il vero colpevole! Lui è innocente!»

   Ma avrebbero riso di lei. All’improvviso un cesto cadde a terra e rotolò sul lastricato. Questo diede a Baarla l’occasione per precipitarsi e riportare il cesto nella carretta. Mentre la fissavano meglio, Baarla ebbe il tempo di sussurrare al prigioniero:

   «Sai chi ha rubato l’anello di Pyrra?»

   «Lesco!»

   Lei fece ancora in tempo a sussurrargli:

   «Addio! Io so che sei innocente. Pregherò per te!»

   Il carro si avviò e i loro sguardi si persero. Baarla, tornando alla villa, vide Lesco sulla terrazza. Immobile fissava l’arco del portone dietro al quale la carretta era sparita. Sul suo volto teso a un tratto comparve un sorriso, nel quale Baarla lesse trionfo e soddisfazione.

   «Sì, è stato lui», sospirò. Ma non poteva far tornare indietro il carro che avanzava verso Alessandria.

   Il mercato degli schiavi nella grande città si svolgeva ogni giorno e dal mare arrivavano molti mercanti. La grande piazza in cui si teneva era stata divisa in vari settori: uno per gli schiavi giovani e intelligenti capaci di assumere il compito di messaggeri o di fattorini, un altro per i lavoratori manuali, per i lavoratori dei campi e gli uomini di fatica, e infine un ultimo settore dove si vendevano a basso prezzo schiavi ribelli, ladri o criminali, che venivano utilizzati come rematori sulle galere o per tirare i battelli merci lungo il Nilo. Milon, che portava ancora i segni dei colpi di frusta sul corpo, fu portato in quest’ultimo settore. Si guardò intorno e notò presto che uno dei mercanti stava trattando il suo prezzo con l’intendente. Capì che si erano accordati quando vide alcuni pezzi d’argento cadere nelle mani dell’intendente, che andò per la sua strada senza una parola d’addio per Milon. Il mercante che lo aveva comprato gli si avvicinò e gli disse che era il suo nuovo padrone. Lo aveva già squadrato bene prima e ora si mise a tastare le sue ferite con una mano callosa:

   «Saranno presto guarite!»

   Lo sciolse dalle corde che ancora lo legavano e lo condusse verso due altri schiavi che aveva acquistato poco prima. Poi li incatenò tutti e tre alla stessa catena.

   «Avanti, verso il porto!» ordinò, e si misero in marcia. Uno degli schiavi, che si chiamava Rano, aveva a lungo lavorato ad Alessandria e conosceva la strada. Rivolgendosi ai suoi camerati disse a mezza voce:

   «Speriamo di non finire su una galera, altrimenti verremo legati alla panca e remeremo fino alla fine dei nostri giorni.»

   Quando arrivarono al porto il mercante li condusse verso una nave che portava il nome Roma.

   «Un veliero, non una galera!» sussurrò Rano allegro.

   «Ebbene ragazzi, diventeremo marinai.» aggiunse Pinaro, l’altro schiavo.

   Una volta a bordo furono liberati dalle loro catene. Il battello doveva lasciare Alessandria la mattina seguente e c’erano molte merci da portare a bordo, da accatastare e da legare perché non si rovesciassero durante la traversata. Rano, che rimaneva sempre vicino a Milon, mentre lavorava gli chiese:

   «Dalle cicatrici che hai dappertutto si vede che ti hanno frustato da poco. Hai cercato anche tu di scappare come ho fatto io?»

   «No, io sono stato accusato di furto e battuto ingiustamente.»

   Rano replicò con amarezza:

   «Non hai ancora imparato che uno schiavo è sempre colpevole e ha sempre torto?»

   Milon tacque e pensava tra sé e sé: “C’è qualcuno che conosce la verità!” Questo pensiero gli diede la forza di affrontare serenamente quello che lo aspettava. Da quando Baarla era venuta ogni notte a curarlo nella porcilaia qualcosa in lui era cambiato completamente. In tutti gli anni passati aveva spesso vissuto con la paura di ciò che di peggio gli sarebbe potuto succedere come schiavo. Questa paura adesso era sparita. Baarla gli aveva dato un po’ della forza del dio nascosto che era morto anche per gli schiavi. Baarla, quando si erano lasciati, non gli aveva forse sussurrato: «Io so che sei innocente»?

   Qualcuno sapeva la verità! La certezza che qualcuno conoscesse la sua verità lo rendeva felice, anche ora che stava di fronte a un futuro oscuro ed incerto.

   Tra un lavoro e l’altro venne a sapere da Rano che aveva voluto fuggire per tornare a Rodi, dove da bambino era stato rapito dai pirati insieme ai suoi genitori e alle sue sorelle. Da allora non aveva più saputo niente di loro. Con lui Milon poteva parlare greco, la lingua materna tanto amata.

   La notte scendeva sulla città e sul mare. Gli schiavi furono chiusi nella stiva della nave, per impedire loro di fuggire a terra durante la notte. Milon si sistemò tra i sacchi di merce. Il corpo stanco era sempre trafitto da dolori ai muscoli e alle ossa. Mentre ancora pensava nell’oscurità tra i compagni addormentati, gli venne in mente che la moneta d’argento dell’imperatore non gli aveva portato fortuna. Anche la medaglia di Atena era andata persa, dal momento che gli avevano preso la cintura. Ora la nave lo portava vicino a Roma. Forse sarebbe tornato nella città dove viveva l’imperatore, sulla cui immagine aveva dormito. Avrebbe avuto un giorno l’occasione di vederlo di persona?

