Milon e il leone – capitolo ventunesimo

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(Attenzione! Per errore ho pubblicato il capitolo ventunesimo come capitolo ventesimo e ho saltato il ventesimo. Ora ho rimesso le cose in ordine, perciò se avete già letto questo capitolo, leggete quello prima.)

INGANNATO  E  FRUSTATO

    I giorni passavano. Per Lesco diventava sempre più insopportabile la vita del pastore, la grande calura, le piogge torrenziali, la monotonia, la noia accompagnate dal misero pane e dai frutti che portava nella cintura di pelle. Dopo lunghe settimane di riflessione aveva messo a punto un piano per far allontanare Milon dal servizio in casa. Si ricordò di aver visto spesso l’anello e il braccialetto di Pyrra nella sala da bagno la mattina. Ella si metteva i suoi gioielli solo dopo la toeletta mattutina e Lesco spiava l’istante in cui poter insinuarsi nella casa senza essere visto. Voleva far sparire l’anello di Pyrra in maniera che Milon fosse accusato del furto.

   L’occasione si presentò. Un giorno che Lesco passava vicino alla casa dei padroni, aguzzando gli occhi vide il capo dei servitori sulla terrazza, occupato a distribuire i compiti della giornata. Lesco s’intrufolò nella villa a passi felpati passando dall’entrata di servizio. I padroni della casa non si erano ancora alzati. Si fermò un istante davanti alla sala da bagno. Niente si muoveva. Scostò la tenda senza far rumore ed entrò. I gioielli di Pyrra e qualche spilla per capelli erano raccolti in una conchiglia di madreperla. La sua mano tremava dalla paura e dalla soddisfazione afferrando l’anello dalla grossa pietra color rosso sangue. Uscendo dovette asciugarsi il sudore che gli imperlava la fronte per la tensione interiore. Nessuno aveva notato qualcosa. Il grosso rubino stretto nel pugno chiuso gli scottava. Arrivato al recinto delle pecore Lesco gettò un’occhiata verso la terrazza e vide che il capo degli schiavi era ancora allo stesso posto. Si affrettò verso la cucina degli schiavi, sopra la quale si trovava il dormitorio. Aveva evitato intenzionalmente di mettere del pane nella cintura, in modo da avere un motivo per tornare indietro. Salì senza rumore i gradini che portavano al dormitorio e sollevò il pagliericcio di Milon per nasconderci sotto l’anello. Fu molto stupito di trovarci già una moneta d’argento. Mise l’anello di fianco alla moneta e sussurrò in modo impercettibile:

   «Eccoti in buona compagnia.»

   La moneta e il gioiello sarebbero stati la prova che Milon accumulava i suoi tesori in quel nascondiglio. Lesco rimise a posto il pagliericcio. Anche qui nessuno lo aveva visto. Scese in cucina, ricevette la sua razione di pane e prese il cammino dei pascoli seguito dalle sue pecore. Di solito lasciava condurre il gregge al cane da pastore e lui lo seguiva pigramente da dietro. Quella mattina invece continuava a lanciare pietre alle pecore perché avanzassero più in fretta così che anche il cane si agitò e condusse gli animali verso i cinque alberi di ulivo in una folle corsa.

   Nel frattempo Pyrra si era alzata e faceva la sua toeletta aiutata da Baarla, la sua schiava. Quando Baarla volle passarle i suoi gioielli l’anello mancava. Ella guardò sotto la conchiglia:

   «Dove hai messo l’anello, padrona? Lo hai portato in camera da letto?»

   Pyrra rispose:

   «No, è mia abitudine alla sera mettere i gioielli nella conchiglia. È mai successo che l’anello non fosse lì?»

   «È vero, padrona. Tu fai sempre così. Ma dov’è? Può darsi che sia caduto?»

   Baarla spazzò il pavimento, ma invano. Pyrra era fuori di sé. Cercò in camera da letto, anche se era certa di avere lasciato l’anello nella sala da bagno. Il gioiello non venne trovato. Pyrra scoppiò in lacrime: quell’anello era il regalo più prezioso che Andarius le aveva portato dall’ultima campagna militare. Sconvolta Baarla andò a domandare aiuto al sovrintendente della casa, che aiutò a cercare in ogni angolo e si faceva di momento in momento sempre più scuro in volto. L’anello non poteva che essere stato rubato. Quando Andarius lo venne a sapere, ordinò di radunare immediatamente tutti i servitori della casa. Il guardiano armato di frusta controllò nei vestiti di ciascuno. Nessuno sapeva dove fosse l’anello e non lo si trovava. Il sovrintendente disse a Pyrra e ad Andarius:

   «Bisogna dare al ladro l’occasione di mettere l’anello in un posto in cui possa essere ritrovato. Gli si deve infliggere la più dura punizione, nel caso venga acciuffato. Tutti i servitori della casa sono qui. Quelli che sono nei campi verranno interrogati questa sera. Permettetemi di frustare il colpevole e di venderlo al mercato come schiavo per le galere.»

   «Fa come vuoi, basta ritrovare l’anello!» replicò Andarius con un tono secco.

   Il guardiano radunò ancora gli schiavi al suono del fischietto. Dopo averli minacciati, ordinò loro di perquisire nuovamente la casa e il cortile. A fine giornata, quando gli schiavi furono rientrati dai campi, il guardiano dette l’ordine di portare tutti i pagliericci nel cortile; succedeva talvolta che uno degli schiavi nascondesse nel suo pagliericcio un oggetto rubato. Avevano già aperto i primi pagliericci quando si udirono delle grida nel dormitorio:

   «Sistemate i pagliericci, abbiamo trovato l’anello!»

