Milon e il leone – capitolo diciannovesimo

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I RUOLI CAMBIANO

La padrona rientrò in casa. Poco dopo il guardiano uscì in terrazza e chiamò Milon. Cosa voleva ancora? Gli ordini furono brevi:

«Va’ con Lesco nel dormitorio e scambiatevi i vestiti. Da questa sera sei tu di servizio in casa. Lesco si occuperà delle pecore. Dovrà re- stare in prossimità della fattoria fin quando si trovi il leone.»

Milon era così sorpreso che si dimenticò di rispondere. In verità gli piaceva badare al gregge. Così invece non avrebbe neanche potuto incontrare il leone, laggiù presso il boschetto d’olivi.

«Fai presto», gli raccomandò il guardiano.
«Sì, padrone; vado. Dov’è Lesco?»
«Ti aspetta già di sopra. Ti spiegherà il servizio domestico e questa sera ti introdurrà.»
Poi fece segno di ritirarsi e Milon si affrettò a raggiungere il dormitorio. Ci trovò Lesco seduto sul pagliericcio, con il viso pallido e accigliato. Quando Milon apparve Lesco esclamò rabbioso:

«Canaglia! Sei riuscito a entrare nelle grazie della padrona per farmi mandare via e sostituirmi. Cane schifoso!»

«Lesco», rispose Milon rattristato, «non desidero prendere il tuo posto. Mi piacciono le pecore, le praterie tranquille e l’ombra degli alberi. Ma non ho il potere di cambiare la volontà della padrona. Tu sai bene che noi siamo solo schiavi, persone che si comprano o si vendono a piacere come si fa con gli animali.»

Ma niente poteva calmare il furore di Lesco:
«Tu fai l’innocente, leccapiedi della malora. Questa storia del leone sei tu che l’hai inventata di sana pianta per darti importanza. Un leone vicino ad Alessandria, è ridicolo! Sei un bugiardo e un intrigante!»

Milon non sapeva più cosa rispondere. Quando qualcuno non vuo- le vedere la verità interpreta gli avvenimenti a modo suo. Dopo una breve pausa provò di nuovo a giustificarsi:

«Lesco, la collera ti acceca. Ti giuro che ho visto il leone laggiù sot- to gli olivi come vedo te qui ora. Però non ho raccontato tutto. Aveva una spina nella zampa e io gliel’ho tirata fuori. E lui mi ha leccato le mani e i piedi.»

Milon aveva parlato in fretta e Lesco si mise a ridere, prendendolo in giro:

«Sentite un po’ questo bugiardo! Un leone gli avrebbe leccato i piedi! E com’è che non l’hai raccontato ad Andarius? Non sarebbe partito per organizzare la caccia. Se non troveranno il leone per te finirà male. Io racconterò le tue fantasticherie e allora sì che mi farò una bella risata!»

Lesco sghignazzò cattivo, si tolse la tunica e la gettò ai piedi di Milon, che gli diede i suoi stracci da pastore. E poiché il guardiano l’aveva ordinato, Lesco spiegò suo malgrado a Milon in cosa consisteva il servizio domestico.

La sera all’ora di cena Andarius non era ancora di ritorno e la padrona mangiava da sola. Milon le portava i piatti sotto l’occhio severo del capo degli schiavi, ma i suoi pensieri erano altrove. Si preoccupava per il leone, per la sua vita, per la sua libertà. Il carro del padrone ritornò solo a notte fonda, al chiaro di luna. Raccontò alla sua sposa:

«Ho incontrato un comandante romano a casa del mio amico. Attende nuove direttive da Roma che ancora non arrivano e non sa come occupare i suoi soldati. Abbiamo deciso di fare una caccia a cavallo nella quale parteciperà una gran parte dei suoi uomini. Insiste perché il leone, una volta catturato, sia consegnato all’arena di Alessandria. Quest’autunno ci saranno dei combattimenti di gladiatori contro bestie selvagge. Il capitano aveva già sentito parlare di un leone che sembra abbia seminato il panico in una regione qui vicino. È certamente la stessa bestia che si aggira ora nella mia proprietà.»

