Parolacce e sapone

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Vengo a sapere da amici che in alcune scuole, nel tentativo di insegnare ai bambini a non dire parole volgari, li si è mandati in bagno a lavarsi la bocca con il sapone.

E’ mia consuetudine non giudicare le persone, ma procedere con metodo cercando di

 1) ricostruire i fatti con precisione;

2) osservare che cosa viveva nell’animo delle persone coinvolte nell’episodio;

3) andare alla ricerca delle motivazioni che hanno spinto l’adulto ad agire come ha fatto;

4) immaginare altri possibili interventi che avrebbero consentito ai bambini di fare un’esperienza diversa e più costruttiva di quella che hanno vissuto.

Cerco perciò anche in questo caso di procedere con metodo per giungere ad una corretta valutazione di quanto mi è stato riferito e provare a immaginare una diversa proposta di intervento.

Si può riconoscere un pensiero pedagogico dietro alla richiesta fatta ai bambini di lavarsi la bocca col sapone? Cosa si aspettavano di ottenere gli insegnanti considerando la parola volgare che esce dalla bocca del bambino alla stregua dello sporco del corpo? E’ questo un paragone possibile e sensato? O forse la similitudine che hanno posto a fondamento del loro intervento è inappropriata?

Noi ci laviamo col sapone quando ci siamo sporcati. Lo sporco si accumula sul mio corpo per il semplice fatto che io vivo e agisco nel mondo. Lo allontano da me quando è troppo per potere continuare ad agire senza che esso diventi un impedimento, ad esempio prima di mangiare, per fare un disegno su un foglio bianco, per fare un massaggio a qualcuno o anche solo per eliminare il cattivo odore. Lo sporco, per quanto possa risultare indesiderabile, è una normale conseguenza del fatto che ho vissuto e ho svolto una qualche attività. Io dunque non mi lavo per non svolgere più le attività che hanno portato all’accumulo dello sporco, ma per continuare a svolgerle senza essere disturbato dallo sporco stesso. Il simbolico lavaggio della bocca invece dovrebbe avere lo scopo di non pronunciare più le parole che – secondo l’immagine dell’adulto – mi avrebbero «sporcato». Tale intervento si fonda perciò su una similitudine che ad un esame più attento non è del tutto corretta e di conseguenza non può portare ad alcun risultato positivo. Anzi: lavarsi la bocca con il sapone non è piacevole e dobbiamo domandarci seriamente che senso ha infliggere al bambino questa piccola sofferenza, che per lui potrebbe essere (secondo il carattere e il temperamento) anche una umiliazione. Abbiamo così la possibilità di guardare meglio quello che ci ha spinto ad agire così e scoprire qualcosa su noi stessi, anche se questo potrebbe non risultare molto piacevole.

Un passo ulteriore consiste nell’immaginare un intervento più adeguato.

L’uso di parole volgari ha senza dubbio l’effetto di «sporcare» il nostro linguaggio ed è comprensibile che gli educatori vogliano insegnare ai bambini una lingua «pulita». A questo scopo è bene considerare le parole tenendo presente l’effetto che hanno nelle relazioni umane. Sul linguaggio si fondano i nostri rapporti sociali, grazie ad esso abbiamo la possibilità di vivere in armonia con gli altri, ma anche di esercitare su di essi potere e sopraffazione*. Le parole perciò vanno studiate in rapporto a ciò che producono nella relazione tra persone che comunicano. Per questo se da un lato si può cercare di capire perché il bambino usi parolacce, d’altro lato per aiutarlo può essere sufficiente considerare che l’uso che facciamo del linguaggio avvicina o respinge altre persone. Se uso un linguaggio volgare attirerò persone volgari, se uso un linguaggio pulito e ricco di sfumature attirerò persone pulite e ricche.  Questa elementare verità  si può presentare nei modi più diversi a seconda dell’età dei bambini: con i più piccoli attraverso una storia, o facendo succedere qualcosa che sia la conseguenza dell’uso delle parolacce («E’ scomparso il tuo orso di pezza, forse non gli piacevano le parole che dici negli ultimi giorni e si è allontanato aspettando che tu smetta»). Oppure se ne può parlare in modo aperto e franco ai più grandi, facendo loro presente che la volgarità richiama la volgarità, mentre un linguaggio pulito attira a sé pulizia e ricchezza. La fantasia dell’educatore che ha compreso i pensieri qui esposti potrà trovare i mezzi più adatti alla situazione in cui si trova.

Per concludere: la vita è una grande maestra e per educare i bambini e aiutarli a crescere sani e forti non abbiamo bisogno di inventare paragoni artificiosi. Bisogna imparare a guardarsi dentro e osservare ciò che abbiamo di fronte senza darne interpretazioni personali. Scopriremo allora che la soluzione di tante difficoltà si trova imparando a leggere correttamente il rapporto che c’è tra il nostro mondo interiore e quello degli altri.

 * Il secolo scorso ha dato alla luce molti studiosi dell’uso del linguaggio come Paul Watzlawick, Viktor Frankl, Carl Rogers, Marshall Rosenberg, solo per citarne alcuni tra i più importanti.

  1 comment for “Parolacce e sapone

  1. Silvia Rubes
    23 Gennaio 2017 at 13:52

    Grazie Fabio, parlo per me: cambiare le nostre reazioni automatiche non è affatto semplice, far diventare “automatiche” nuove attitudini positive non è affatto scontato, è anzi un lavoro. Essere vigili nel presente senza arrendersi con disinvoltura alle cattive abitudini apprese per puro spirito di imitazione o per stanchezza o per fiducia cieca mal riposta, non è una questione da poco. Io sbaglio continuamente e spesso per pigrizia continuo a sbagliare. Sono così abituata a vivere in stati di emozioni negative che la lotta per “vedere la luce” a volte si presenta sottoforma di impresa eroica, vale a dire come una cosa assai difficile. Il tuo invito a riflettere e ad utilizzare il pensiero per comprendere esattamente cosa fare è sempre un graditissimo invito che colgo con piacere e che risveglia il desiderio di avere un’attitudine alla vita positiva e che ogni volta mi rimane come una gradevole sensazione di completezza.
    Un abbraccio.

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