Capitolo ventitreesimo

ARRIVO  A  ROMA

   A Milon e ai suoi due compagni fu presto chiaro che il resto dell’equipaggio era a bordo da tempo e che loro tre erano considerati estranei anche dagli altri schiavi della nave. Solo loro tre erano stati condotti a bordo ad Alessandria dopo essere stati comprati tra ladri e criminali. Ignoravano a cosa fossero destinati. Durante la traversata furono trattati come schiavi degli schiavi e gli assegnarono i lavori più vili. Dopo qualche giorno di viaggio si levò una tempesta e fu necessario ammainare tutte le vele. Grandi onde si abbattevano sul ponte. Ad un certo punto Milon stava quasi per esser scaraventato fuori bordo da una violenta ondata, ma all’ultimo istante qualcosa in lui gli permise di afferrare con forza una cima che lo salvò proprio quando il ponte della nave sotto di lui cominciava ad essere troppo scivoloso. Quando dopo molte ore la tempesta si placò e le vele tornarono a gonfiarsi al vento, raggi di sole apparvero tra le nuvole temporalesche che si dileguavano. “Una traversata in alto mare non è come la vita degli uomini?” pensava Milon osservando il gioco di ombre e luci tra le nuvole.

   Dopo parecchie settimane di navigazione il veliero approdò al porto di Augusto. Qui una volta egli aveva fatto una splendida figura su di un carro pagato con oro sonante. Una volta nella vita era stato un signore, aveva provato per poche ore cosa significa essere libero e rispettato.

   Arrivati al porto i tre schiavi di Alessandria furono attaccati ad una pesante catena. Stranamente non gli fu neppure permesso di aiutare a scaricare le merci. Il mercante, che era allo stesso tempo padrone della nave, era sceso a terra ed era tornato a bordo nel corso della giornata accompagnato da un mercante romano. Si fece portare i tre schiavi egiziani. Questi piacquero al mercante tanto per la loro età che per il loro aspetto. L’affare fu concluso ed essi vennero condotti a terra senza essere liberati dalle loro catene.

   Questo mercante comprava schiavi per la città di Roma e questa volta cercava ragazzi per i giochi nelle arene, in cui si svolgevano combattimenti tra uomini, o con animali feroci. Gli schiavi comprati per questo dovevano essere agili e forti. Poiché non importava che essi sopravvivessero, i più adatti erano gli schiavi criminali che erano i più temerari, i più astuti e che mostravano quella brutalità che veniva tanto apprezzata in quel genere di giochi. Milon e i suoi compagni furono rinchiusi in una cella non lontano dal circo, dove avrebbero trascorso una settimana aspettando l’inizio dei grandi giochi. Non sapevano ancora cosa li aspettava. La grande stanza nella quale c’erano già diversi prigionieri sdraiati su panche e tavolacci si apriva su un cortile esterno, dove di giorno ci si poteva riscaldare al sole. Il cibo era ricco ed abbondante, molto diverso da quello delle prigioni ordinarie. Volevano rinvigorire i loro ospiti, così che potessero combattere al pieno delle loro forze. Milon e i suoi camerati furono liberati dalle catene, come gli altri prigionieri. Giorno e notte, davanti alla grande porta in quercia, c’erano le guardie. Una volta uno dei prigionieri si avvicinò a Milon e gli chiese:

   «Hai ammazzato qualcuno, per finire in questo buco della morte?»

   Milon esclamò spaventato:

   «Buco della morte? Cosa vuoi dire?»

   «Vedi la porta con le sbarre laggiù? È l’entrata di un corridoio che porta direttamente nell’arena. Là possiamo essere lasciati una settimana ad ammazzarci tra di noi per il divertimento dei romani e chi sopravvive forse viene liberato.»

   Milon perse la parola. Si guardò intorno. Tutti sembravano sapere già quello che li aspettava. La paura si leggeva sulla maggior parte dei volti; altri mostravano la volontà feroce di lottare fino alla fine; altri ancora avevano una sorda espressione d’indifferenza, di stanchezza e di vuoto. Erano quasi tutti giovani forti e di alta statura, come servivano nei giochi dell’arena. Milon si sentì chiudere la gola al pensiero che la sua vita dura da schiavo dovesse avere una fine così terribile. Non c’era giustizia sulla terra?  Dunque non era governata solo da dei benevoli. O forse era vero quello che un vecchio schiavo egiziano gli aveva detto un giorno:

   «Gli dei si sono ritirati sulle stelle e sulla Terra non restano che i demoni. La Terra sta per essere precipitata nelle tenebre!»

   Milon andò a sedersi in disparte con la schiena appoggiata al muro e chiuse gli occhi. I pensieri si agitavano e combattevano in lui senza posa. All’improvviso sentì un mormorio di voci monotone. In una nicchia della sala a volta in cui si trovava e nella quale entrava appena un po’ di luce dalla porta che dava sul cortile vide un piccolo gruppo di circa cinque prigionieri, tra i quali c’era una donna. Un vecchio dai capelli e la barba bianchi era appoggiato contro il muro. Era lui che parlava a bassa voce. Attorno a lui quelli che lo ascoltavano tenevano le mani incrociate sul petto. Milon fu preso dalla curiosità. Si avvicinò pian piano, cercando di capire quello che dicevano. Non riusciva a distinguere quello che il vecchio mormorava, ma intese chiaramente le sue ultime parole:

   «In nomine Christi, amen!»

   Milon ascoltava attentamente. Aveva di fronte a sé dei cristiani? I cinque prigionieri notarono la sua presenza e si separarono, andando in direzione del cortile. Solo il vecchio restò nella nicchia. Milon pensava:

   «Sembra una famiglia: il nonno, i genitori e i loro due figli. Dai loro vestiti non hanno l’aria di essere degli schiavi.»

