Milon e il leone – capitolo diciassettesimo

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UN INCONTRO SINGOLARE

In un giorno di gran caldo Milon si riposava nei campi e consumava il suo pasto frugale sotto una macchia di alberi. Le pecore erano sdraiate, serrate attorno a lui all’ombra. Qualcuna un po’ discosta brucava ciuffi di erba secca. Milon si apprestava a fare un sonnellino, quando all’improvviso le pecore più lontane si misero a belare e a correre in direzione della macchia di alberi senza fermarsi. Come prese dal panico urtarono le pecore che erano sdraiate e in un batter d’occhio tutto il gregge, con alti belati, prese la fuga. Il cane da pastore abbaiando le inseguì e provò invano a radunarle, ma niente poteva più trattenerle. Milon saltò in piedi terrorizzato ed afferrò il suo bastone. Si guardò intorno un momento; era stato forse un cane selvatico a spaventarle? Non riusciva a capire quale pericolo avesse messo in fuga il gregge. Guardò ancora un istante la corsa sfrenata delle bestie, che nella pianura sollevavano nubi di polvere. Milon rifletteva sul da farsi: doveva correre loro dietro, o restare là e aspettare che il cane le radunasse? Il suo sguardo si posò per caso sui cespugli dai quali erano venuti i primi segnali di agitazione. Spalancò gli occhi per lo spavento quando vide uscire dai cespugli un leone con lo sguardo fisso su di lui. In un lampo Milon pensò:

“Inutile fuggire, il leone mi raggiungerebbe con pochi salti. Non c’è che una soluzione: arrampicarmi sull’albero più vicino.”

All’istante si arrampicò agilmente sul tronco di un albero, spingendosi fino ai rami più alti. Lassù era al sicuro: i leoni non si arrampicano sugli alberi. Si mise allora ad osservare la belva che s’avvicinava a passi lenti. Ma che strana andatura aveva? Ogni volta che la zampa anteriore sinistra toccava il suolo zoppicava e questo sembrava causargli acuti dolori. Ad un certo punto si fermò, si leccò la zampa e sollevandola in aria si guardò attorno, come se chiedesse aiuto. Poi fissò il suo sguardo su Milon, che sedeva tra i rami dell’albero. Un gemito sordo gli sfuggì. Arrivato zoppicando fin sotto l’albero, si sdraiò in terra e cominciò a mugolare piano, agitando in aria la zampa dolorante. Per un attimo Milon pensò:

“Che sia un’astuzia da belva per attirarmi con i suoi lamenti e farmi scendere e poi attaccarmi?”

Ma respinse subito questo pensiero. Sarebbe stato facile per il leone inseguire le pecore e procurarsi tutto il cibo che voleva.

Milon non aveva mai potuto osservare un leone così da vicino. Era un maschio robusto, con un’abbondante criniera. Il suo aspetto regale pieno di dignità mal si accordava col suo comportamento. Dal suo largo petto ci si aspettava di sentire ben altri suoni che quei sospiri lamentosi. Milon sentì una specie di pietà per quella povera belva. Doveva di sicuro essere ferita. Egli allora discese prudentemente di qualche ramo. Il leone girò la testa nella sua direzione e alzò ancora la zampa, lasciando sfuggire un gemito. Ora Milon poteva vedere chiaramente che la sua zampa anteriore sinistra era gonfia. Che il leone avesse bisogno di aiuto gli era chiaro, ma un leone è un leone. Ci si poteva fidare ad avvicinarsi? Il suo istinto di bestia selvaggia non si sarebbe risvegliato all’improvviso in lui? Milon discese ancora di qualche ramo e il leone per tutta risposta fece un mugolio gioioso. Egli allora decise di aiutare l’animale che soffriva. Che contrasto tra la nobile figura e la richiesta di aiuto! Il desiderio di avventura spinse Milon ad arrischiarsi e ad avvicinarsi alla belva. Il leone si era sdraiato sulla schiena e ogni tanto si leccava la zampa gonfia. Si era forse conficcato una scheggia di legno o un sasso acuminato che non riusciva a togliere? Milon era disceso lentamente fino al ramo più basso, osservando sempre attentamente il leone. Poi, raccogliendo tutto il suo coraggio, si lasciò scivolare al suolo, pronto ad ogni istante ad arrampicarsi di nuovo sull’albero. Il leone, quasi non volesse spaventare il pastore, rimase sdraiato e si girò sul fianco, così che la zampa ferita rimase sollevata da terra. Strano, Milon non provava più la minima paura. La sua unica preoccupazione era come prendere la zampa del leone per capire cosa avesse. Non essendo più che a qualche passo dall’animale, si mise a schioccare leggermente la lingua e a parlargli come faceva quando voleva calmare una delle sue pecore impigliata in un cespuglio di spine, che non riusciva più ad uscirne. Adesso gli era proprio vicino. Il leone agitava la sua zampa gonfia verso il pastore. Milon gli parlò dolcemente:

