Milon e il leone – capitolo sedicesimo

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UN NUOVO PADRONE

Benché Milon avesse cambiato parecchie volte padrone, non era stato mai ancora esposto in un mercato. Vargo gli aveva consigliato di mettere gli abiti di Tyrios.

«Sei elegante con quel vestito e sarai venduto a dei nobili. Puoi essere certo di non arrivare sulle galere!»

«Preferirei tanto restare sulla terra ferma. Ne ho abbastanza delle traversate in mare.»

L’equipaggio dell’Alexandra fu esposto in mezzo a centinaia d’altri schiavi. Milon sperava una cosa soltanto: poter restare con Vargo. Avevano spartito gioie e pene ed erano legati da una profonda amicizia.

«Vargo, tu che hai sempre buone idee, cosa possiamo fare per non essere venduti a due padroni diversi?»

«Questa volta non ho la minima idea», rispose Vargo con voce triste e spenta.

Calpurnicus era venuto di persona al mercato. Voleva trattare per vendere i suoi schiavi al miglior prezzo, perché ci teneva a ripagarsi della perdita del suo veliero.

I clienti passavano. Una ricca Egiziana, le cui vesti attiravano l’attenzione, arrivò accompagnata dal suo intendente. Esaminarono gli schiavi di Calpurnicus.

«Quanto costa quello?» domandò la donna indicando Milon.

Calpurnicus disse un prezzo che la fece strillare rabbiosa:

«Con una somma simile me ne compro due! Ripasseremo alla fine della giornata, allora sarà a più buon mercato, il piccolo Greco.»

Vargo disse in tono canzonatorio:

«Speriamo che tu non sia venduto a quella vecchia capra. Dovresti belare per lei ogni volta che le prude il naso!»

«Meglio ritornare su una nave o badare a capre vere», concluse Milon.

Il padrone di una nave che conosceva bene Calpurnicus contrattò a lungo con lui. Infine comprò Vargo, Vesonius e due altri schiavi. Milon prese il coraggio a due mani e domandò a Calpurnicus:

«Non è possibile che io rimanga insieme a Vargo e Vesonius?»

Calpurnicus lo squadrò con aria sorpresa:

«Tu costi troppo caro per servire su una nave. Ti venderò per una somma importante.»

Come avrebbe strappato volentieri la sua tunica ora Milon, credendo che fosse a causa sua che veniva separato dai suoi amici. Malediceva il pensiero che lo aveva spinto a voler essere un elegante servitore. Niente veniva a ricompensare il coraggio e gli sforzi di cui Vargo e lui avevano dato prova a Pompei salvando un bambino dalle macerie. Quando abbracciò il suo amico per salutarlo aveva gli occhi pieni di lacrime.

«Addio, Vargo! Non ci dimenticheremo!»

Vargo fece un segno con la testa. Non riuscì a dire neanche una parola. Milon li guardò sparire tutti e quattro nella folla brulicante.

All’incirca a mezzogiorno un nobile romano accompagnato da uno schiavo esaminò Milon con attenzione.

«Hai già servito in una casa signorile?»

«Due volte, signore.»

«Dove?»

«In Grecia, ad Atene, nella casa di Midias.»

«E la seconda volta?»

«A Stabia, nella casa di Pomponiano.»

«Come! Tu eri da Pomponiano, il grande proprietario di navi? E perché non ti ha tenuto al suo servizio?»

«Dopo la distruzione di Pompei tutta la proprietà di Pomponiano è stata sepolta ed egli ha dovuto ridurre il numero dei suoi servitori.»

«Così tu sei stato testimone di quella grande catastrofe?»

«Sì signore, ho visto la distruzione di quella splendida città.»

Il Romano si girò verso Calpurnicus e tutti e due conclusero la loro trattativa. Poco dopo Milon s’installava su un carro, vicino ad un altro schiavo di nome Lesco. Il nobile Romano che li aveva appena comprati prese posto di fianco al cocchiere e il carro lasciò la città in direzione sud-ovest. Viaggiarono parecchie ore in un caldo soffocante, interrompendo la loro corsa solo quando un pozzo si trovava sulla loro strada. Milon sedeva chiuso in se stesso senza dire una parola. Lesco provò a più riprese ad iniziare la conversazione.

«L’uomo che ci ha comprato non è il padrone della tenuta dove andiamo; è un intendente. Spiavo quello che diceva quando trattava per comprarmi. Spero di avere un lavoro pulito! Fino ad ora ho servito in una nobile casa d’Alessandria, avevo poco da fare ed ero nutrito come un principe. E tu, dov’eri tu?»

«Su una nave che trasportava sacchi di cereali.»

«Ah, davvero? E il tuo bel vestito? Te lo ha fatto indossare il mercante per venderti a un buon prezzo?»

«Più o meno.»

«È quello che pensavo. Proprio un buon vestito.»

Milon non aveva alcuna voglia di raccontare la sua vita a questo curioso. Guardò la campagna che stavano attraversando, i campi, le praterie e gli alberi.

Al calar della notte il carro si fermò davanti ad un’immensa proprietà composta da parecchi caseggiati. Questi erano costruiti secondo lo stile romano: al centro c’era una grande piazza lastricata. La casa dei padroni si differenziava dalle altre per la sua ricca architettura e i suoi splendidi giardini. Era qui che vivevano Andarius, un anziano generale dell’armata romana, e la sua sposa Pyrra. Dopo una vita movimentata piena di campagne militari in Oriente al servizio dell’imperatore, Andarius si era ritirato in Egitto per godere una vecchiaia calma e tranquilla. Si occupava poco della sua proprietà; era il suo intendente che gestiva tutto e dirigeva i servitori con mano severa. La tenuta era prospera. I raccolti di grano erano migliori di anno in anno e le greggi di pecore s’ingrandivano, dando sempre più lana.