   Il vecchio era seduto su una panca di pietra contro il muro, con gli occhi chiusi. Milon esitava a rivolgergli la parola, non volendo disturbare il suo raccoglimento, perciò si diresse verso il cortile, nella speranza di poter parlare con uno degli altri quattro. Il cortile era chiuso da tutti i lati con alti muri. C’era qua e là qualche blocco di pietra per sedersi. Milon riconobbe subito la famiglia seduta al sole. Andò verso di loro e li salutò:

   «Salvete, in nomine Christi – Vi saluto in nome di Cristo!»

   Gli sconosciuti lo guardarono, sorpresi. Il padre si alzò, prese la mano di Milon e mormorò:

   «Sei nostro fratello in Cristo?»

   «Desidero esserlo», rispose Milon pensando a Baarla.

   Lo invitarono a sedersi vicino a lui e gli chiesero per quali vie e per quali motivi fosse giunto nelle prigioni del circo di Roma. Fu facile per Milon raccontare, perché i suoi interlocutori prendevano parte alle sue gioie, ai suoi dolori e ai suoi pensieri come non gli era ancora mai successo. La sua vita gli stava di fronte in immagini scena dopo scena. Gli sembrava che tutti gli avvenimenti, attraverso i giorni, i mesi e gli anni, fossero concatenati come se una mano invisibile lo avesse voluto condurre da quelle persone in quella prigione.

   Dopo che ebbe raccontato l’ultima drammatica esperienza fatta da Andarius tutti tacquero. I nuovi amici di Milon erano molto colpiti dalla sua vita da schiavo. Milon allora si fece coraggio e domandò per quali ragioni si trovassero lì, loro che erano cittadini romani. Il padre prese la parola:

   «Mi chiamo Marius, ecco qui Dina mia moglie e i miei figli, Filippo e Bartolomeo. Siamo una famiglia di costruttori Romani della stirpe di Vero. Mio padre, che è seduto laggiù sotto la volta, ha costruito parecchie belle ville sui colli romani ed era anche costruttore di opere pubbliche. All’epoca in cui costruiva il tempio di Giove una sera, quando gli operai erano già rientrati a casa loro, mio padre ritornò al cantiere per cercarvi uno strumento di misurazione di cui aveva bisogno. Scoprì là un gruppo di persone nascoste dietro ad un grosso blocco di marmo. Uno di loro cominciò a parlare con un calore ed un entusiasmo che mio padre non aveva ancora mai sentito. Lo chiamavano Paolo l’apostolo. Mio padre irritato voleva cacciare quella gente dal cantiere del tempio, ma quando si avvicinò e ascoltò, il potente discorso dello sconosciuto mise radici nel suo cuore. Inosservato si sedette su uno dei blocchi di pietra e ascoltò l’annuncio di un Cristo, figlio di Dio, che a questo Paolo era apparso come risuscitato presso la città di Damasco. Mio padre restò là fino al cadere della notte. Da molto tempo gli dei romani non avevano più posto nel suo cuore. Da quel giorno andò regolarmente a quelle riunioni. Ogni giorno il gruppo di cristiani, perseguitato da numerosi nemici nella città, si ritrovava in un luogo diverso. Ben presto mio padre divenne membro di questa comunità di cristiani e amico dell’apostolo Paolo. A casa nostra tolse tutte le immagini e le statuette degli dei romani e noi bambini crescemmo nella fede cristiana. Poi vennero gli anni in cui l’odio contro i cristiani divenne più violento. Una volta alla settimana, di notte, la comunità dei cristiani si riuniva in segreto a casa nostra. Questa aveva il vantaggio di avere parecchie porte d’accesso e si trovava in mezzo a un grande parco.

   Le persecuzioni divennero sempre più pesanti sotto l’attuale imperatore. Più volte la nostra vita fu minacciata. Molti fra i nostri fratelli e sorelle morirono come martiri. Abbiamo dovuto incontrarci sempre più spesso in grotte sotterranee, nelle catacombe.»

   Marius interruppe il racconto, come se un’immagine interiore gli impedisse di parlare. Milon domandò:

   «Le catacombe? Non sono delle tombe?»

   «Sì, lo sono. Sono cimiteri sotterranei con lunghi corridoi scavati nelle rocce, con cavità da un lato e dall’altro nelle quali si depongono i corpi dei defunti. I Romani hanno paura dei morti e vanno nelle catacombe solo per seppellirli. Altrimenti non ci vanno mai, figurati di notte. Noialtri cristiani non abbiamo paura dei morti, sappiamo che i loro corpi appartengono alla terra e che le loro anime seguono un altro cammino. Nel regno dei morti percepiscono la luce del Cristo risorto. Abbiamo scelto catacombe in cui i sepolcri erano occupati e murati. Abbiamo allargato il fondo del corridoio in modo da ricavare una cappella in cui teniamo le nostre riunioni. Mio padre aveva dipinto un affresco che rappresentava l’ultima cena di Cristo con i suoi discepoli. Così per lungo tempo abbiamo celebrato là i nostri culti alla luce delle lampade, nella pace, al di sotto dei rumori della città, finché non successe una disgrazia. Un senatore della città aveva sentito dire che mio padre faceva parte dei cristiani. Questo senatore conosceva la nostra villa col suo bel parco grande e la desiderava da tanto tempo. Una sera una delle sue guardie andò a riferirgli che la piccola comunità cristiana si radunava proprio in casa nostra e che questo succedeva solo nei giorni di festa. Fece subito venire dei soldati e li mandò da noi. Quando arrivarono la cerimonia fortunatamente era già terminata e i nostri amici erano tornati a casa loro. I soldati penetrarono nella casa, trovarono gli oggetti del culto e della Santa Cena e ci gettarono in prigione, così come gli era stato ordinato, accusati di essere odiosi cristiani. Non sappiamo cosa sarà di noi. Dei parenti stanno facendo il possibile per liberarci, ma fino ad oggi non abbiamo saputo più nulla.»