«Su, su, fammi vedere! Così – sì – così…»

Aveva afferrato la zampa anteriore sopra la parte gonfia, dove la sensibilità doveva essere minore. Vide al primo colpo d’occhio quel che faceva soffrire l’animale: una spina di cactus, piantata tra i polpastrelli della zampa, aveva causato una dolorosa infezione. Il suo occhio acuto aveva scoperto l’estremità della spina come piccolo punto scuro al centro della ferita. Non gli restava che afferrarla con le unghie ed estrarla. Fortunatamente la suppurazione aveva già ammorbidito la spina, così che fu facile toglierla; era straordinariamente lunga e doveva aver provocato un dolore molto profondo che, dopo giorni di sofferenza, aveva spinto il leone ad avvicinarsi agli uomini. Una volta estratta la spina, uscirono pus e sangue che diedero subito al ferito un certo sollievo. Milon accarezzava l’animale e gli lisciava la criniera. Il leone mostrava di gradirlo e leccava i piedi del pastore. Il ferito doveva essere esausto. Di certo a causa dei dolori non era riuscito a dormire né a cacciare già da molto tempo. Ad un tratto si girò dall’altra parte, poggiò la zampa malata sopra quella sana e si addormentò. Per un attimo Milon pensò che avrebbe potuto rompere il cranio dell’animale con una grossa pietra e che questo gesto gli sarebbe valso di certo gli onori del suo padrone Andarius. Pyrra ne avrebbe apprezzato la splendida pelliccia e ne avrebbe fatto un tappeto. Ma Milon scacciò subito quel terribile pensiero. Accarezzò la criniera del leone come per dirgli:

«Adesso tu sei mio amico, non ti deve succedere nulla di male.»

Fu allora che ripensò al suo gregge. Tutto intorno non si vedeva traccia degli animali. Si erano forse precipitate tutte nella stalla insieme al cane? Doveva essere così. Milon si allontanò piano dal leone che dormiva all’ombra degli alberi. Prese il suo bastone da pastore, guardò di nuovo verso la fiera che dormiva e pensò:

“Si dovrebbe avere un compagno, un amico e un protettore come te quando gli uomini ti tormentano, soprattutto se sei uno schiavo disprezzato.”

Avrebbe voluto scuotere il leone per svegliarlo, sedersi sulla sua schiena e dirgli: «Portami nel vasto mondo, dove non ci sono né capi di schiavi, né cani da guardia per gli schiavi, né paura!» Certo Milon sapeva che stava sognando, ma era così bello sognare. Ora però doveva abbandonare il leone. Di certo sarebbero venuti a cercarlo, perché le pecore erano rientrate senza di lui. A malincuore lasciò dietro di sé quel posto, l’ombra degli alberi, il leone e i suoi sogni di libertà. Stava per mettersi a correre, quando si fermò di colpo. Un pensiero lo attraversò: Andarius avrebbe potuto organizzare una caccia grossa al leone, se lui gliene avesse parlato, e avrebbe ucciso il “suo leone”. Forse che sarebbe tornato domani a trovarlo? Gli animali sono spesso più riconoscenti degli esseri umani. Ah, se avesse potuto addomesticarlo di nascosto! Si era legato d’amicizia con lui. Ruminando questi pensieri, Milon si era rimesso in strada e il boschetto d’olivi era ormai lontano. Si disse:

“No, non dirò niente del leone, se no di certo ne andrebbero in caccia.”

Il leone era ormai solo una macchia giallo-bruna appena visibile nell’aria torrida del mezzogiorno che soffiava sul prato stopposo.

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