Pyrra era contenta di sapere che suo marito si occupava solo dell’organizza-zione della caccia e non della caccia stessa. Quando ebbe terminato il suo racconto lo ringraziò di avere accettato il cambio di schiavo.

La sera nel dormitorio tutti gli schiavi parlavano della stessa avventura: di Milon e del leone. Uno di loro non prendeva parte ai discorsi, era steso in silenzio sul suo pagliericcio e ruminava pensieri tetri. Non disse nulla della storia che Milon aveva taciuto agli altri, della spina estratta dalla zampa del leone; aveva paura, nel caso fosse vera, che gli si prestasse ancora più attenzione e lo si onorasse. Brucia- va di rabbia e lo odiava, considerandolo responsabile del suo allontanamento dal servizio domestico. Ora era esposto al caldo torrido della steppa, alle tempeste di sabbia e aveva da mangiare solo misero pane. Gli sembrava di morire nella noiosa solitudine della prateria. Pensava continuamente a come cacciare Milon dalla casa padronale e riprendersi il posto che gli aveva portato via. Era sicuro di una cosa: se il leone non fosse stato né cacciato né visto, avrebbe potuto dire che Milon era un bugiardo e che aveva inventato quella storia per rendersi importante e introdursi al servizio della casa. E allora la terribile collera di Andarius, che aveva organizzato una battuta di caccia per la bugia di uno schiavo, si sarebbe scatenata contro Milon. Forse sarebbe stato battuto a morte e Lesco avrebbe potuto di certo riprendere il suo posto. Ma non voleva lasciar trasparire nulla dei suoi pensieri e aspettava il giorno della vendetta.

Milon ebbe servizio prolungato quella sera, perché Andarius era ritornato molto tardi. Quando rientrò per ultimo nel dormitorio tutti i curiosi si radunarono attorno al suo pagliericcio. Ma egli non aveva alcuna voglia di rispondere alle loro domande. Li mandò via pregandoli:

«Lasciatemi in pace, voglio dormire.»

A fianco di lui Lesco faceva finta di dormire profondamente. Quando si sentirono i passi del guardiano sulle scale tutti sgusciarono come gatti sui loro pagliericci e il silenzio regnò nella stanza. Il guardiano s’assicurò al chiarore di una lampada ad olio che non mancasse nessuno. Si fermò vicino a Milon e si rivolse a lui con tono amichevole, cosa che non faceva mai quando parlava ad uno schiavo:

«Allora, Milon, stiamo per acchiapparlo per la criniera il tuo leone. La caccia a cavallo è per domani. Se vuoi, puoi accompagnare il tuo padrone.»

«Come volete, padrone. Ma se mi chiedete cosa preferisco, io vor- rei restare a casa. La padrona mi ha dato un servizio speciale per domani.»
«Come vuoi, resta pure», rise con benevolenza il guardiano, «ma io vado a cacciare. Una caccia al leone è un’occasione rara in questa regione.»

Poi si girò verso Lesco e lo scosse, domandandogli con tono beffardo:

«Allora, ti piacciono le pecore e il pane croccante?» Lesco, che era sempre pronto a rispondere, disse:

«Padrone, io faccio il mio dovere dappertutto per accontentarti.»

«Fai attenzione domani a non essere mangiato dal leone prima che sia preso nella rete», disse il guardiano, ridendo della sua cattiva burla.

Tutti gli schiavi scoppiarono a ridere. Il guardiano se ne andò. Si sentì ancora qualche sussurro, poi il silenzio riempì il dormitorio dove regnava un calore soffocante. Gli schiavi stanchi si addormentarono. Solo uno non riusciva a dormire e si rigirava inquieto sul suo pagliericcio. Era Lesco, a cui le risate dei camerati per le sue disgrazie facevano bruciare ancora di più l’amarezza che sentiva in fondo all’anima.

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