   Marius tacque. Era molto strano per Milon che un romano prima ricco e libero raccontasse la sua vita a uno schiavo come lui. Marius allora si rivolse a uno dei suoi figli:

   «Filippo, va a cercare il nonno, che si rallegri con noi per Milon!»

   Il vecchio Vero arrivò e salutò cordialmente Milon, che da quel momento sedette sempre accanto ai suoi nuovi amici, a cui si sentiva già intimamente legato e da cui non si separò più. Milon aveva l’impressione che solo ora, durante quei giorni di prigionia, egli potesse diventare a poco a poco uomo. Riguardo a molte domande egli ricevette insegnamenti e risposte. Soprattutto voleva sapere da Vero come stavano le cose con gli dei antichi e i loro templi, se fossero davvero esistiti e dove fossero ora. Vero rispose:

   «È una domanda intelligente, Milon. Proverò a risponderti meglio che posso.»

   Si sedettero sui blocchi di pietra che erano nel cortile, e Vero cominciò:

   «Tutti i popoli antichi hanno avuto i loro templi e le loro particolari rivelazioni. Ad ogni popolo Dio ha rivelato una piccola parte della sua infinita saggezza: ai persiani, agli egizi, ai greci, agli ebrei. Ma c’è una legge secondo la quale la verità nel volgere dei tempi e dei popoli appare sempre con abiti differenti. Questi abiti diversi sono le religioni dei grandi popoli. I persiani adoravano il Creatore dei Mondi come “Luce del Mondo” nel Sole e facevano sacrifici a lui su altari di fuoco. Gli egiziani lo chiamarono Osiride e sperarono di poter entrare nel suo regno dopo la morte. I greci sapevano di lui attraverso Apollo, l’araldo del Sole: quelli che loro chiamavano dei, noi cristiani li chiamiamo angeli. Tutte queste antiche religioni erano come messaggeri del Cristo che stava avvicinandosi all’umanità. Egli nel momento del Battesimo nel Giordano è penetrato nel corpo dell’uomo Gesù e ha vissuto sulla terra in mezzo agli uomini. È un prodigio talmente grande e misterioso il fatto che il Creatore dei mondi sia sceso sulla terra come Figlio di Dio, che l’umanità oggi e ancora per lungo tempo può appena comprenderlo. Anche l’apostolo Paolo, quando ancora si chiamava Saulo il pagano, non voleva crederci. All’inizio ha perseguitato i cristiani in ogni modo possibile. Siccome però aveva in sé il senso della verità, il Cristo molto tempo dopo la sua morte terrena gli si è rivelato come il Risorto. Gli è apparso davanti alla città di Damasco come un lampo dal cielo, faccia a faccia, e gli ha detto: Saulo, perché mi perseguiti? Questa testimonianza ho sentito raccontare sempre di nuovo da colui che una volta si chiamava Saulo, che arrivò a Roma come apostolo Paolo. Ad ogni uomo che incontrava egli raccontava tutto questo e infondeva coraggio.»

   Vero tacque e tutti restarono in silenzio, ripensando alle sue parole.

   Milon cominciò a presentire in ciò che aveva detto il vecchio che in Palestina con il Cristo era successo qualcosa di straordinario: sulla Terra un nuovo regno dell’amore voleva nascere. E sentiva ogni giorno di più quanto questo amore per gli uomini avesse messo radici nel cuore dei suoi nuovi amici. La sera, quando tutti i prigionieri erano coricati sulla paglia o sulle panche di pietra, gli amici cristiani ad un segno andavano in silenzio a tastoni fuori in cortile. Là si prendevano per mano, formavano un cerchio e pregavano insieme sottovoce ripetendo quello che diceva il vecchio padre. Milon pensava:

   «Se Baarla potesse essere qui con noi! Tutta la sua anima desiderava incontrare dei cristiani come sua madre. Ma l’Egitto è lontano e la morte nell’arena vicina.»

   Il vecchio terminava sempre la preghiera della sera con queste parole:

   «Se noi moriamo in Cristo, vivremo nella luce. Cristo in noi!»

   Poi se ne tornavano nell’oscurità notturna del carcere. Di tanto in tanto un prigioniero aveva un incubo e gemeva. Milon non poteva dormire. Tendeva l’orecchio nell’oscurità e a volte sentiva il rumore delle ruote di un carro che passava. Ma cosa c’era ora? Gli sembrò all’improvviso di udire dei deboli mugolii di belve. Ascoltando meglio sentì che quei versi inquietanti venivano dal corridoio che portava all’arena; si sentivano attutiti attraverso i muri spessi della prigione. Non si riusciva a capire di quali animali si trattasse. Uno dei prigionieri gli aveva raccontato che le belve selvagge, le pantere, i leopardi, nei giorni che precedevano i giochi venivano nutriti poco, così che fossero molto più feroci con le loro prede nell’arena. I grandi giochi sarebbero cominciati fra tre giorni. Milon ascoltava nelle tenebre. Un brivido di terrore lo percorse. L’istante dopo sentì di nuovo il calore fluire dalle mani fino al cuore, come gli era successo poco prima nel cortile con i suoi amici, e le parole del vecchio risuonarono in lui: «Se noi moriamo in Cristo, vivremo nella luce…» I rumori sordi sparirono insieme allo stridio dei carri e ai lamenti dei prigionieri.

