Tra passato e futuro

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TRA PASSATO E FUTURO

(Articolo apparso sulla rivista ARTEMEDICA n. 49 inverno 2018)

 

Nell’articolo apparso sull’ultimo numero di questa rivista abbiamo mostrato come sia necessario trovare il tempo per dedicarsi alla preparazione del nostro incontro con i bambini, se vogliamo che i momenti passati con loro abbiano realmente un valore pedagogico. In questo articolo cominceremo a considerare come impiegare il tempo che riusciamo a ritagliarci a tale scopo. Chiunque abbia buona volontà può sperimentare quanto proponiamo; per cominciare bastano anche solo pochi minuti al giorno.

Sono tre le cose che possiamo imparare a fare in questo tempo: rivolgere lo sguardo al passato, immaginare il futuro e sviluppare una visione dell’essere umano che possa esserci di guida nell’educazione dell’infanzia. Consideriamo anzitutto come rivolgere lo sguardo al passato per ricordare dei momenti di difficoltà sperimentati con i bambini. Solitamente, quando ripensiamo a quello che abbiamo fatto con loro, se li abbiamo trattati con durezza, abbiamo perso la pazienza o ci siamo innervositi, troviamo sempre delle giustificazioni per il nostro comportamento, a differenza di quanto facciamo quando consideriamo le azioni degli altri. Dobbiamo invece imparare ad osservare le nostre esperienze con distacco, con lo stesso spirito critico che esercitiamo quando consideriamo quello che fanno gli altri. Per farlo possiamo procedere così: 1) Anzitutto scegliamo tra i nostri ricordi un momento particolare in cui abbiamo avuto qualche difficoltà con i nostri bambini. È di fondamentale importanza scegliere un avvenimento preciso, delimitato nello spazio e nel tempo, e non formulare pensieri generici, come ad esempio: «Mio figlio la sera non vuole lavarsi i denti». 2) Ricostruiamo poi i fatti così come si sono svolti in quella determinata circostanza, mettendo a fuoco il momento in cui ha avuto inizio la situazione che si è rivelata difficile e quello in cui è terminata l’interazione che ha generato il conflitto, e li rivediamo come in un film di cui siamo spettatori. Si tratta qui di sviluppare un pensare immaginativo, capace di seguire gli eventi esteriori senza fare considerazioni o commenti su quanto è successo, né tantomeno cercare di spiegare o interpretare i comportamenti delle persone coinvolte. 3) Quando abbiamo ricostruito a sufficienza la scena, rivedendo quanto è stato detto e fatto, passiamo a ricostruire quanto vissuto interiormente dai presenti, imparando a distinguere tra fatti interiori (gli stati d’animo) e i fatti esteriori. In questo modo a poco a poco riusciamo a tenere separato ciò che è percepibile ai sensi e che ricordiamo in immagini da ciò che può solo essere sentito col cuore[1]. 4) Bisogna infine domandarsi quali sono i pensieri e le convinzioni che hanno diretto le azioni che abbiamo compiuto. Questa fase è particolarmente difficile, perché pensieri e convinzioni ci spingono ad agire senza che ce ne rendiamo conto. Inizialmente non si saprà bene in che direzione cercare. A poco a poco però, con l’esercizio ripetuto, sarà possibile accorgersi che in noi vivono pensieri contraddittori, che sono all’origine delle nostre difficoltà. Ecco un esempio: una mamma il sabato mattina a colazione chiede alla figlia di fare i compiti per il lunedì, perché è l’unico momento in cui può aiutarla, e ha una discussione con lei, che in quel momento non vuole farli. Il pensiero che – secondo l’ammissione della mamma durante una consulenza – la spinge a insistere con la figlia fino ad entrare in conflitto con lei è: «Devo aiutare mia figlia a fare i compiti, altrimenti potrebbe andare a scuola lunedì senza averli fatti». Allo stesso tempo però lei sa che a sua figlia piace andare a scuola con i compiti fatti e che è perfettamente in grado di farli da sola. Questi due pensieri, una volta portati a coscienza, mostrano di avere due origini diverse. Uno viene riconosciuto come proprio, l’altro come estraneo. Per questo sono tra di loro in contraddizione e generano un conflitto interiore, che si manifesta come conflitto esteriore. Nel momento in cui la mamma si rende conto di ciò, il pensiero che l’ha spinta ad agire non viene riconosciuto come proprio e viene perciò abbandonato. Si creano così le condizioni per avere nuove idee su come rivolgersi alla figlia. 5) L’ultima fase della retrospettiva consiste appunto nell’immaginare che cosa avremmo potuto fare di diverso da quello che abbiamo fatto. Come avremmo potuto comportarci in quell’occasione per ottenere un risultato migliore di quello avuto? Non dobbiamo prescriverci cosa fare la prossima volta che ci troveremo in un caso simile, ma solo trovare con fantasia cosa avremmo potuto fare di diverso, anziché reagire secondo le nostre abitudini. Procedendo in questo modo creiamo uno spazio interiore nel quale all’occorrenza possono manifestarsi nuove idee su come intervenire in caso di difficoltà. Tutto dipende dal fatto di imparare a guardare a noi stessi con distacco senza criticare, spiegare o interpretare, riconoscendo i pensieri che vivono in noi, ma che non ci appartengono.

 

La seconda cosa che possiamo imparare a fare è decidere ogni giorno quale iniziativa prendere domani per il bene dei nostri bambini. Chi ha responsabilità educative nei confronti dell’infanzia compie di continuo gesti di cura nel corso di una giornata. La maggior parte di essi si rivolge alla cura del corpo, diventa routine e viene compiuta in modo automatico. I gesti educativi però si rivolgono all’anima del bambino e non possono essere automatici, ma devono scaturire da un’inizia-tiva consapevole, la cui realizzazione dipende dalla nostra libera volontà. Ogni giorno perciò possiamo decidere di prendere delle piccole iniziative per il giorno seguente. Non importa quanto piccole possano essere, quello che fa la differenza è che noi ci esercitiamo a mettere insieme la nostra capacità di rappresentazione, la nostra facoltà decisionale e la nostra azione concreta e conseguente, così da assumerci sempre piccole responsabilità per gesti educativi nuovi, non abitudinari. Bastano piccole idee per far sentire ai nostri bambini il nostro amore e aiutarli così a crescere sani e forti: fare con loro un disegno, costruire un piccolo giocattolo insieme, impastare i biscotti, organizzare una caccia al tesoro per i loro amici, fare una passeggiata, cercare delle cose belle nella natura da portare a casa, scegliere una fiaba da raccontare loro la sera. Il tempo che dedichiamo liberamente a loro è il più prezioso, quello che attendono senza chiedere e che fanno sentire loro quanto siano importanti per noi. Queste piccole iniziative portano molta luce e molto calore nella vita dei nostri bambini, se sappiamo offrire qualcosa che abbia veramente importanza per la loro anima e non semplici momenti di intrattenimento. Per questo è indispensabile che l’adulto, oltre che dedicare un po’ di tempo a quanto qui illustrato, si impegni anche a comprendere sempre meglio l’essere profondo del bambino, di cui cominceremo a parlare nel prossimo articolo.

[1] «Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi» questa frase di Saint-Exupéry ne Il piccolo principe può aiutare a comprendere la differenza tra il secondo livello dell’esercizio e il primo.

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