Un servitore si affrettò verso il carro appena giunto per occuparsi dei cavalli. L’intendente si rivolse ai nuovi arrivati:

«Andate a lavarvi alla fontana, siete coperti di polvere. Verrò fra poco a prendervi per presentarvi ai vostri padroni.»

Si diresse verso la villa e salì i gradini che portavano alla terrazza dove Andarius amava passare le serate in compagnia della sua sposa. Proprio in quel momento stavano ascoltando il canto di una schiava che si accompagnava con la lira. Dopo aver salutato i suoi padroni l’intendente disse:

«Se i nostri signori lo desiderano, presenterò loro i due schiavi che ho comprato oggi ad Alessandria. Uno di loro è previsto per il servizio alla villa, l’altro per badare alle pecore. I nostri signori sceglieranno.»

Andarius domandò a Pyrra:

«Vuoi fare la tua scelta già da questa sera, o preferisci farla domani?»

«Falli venire, vediamo cosa ci hai portato da Alessandria.»

Quando tornò nel cortile, dove i due schiavi si erano lavati e si apprestavano a rivestirsi, l’intendente disse:

«Lasciate qui le vostre tuniche, il perizoma basta. Per gli schiavi quel che conta sono i muscoli, non gli abiti!»

Si fermarono davanti la scalinata che portava alla terrazza della villa e alla vista dei loro padroni si prosternarono a terra umilmente, toccando con la fronte il primo scalino. Poi l’intendente li condusse sulla terrazza e li presentò:

«Il più bruno dei due si chiama Lesco, è forte e molto muscoloso, avrebbe potuto vivere su una galera. Ha prestato servizio in una casa d’Alessandria. L’altro, Milon, viene dalla Grecia; ha lavorato per anni su una nave; precedentemente, era servitore in una proprietà di Pompei.»

Andarius li esaminò un istante con occhio penetrante.

«Andate in giardino a cogliere dei fiori e portateceli qui!»

Lesco discese la scalinata in tutta fretta, mentre Milon esitò un po’ prima di seguirlo. Poco dopo Lesco ritornò con in mano un grande mazzo di fiori. Prese il primo vaso che trovò sul terrazzo, ci mise i suoi fiori con il vezzo premuroso di un buon servitore e piazzò la sua opera su un tavolo di marmo. Milon arrivò un po’ più tardi con qualche rosa gialla. Notò che Lesco aveva terminato. Siccome non rimanevano più vasi liberi sul terrazzo, si diresse con passo timido verso la padrona della casa e le tese le rose con un segno amichevole della testa. Questa scena fece ridere fragorosamente il padrone: uno schiavo che offriva delle rose ad una nobile Romana!

«Pyrra sembra aver trovato un nuovo ammiratore. Che delicatezza! Se fosse nostro servitore in casa baderebbe a nutrirti bene e mi lascerebbe morire di fame. Teniamo Lesco!»

E girandosi verso quest’ultimo, aggiunse:

«Che tu abbia saputo trovare prontamente un vaso ed utilizzarlo a ragion veduta ha parlato in tuo favore.»

Allontanandosi Lesco sentì Pyrra dire che avrebbe preferito tenere Milon per il servizio in casa, malgrado la sua aria imbarazzata. Andarius ne fu contrariato. Pyrra sapeva bene che quando Andarius aveva preso una decisione non era abituato a ritrattare i suoi ordini.

Su ordine dell’intendente Milon dovette dare a Lesco la sua tunica colorata e indossare la sua povera veste, che per un pastore di pecore era più che sufficiente.

Andarius possedeva molti schiavi. La maggior parte lavoravano nei campi, qualcuno si occupava dei cavalli; gli altri servivano nella villa. Tutti dormivano in un dormitorio comune su sacchi di paglia, sopra le scuderie. Solo il capo degli schiavi, un vecchio servitore della famiglia, e l’intendente avevano una camera nella villa. Nel cortile c’erano dei grossi cani da guardia che abbaiavano la notte al minimo rumore, pronti a gettarsi su ogni schiavo in fuga. Vennero dati ai due nuovi gli ultimi posti del dormitorio.

L’indomani sera, al momento di coricarsi, Lesco disse a Milon:

«Sono contento di essere stato scelto per la villa! I padroni non sono troppo esigenti e il cibo è eccellente. Oggi si è mangiato arrosto d’oca! E tu, come è trascorsa la tua giornata, Milon?»

«Sono andato nei campi e ho badato alle pecore. L’intendente mi ha dato un grosso bastone. Sembra che i cani selvatici attacchino a volte le greggi. Ho avuto pane e frutta per il mio pasto. Ho fatto una buona siesta all’ombra di un olivo, il sole picchiava forte. Al confine dei pascoli c’è una fitta distesa di cespugli dalla quale potrebbero saltare fuori all’improvviso i cani selvatici. Ma ho un bravo cane da pastore, che mi aiuta a montare la guardia.»

Ascoltando Milon Lesco pensava tra sé e sé: “È un lavoro miserabile. Ho avuto la sorte migliore. Speriamo che la padrona della casa non abbia un giorno la cattiva idea di scambiare i nostri ruoli!” Lesco non aveva dimenticato che Pyrra aveva preferito Milon.

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