Capitolo ventiquattresimo

I  GRANDI  GIOCHI

   I giorni successivi sembravano ai prigionieri sempre più lunghi e l’incertezza degli avvenimenti che si avvicinavano dilatava il tempo. Al di là delle mura del cortile si udivano rumori sempre più forti di carri e di uomini affaccendati. L’animazione e l’eccitazione sembravano amplificarsi all’esterno. Quando nel giorno dei giochi, la mattina presto, il guardiano dei prigionieri portò loro il pasto, molti non lo toccarono neanche e rimasero rannicchiati sulle loro panche. All’improvviso la porta si aprì. Il guardiano entrò insieme al direttore dei giochi del circo e da qualche uomo armato. Squadrò i prigionieri per sceglierli, prese una tavoletta di cera, indicò Pinaro, Rano, Milon e Filippo e disse:

   «Questi quattro sono giovani e forti, portateli alle gabbie di dietro.»

   La guardia disse:

   «Perdonatemi, signore, ma quello è Filippo Vero, discendente di una celebre famiglia romana la cui sorte non è ancora stata decisa. Non posso ancora darvelo.»

   Il direttore del Circo rispose:

   «Ah sì? Bene, per le gabbie ne bastano anche tre.»

   Milon vide che doveva separarsi dai suoi amici, così li salutò. Essi gli sussurrarono parole di coraggio. Il vecchio padre sospirò:

   «Ah, Milon, se potessi andare a morire per te, lo farei molto volentieri!»

   Gli uomini armati condussero Milon e i suoi compagni di nave in un corridoio lungo e scuro, dove un debole riflesso di luce penetrava attraverso qualche stretta apertura nel muro. Li portarono in una specie di stanza da bagno. Era importante che fossero presentabili per il pubblico romano. Dopo il bagno li unsero con olio e gli rasarono accuratamente la barba. Poi gli diedero un panno bianco pulito che si misero attorno alle reni al posto dei loro stracci laceri. Strano, venir preparato per una morte così orribile sembrava a Milon quasi una festa. All’esterno si sentiva rumoreggiare la folla che aveva cominciato ad affluire nell’arena fino dalla mattina. In un locale attiguo al bagno indicarono ai tre prigionieri una panca. Quando si furono seduti li legarono con una catena di ferro fissata a degli anelli che gli avevano messo alle caviglie. Una guardia diede loro un’anfora di vino e del pane e disse:

   «Brindate alla forza e al coraggio, così le vostre gambe diventeranno agili quando dovrete correre per salvare la vita.»

   Mentre si passavano l’anfora Pinaro disse:

   «Ci faranno fare una gara di corsa. Forse non è così terribile quello che ci aspetta.»

   «Forse ci useranno per accudire i cavalli nelle corse dei carri, visto che ci hanno lavato e vestito così», aggiunse Rano.

   Nei locali vicino al bagno c’era un via vai continuo. Agili schermidori e lottatori dalle grandi gambe muscolose erano entrati; acrobati esercitavano incredibili salti. Pugili si esercitavano muovendosi in cerchio senza sprecare i loro colpi in aria. Quando dopo un po’ il guardiano portò un’altra anfora di vino Pinaro gli domandò:

   «Cosa dovremo fare là fuori nel circo?»

   La guardia sghignazzò:

   «Dovete correre, correre molto veloci!»

   I tre ne sapevano quanto prima. Milon si accorse che solo lui e i suoi due compagni erano incatenati. Gli schermidori, gli atleti e i pugili che avevano l’onore di presentarsi ai giochi erano tutti personaggi celebri. Milon si aspettava il peggio:

   «Accada quel che accada, io sono pronto a lottare per la vita o per la morte.»

   Il rumore dell’arena andava aumentando. All’improvviso si sentì il suono assordante delle trombe seguito da un’ondata di acclamazioni:

   «L’imperatore sta entrando nella tribuna», mormorò il guardiano incaricato di sorvegliare i tre prigionieri.

   Da quel momento in poi dall’arena venne un clamore come se un paiolo pieno d’acqua bollisse sul fuoco e di tanto in tanto sfrigolasse e fischiasse per il liquido che ne esce. La guardia si era arrampicata sulla panca dei detenuti e attraverso un buco nel muro poteva seguire parte di ciò che accadeva.

   Poteva essere trascorsa un’ora quando apparve un servitore del circo con l’ordine che i tre prigionieri venissero immediatamente condotti di sopra. Furono liberati alla svelta dalle loro catene. Poi il servitore, seguito dai tre giovani e dalla guardia, andò verso una porta che si apriva sull’arena. Il direttore del Circo con la frusta in mano urlava ordini con grande agitazione, affinché un’attrazione seguisse l’altra senza sosta. Quando vide gli schiavi disse loro:

   «Voi dovete combattere con le bestie feroci. Se siete abbastanza agili e furbi da non farvi divorare, o se riuscite a strangolare uno degli animali, vi sarete conquistati la libertà.»

   Diede un colpo di frusta alla porta che si aprì cigolando e gridò con grande agitazione:

   «Andate dentro, salutate l’imperatore e il popolo romano con le braccia al cielo, così che vi siano favorevoli.»

