Etty Hillesum e la sofferenza

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«Bisogna esser capaci di sostenere e sopportare le cose, fino alla fine e con tutto il loro peso. Non sta qui la differenza tra i russi e noi occidentali? Il russo porta il suo fardello fino alla fine, piega le spalle sotto il peso, pieno di emozioni, e soffre nel profondo. Noi ci fermiamo a metà strada col sopportare  e ci liberiamo con parole, considerazioni, filosofie, trattazioni teoriche e quant’altro. Ci fermiamo nel cuore dell’esperienza delle nostre emozioni e non riusciamo più a portarle oltre e a soffrire, e i nostro cervello ci viene in aiuto, ci sottrae il peso e vi costruisce le sue teorie. E non sarà per questo che l’Europa occidentale ha prodotto tante filosofie, mentre in Russia, in quest’area, domina il silenzio? Quello che sentiamo dalla Russia sono allora lamenti e tutto proviene direttamente dall’anima; non importa se ogni cosa sarà logica o consistente, perché sarà stata vissuta nel profondo e quindi va bene. Negli occidentali le teorie e i sistemi devono funzionare come insiemi perfetti, altrimenti sentono che le loro vite non hanno una base solida e completa. Non subiscono, non vivono, non sopportano né soffrono, fino al profondo del loro essere; qui risiede la debolezza nella loro vitalità, una debolezza nella loro capacità di sopportazione. Pertanto è per loro di importanza vitale, assoluta che le teorie siano insiemi conclusi e non pieni di contraddizioni. Per il russo non ha alcuna importanza. (…) Noi invece ci priviamo della sofferenza finale e la allontaniamo da noi con le parole. Il russo sopporta fino alla fine e, se non soccombe, diventa sempre più forte.»

(Etty Hillesum, Diario – Adelphi, pag. 664)

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