   I tre ragazzi si precipitarono nell’immensa arena levando le braccia come gli era stato raccomandato e s’inchinarono in direzione dell’imperatore. Milon girò lo sguardo su quella incredibile folla di persone che non faceva caso al saluto degli schiavi. Si sentiva così piccolo e smarrito quanto un granello di sabbia nel deserto. Chiuse gli occhi e ripeté interiormente le parole che il vecchio Vero gli aveva insegnato. I suoi due compagni si erano messi in luoghi diversi, spiando quale delle porte dei domatori di animali stava per aprirsi. Ad un tratto echeggiò un ruggito. Milon aprì gli occhi e vide due leoni entrare nell’arena attraverso una botola. Rimasero per un attimo immobili, abbagliati dalla luce, poi si guardarono intorno. Milon allora vide Pinaro e Rano correre a tutta velocità dall’altro lato dell’arena, mentre i leoni attratti dalla loro corsa si lanciavano sui fuggitivi. La folla urlava selvaggiamente mentre le belve si avvicinavano alle loro prede. Milon vide con terrore Pinaro cadere sotto una zampata di uno dei leoni, rotolare sulla sabbia, poi rialzarsi insanguinato e riprendere a correre nella direzione opposta. Egli stesso era rimasto immobile e aveva perso di vista Pinaro, perché ora Rano cercava di sfuggire alla morte, correndo verso di lui a zigzag e cambiando di continuo direzione. Voleva cercare aiuto presso di lui? Milon decise di attaccare il leone e di provare a saltargli in groppa per strangolarlo. Il coraggio della morte lo infiammava a tal punto da spingerlo a correre incontro a Rano. Il leone, che aveva ormai quasi raggiunto il fuggitivo, stava per spiccare un balzo, quando vide Milon pronto ad attaccare. Il leone si fermò, guardando attentamente il giovane che si avvicinava. Milon misurava i passi e si avvicinava alla belva con gli occhi negli occhi. Dalla parte opposta dell’arena la folla si mise ad urlare: l’altro leone stava sbranando Pinaro, che non aveva più la forza di reagire.

   Quando Milon, passo dopo passo, si fu coraggiosamente avvicinato al leone che si rannicchiava per spiccare un balzo, la folla ammutolì e nell’arena la tensione lasciò tutti senza fiato. Tutto ad un tratto Milon chiamò il leone come aveva fatto una volta nel boschetto di olivi. Nello stesso momento la belva che stava per saltare alzò la testa, si mise a fiutare l’aria e si alzò emettendo una specie di miagolio rauco. Poi si mise a scodinzolare e s’avvicinò a Milon a piccoli salti, come per salutarlo. Milon fu attraversato da un pensiero:

“ È il mio leone, quello a cui ho tolto la spina!”

   Spalancò le braccia, le cinse intorno alla criniera del suo vecchio amico e lo accarezzò, mentre per la passata tensione lacrime di gioia bagnavano la pelliccia del leone.

   I romani di fronte a questo spettacolo inconsueto rimasero per un attimo come paralizzati. Non si era mai visto niente del genere da quando a Roma esisteva l’arena. Poi scoppiò uno scroscio di applausi, acclamazioni, grida di ammirazione. E quando il leone si accucciò a terra e Milon  si chinò premendo la testa contro il muso del leone, la tempesta di applausi si trasformò in una unanime acclamazione:

   «Vivat! Vivat! Deve vivere! Deve vivere!»

   Tutti gli occhi si girarono verso l’imperatore. Questi alzò la mano destra con il pollice in aria. Questo significava: Grazia! Liberazione! Venne gettata una corda dalla tribuna giù nell’arena e chiamarono Milon invitandolo a salire verso la libertà. Accadde allora qualcosa d’inaspettato. Dalla parte opposta dell’arena arrivò a grandi balzi l’altro leone con il petto sporco di sangue, che voleva un’altra vittima. Si diresse verso Milon, che si era alzato e stava riflettendo se lasciare il suo amico per arrampicarsi sulla corda che gli era stata lanciata. Ma il leone di Milon aveva visto l’aggressore. Lanciò un ruggito sordo e gli si scagliò contro per difendere il suo amico. L’arena esplose di nuovo per l’entusiasmo. Era inaudito: un leone proteggeva un uomo! Alcuni spettatori gridarono:

   «Questo schiavo deve essere un grande mago per avere un simile potere sulle belve!»

   L’imperatore ordinò che gli fosse portato immediatamente lo strano domatore.

   Il leone di Milon aveva respinto l’aggressore che si era ritirato mugolando. Il direttore del circo faceva grandi gesti a Milon:

   «Vieni, esci dall’arena!»

   Milon ci teneva a condurre il suo leone con lui. Vide Rano schiacciato contro al muro e morto di paura. Milon gli fece segno:

   «Vieni con me!»

   Teneva con una mano la criniera del leone conducendolo verso l’uscita, con l’altra salutava il popolo romano. Attraversò il portone dell’arena seguito da Rano mentre la folla continuava ad acclamarlo. Prima di rientrare ci fu una piccola discussione con una delle guardie, che diceva che il leone doveva rimanere nell’arena. Milon, incoraggiato dagli applausi della folla, ordinò che gli portassero una catena, con un tono di comando che non avrebbe mai immaginato di poter avere. Gli diedero subito una catena e la museruola che il leone aveva portato prima di entrare nell’arena. Il direttore del Circo nel frattempo si era precipitato da lui con l’ordine di presentarsi immediatamente al cospetto dell’imperatore. Milon disse:

   «Lasciate che porti con me il leone.»

   Il direttore, di buon umore per il gran successo, concesse all’eroe del giorno quel che chiedeva. Le rappresentazioni erano state interrotte da una lunga pausa. Venne data a Milon una veste pulita perché potesse comparire davanti all’imperatore vestito in modo adeguato e fecero segno a Rano di seguirli. Il direttore del Circo camminava orgoglioso davanti a tutti, guidando il cammino. Milon fu accompagnato alla loggia dell’imperatore per un cammino particolare, accompagnato da guardie che sorvegliavano il leone da vicino e lo pungolavano ai fianchi. Videro con stupore che il leone vicino allo schiavo si comportava come un cane fedele. Quando lo strano gruppo arrivò vicino alla loggia imperiale, il direttore del circo fece annunciare la venuta del domatore di leoni. L’imperatore fece un segno:

   «Che venga al mio cospetto.»

   Incuriosite – alcune dame erano anche spaventate – le persone della corte osservavano i nuovi venuti. Milon si gettò ai piedi dell’imperatore sui gradini di marmo; nelle mani teneva stretta la catena del leone. L’imperatore gli domandò:

   «Dove hai imparato a domare le belve? Lo fai con lo sguardo, o con formule magiche?»

   Milon, che si era rialzato, rispose con franchezza:

   «Grande imperatore, non ho mai imparato a domare le belve. Questo leone è mio amico. L’ho conosciuto in Egitto, quando ero pastore di pecore.»

   Raccontò in breve quello che era successo sotto gli olivi, quando aveva tolto la spina dalla zampa del leone. L’imperatore e il suo seguito lo ascoltavano con attenzione. Quando ebbe terminato l’imperatore gli chiese:

   «Come mai ti hanno mandato qui nell’arena? Cosa hai fatto di male?»

   Milon allora raccontò le disavventure che aveva passato presso la casa del generale Andarius. Quando ebbe finito di parlare l’impera-tore disse:

   «Tu eri dunque da Andarius, uno dei miei compagni di battaglia di quando ero giovane? Le vie degli dei sono spesso notevoli e meravigliose. Sembra che essi scelgano i loro eletti anche tra gli schiavi…»

   Lo sguardo dell’imperatore si posò un momento su Milon e sul leone che si strusciava contro di lui. Una dolce commozione toccò la sua dura anima. Egli domandò:

   «Se hai dei desideri dimmeli. Gli dei ti riservano il favore del momento.»

   Milon, tremando di gioia rispose:

   «Grande imperatore, posso tornare in Egitto da uomo libero e ridare al leone la sua libertà?»

   L’imperatore sorrise:

   « È umile il tuo desiderio, che esso ti sia accordato! È tutto?»

   Un pensiero attraversò Milon: “Ho chiesto la libertà del leone, mentre i miei amici languono in fondo al carcere.” Allora balbettò:

   «Signore, il sole della tua grazia mi confonde! Posso portare con me in Egitto i miei amici romani, la famiglia dell’architetto Vero, che erano con me in prigione, ed anche il mio amico Rano che è qui?»

   L’imperatore scambiò qualche parola col suo consigliere e rispose:

   «E sia! Che ti seguano in Egitto! Porta questo anello al mio vecchio amico, il generale Andarius, come segno del mio favore e della tua buona fortuna!»

   Con queste parole l’imperatore si tolse uno degli anelli d’oro che adornavano la sua mano e lo diede a Milon. Tutta la corte applaudì quando Milon si congedò e il corteo con il leone lasciò la tribuna imperiale. Dopo che il direttore del circo ebbe dato i suoi ordini al guardiano dei prigionieri per la famiglia Vero, suonarono i corni annunciando la continuazione dei giochi.

Capitolo venticinquesimo

IN LIBERTÀ

   Nel pomeriggio, prima della fine dei giochi, si vide un insolito gruppo lasciare l’arena: erano Milon e i suoi amici. Rano teneva la catena del leone che il direttore del Circo di buon umore aveva dato a Milon. Dietro a Milon, che teneva la mano nella criniera del leone, venivano i suoi amici romani, che solo ora che camminavano indisturbati per le strade della città credevano davvero alla loro liberazione. Il vecchio Vero propose allora:

   «Raggiungiamo la tenuta di un mio amico che abita fuori città. Passeremo da lui i prossimi giorni e potremo organizzare il nostro viaggio.»

   Milon portava con sé uno scritto con la firma e il sigillo dell’impe-ratore. Era un lasciapassare per raggiungere l’Egitto su una nave della flotta imperiale. Gli avevano dato anche una borsa con molto denaro per il viaggio. La loro fortuna era quasi completa, tanto più che Vero aveva sentito dire che in Egitto c’erano molti cristiani che godevano di una libertà maggiore che a Roma. Milon aveva nascosto l’anello dell’imperatore nella cintura. Era straordinario vedere come il leone seguisse docilmente il corteo. Milon aveva ottenuto che fosse nutrito nell’arena prima della loro partenza. Ovunque passasse il corteo il leone attirava l’attenzione. Molti bambini e una quantità di persone li seguivano a rispettosa distanza. Quando Milon arrivò all’arco di trionfo dell’imperatore Augusto che si stendeva in tre arcate sulla strada, si sarebbe potuto credere che fosse un generale che ritornava vittorioso con le sue truppe. Solo alle porte di Roma la folla si fermò. Il sole tramontava e il corteo proseguì fino alla proprietà dell’amico di Vero, che faceva parte della comunità segreta dei cristiani a Roma. Fu un incontro pieno di gioia, perché avevano creduto che Vero e i suoi fossero morti. Rimasero a parlare fino a notte fonda, profondamente riconoscenti per la provvidenza divina che aveva guidato le loro vite fino a farli rincontrare.

   Furono benefiche giornate di riposo quelle che gli ex prigionieri dell’arena passarono fuori dalle porte di Roma, durante le quali ritrovarono le forze.

   Una sera Bartolomeo e Filippo, i due fratelli, tornarono in città. Il loro nonno li aveva pregati di andare a dissotterrare un prezioso tesoro nel giardino della loro vecchia villa. Presso una fontana di pietra aveva nascosto una cassetta di denaro come riserva in caso di guerra o di carestia. Vero aveva descritto con esattezza sotto quale lastra si trovava la cassetta nella quale c’era una grossa somma in monete d’oro e d’argento. Poiché le porte di Roma la sera venivano chiuse, Bartolomeo e Filippo dovettero passare il resto della notte in città. Speravano di trovare da dormire da amici. La luna splendeva debolmente, favorendo la loro impresa.

   I due giovani furono presi dal risentimento all’idea di dover penetrare nella proprietà paterna scavalcando il muro del giardino come dei ladri. Dalla villa veniva il rumore di gente che faceva baldoria e che cantava. Il senatore che si era impossessato della villa faceva festa con i suoi amici. I due fratelli si misero al lavoro in silenzio. Con una corta spada liberarono la lastra e la sollevarono: la cassetta era là.

   Misero il pesante contenitore in un sacco che avevano portato con loro e ritornarono sui loro passi. Filippo disse allora a Bartolomeo:

   «Se fossimo solo romani, entreremmo nella villa per uccidere il senatore coi nostri pugnali. Ma ai cristiani la vendetta è vietata!»

   L’indomani il nonno fu felice di vedere ritornare i due coraggiosi nipoti con le ricchezze che avrebbero consentito loro di stabilirsi dignitosamente nelle terre egiziane. Il vecchio non pensò neppure un istante di ritornare a fare la sua vecchia vita nella città di Roma. Il destino si era pronunciato mostrando loro il cammino verso l’Egitto. Perciò una settimana più tardi i viaggiatori, provvisti di tutto il necessario per il lungo viaggio verso Alessandria, si congedarono.

   Quando la costa egiziana apparve nel blu del mare Milon e i suoi amici erano sul ponte della nave. Tutti gli occhi scrutarono la lunga striscia di terra che, come un delicato bracciale, mostrava loro nella bruma azzurrognola il luogo in cui un destino sconosciuto li attendeva. Cosa li attendeva? Milon era pieno di domande:

   «L’anello dell’imperatore basterà ad appianare le cose con Andarius? La verità potrà essere rivelata alla luce del sole? Come sarà l’incontro con Lesco? Baarla si rallegrerà per il mio ritorno, così come io sono contento di rivederla? Devo lavorare presso Andarius come liberto? E il leone potrà riabituarsi alla vita selvatica nella steppa dopo una cattività così lunga? Oppure dovrò tenerlo con me e addomesticarlo?»

   Si avvicinavano alla costa. Un pensiero gli venne in mente: se Vero aveva costruito a Roma un tempio dedicato a Giove, non avrebbe potuto ad Alessandria costruirne uno per il Cristo? Vero sembrava pensare la stessa cosa, perché disse a Milon:

   «Mi piacerebbe poter costruire ancora qualche cosa di bello nella nostra nuova patria. I miei figli vogliono aiutarmi. Sei anche tu dei nostri?»

   Milon rispose esitando un poco:

   «Non so ancora bene quello che farò in Egitto. Ma che tu voglia tornare a costruire insieme ai tuoi figli, Vero, mi riempie di gioia. Forse potrei chiedere consiglio per voi al generale Andarius, perché è molto conosciuto dalla nobiltà romana e dal governatore d’Alessandria. Se c’è una cosa per la quale mi piacerebbe aiutare, è la costruzione di un tempio per le persone che si ritrovano ad Alessandria nel nome di Cristo.»

   Vero sorpreso fece un passo indietro:

   «Milon, tu hai letto i miei pensieri e il mio desiderio più profondo! Da quando siamo stati gettati in prigione mi sono spesso domandato che forma dovrebbe avere un tempio cristiano. Quando di notte ero sdraiato sulla mia panca di pietra senza riuscire a dormire lo costruivo col pensiero e lo sognavo. Il nuovo tempio non può ergersi nel paesaggio su imponenti colonne. Esso deve condurre gli uomini nel silenzio della loro interiorità, dove i sacramenti e le preghiere possano avvicinare a loro il Cristo. Quello che era per noi il piccolo spazio sacro delle catacombe deve ora essere sollevato sulla terra ed edificato. L’antico altare su cui scorreva il sangue dei sacrifici deve diventare la tavola del Signore.»

   Vero tacque. I suoi occhi volti verso le rive dell’Egitto brillavano pieni di speranza.

   Ogni volta che una grande nave approdava ad Alessandria una folla di curiosi si radunava per assistere allo sbarco. Quel giorno Milon e il suo leone furono i principali oggetti di attrazione. Capitava spesso che dei leoni in gabbia fossero trasportati a Roma; ma non si era mai visto un leone tornare da Roma con una semplice catena al collo. E quando il leone si incamminò tranquillo sulla passerella con i passeggeri, si levarono esclamazioni di sorpresa. Appena misero piede a terra i viaggiatori furono circondati da mercanti e da conduttori di carri che offrivano i loro servizi. Milon e i suoi non si lasciarono distrarre. Milon aveva affidato il leone a Rano, che si era dimostrato un bravo domatore. Nessuno osava avvicinarsi alla belva, nonostante avesse la museruola. Milon accompagnò i suoi amici in una locanda che si trovava presso il tempio di Nettuno, non lontano dal porto, e li pregò di attendere là qualche giorno, approfittando per visitare la città, fino a quando egli avesse portato l’anello ad Andarius e capito in che direzione si sarebbero svolti gli avvenimenti. Poi fece cenno al conducente di un veloce carro e vi prese posto con Rano e il leone, per attraversare al pari di nobili romani la città nella quale qualche mese prima avevano trascinato le loro catene di schiavi.