   Il guardiano stava in piedi di fianco al pagliericcio di Milon, sotto il quale avevano scoperto una moneta d’argento e il gioiello rubato. Subito fece venire Milon. Dopo aver constatato che l’anello era intatto, l’aveva riposto vicino alla moneta sotto il pagliericcio. Aspettava il colpevole con le mani contratte sulla sua frusta. Milon arrivò con il viso abbattuto; lo schiavo che era andato a cercarlo gli aveva accennato quello che lo aspettava. Il guardiano mostrò con la sua frusta l’anello e la moneta, e urlò:

   «Maledetto furfante! Lurida canaglia! Confessa che sei tu il ladro!»

   Milon, vedendo l’anello sotto il suo pagliericcio, rimase come fulminato. Lo sguardo fisso sul rubino scintillante, balbettò:

   «Signore, io non so…»

   Ma già la frusta lo colpiva con terribile violenza sul viso. Un calcio lo gettò a terra. Il guardiano batteva senza pietà, colpo su colpo, sfogando la sua collera sullo schiavo che si torceva dal dolore nella sua tunica macchiata di sangue. Gli diede ancora qualche pedata accompagnata da insulti e con un cenno chiamò quattro schiavi che avevano guardato la scena senza dir niente. Diede loro l’ordine di gettare il colpevole in prigione. Essi sollevarono il corpo gemente di Milon e attraversarono il cortile in direzione della porcilaia. Fu lì che lo rinchiusero, in una specie di cella buia che serviva da prigione per gli schiavi puniti. Lesco rientrò quella sera col suo gregge più tardi del solito e arrivò quando tutto era finito. Uno dei garzoni di stalla corse verso di lui e gli raccontò quello che era successo in sua assenza. Il ladro, frustato a sangue, giaceva ora nella porcilaia e doveva aspettarsi il peggiore dei castighi; stava certo per essere venduto alle galere. Lesco ascoltava con aria apparentemente calma il resoconto; in realtà dentro di sé trionfava. Aveva vinto, si era vendicato! Quando ebbe rinchiuso le pecore nei loro recinti andò a bighellonare verso il dormitorio. Poi si fece raccontare una seconda volta in dettaglio gli avvenimenti della giornata, la perquisizione di tutta la proprietà e la scoperta del gioiello. Tutto era andato come aveva previsto. Ben presto il capo dei servitori fece venire Lesco.

   «Va a lavarti e a cercare dei vestiti per il servizio in casa. Riprendi il vecchio posto. Il vecchio Ibo andrà a pascolare le pecore. Dagli la sacca di cuoio.»

   Lesco giubilava e pensava tra sé:

   “Si fa in fretta a cambiare il corso del proprio destino. Basta saperci fare!” Poi rispose al capo dei servitori:

   «Sempre al tuo servizio, padrone. Mi affretto e spero di soddisfarti.»

   Lesco, lavatosi in fretta e vestito a nuovo, si presentò sulla terrazza, dove nella brezza della sera servì i suoi padroni con forzati sorrisi, come se non avesse mai dovuto prestare servizio nei pascoli. Pyrra stranamente parlava poco. Contemplava di tanto in tanto il suo anello la cui pietra brillava al chiarore delle lampade ad olio. Da un’apertura della porta aveva colto un’immagine che non la abbandonava più: i quattro schiavi trasportavano alla porcilaia nella sua tunica insanguinata Milon, il cui servizio gentile ed attento ella aveva tanto apprezzato. Il rosso splendore di quella pietra aveva forse tentato il povero schiavo, al punto che egli non poteva rinunciare a possederla? Aveva un bel girare e rigirare il suo anello, non ne riceveva alcuna risposta. Milon non era un ladro, se così fosse stato ella si sarebbe ingannata riguardo  all’espressione dei suoi occhi, spesso tanto triste. Avrebbe piuttosto sospettato di furto Lesco, con i suoi sguardi falsi e servili. Ma l’essere umano è misterioso e ha spesso un aspetto esteriore e uno interiore che non sempre coincidono. Così pensava Pyrra.

   Come se Andarius avesse potuto leggere nei suoi pensieri, disse all’improvviso:

   «Peccato, sembrava essere un buon ragazzo! Ero felice d’aver seguito la tua scelta. È una fortuna che abbiamo potuto riprendere subito il nostro vecchio servitore.»

   Per i padroni la sorte di Milon era segnata e questo non fu più oggetto di discussione tra loro.

   Più tardi Baarla, la schiava di Pyrra, domandò alla padrona, mentre ella stava per coricarsi:

   «Padrona, mi permetti d’andare alla porcilaia per lavare le piaghe di Milon?»

   «Perché vuoi fare questo?»

   «Mia madre mi ha insegnato che bisogna curare gli ammalati e i poveri. Era cristiana e diceva che tutti gli uomini sono fratelli. Quando morì avevo dieci anni, ma non ho mai dimenticato queste parole.»

   «Sono parole strane», disse Pyrra, «va da Milon e portagli da bere. Ci sono stati anche romani famosi che si sono arricchiti dei beni altrui senza essere puniti per questo. – C’è solo una cosa che non capisco: Milon avrebbe dovuto sapere che la perdita di questo anello mi avrebbe toccato profondamente. Cosa voleva farne? Questa storia non mi convince… Va’, sbrigati, quel giovane mi fa pietà.»

   Dopo aver informato il capo dei servi, Baarla attraversò il cortile portando un’anfora, un catino e una lampada ad olio. Un cane abbaiò quando lei sollevò il chiavistello della porta dietro alla quale giaceva Milon. La serva rischiarò con la lampada le tenebre della prigione dove regnava un odore infetto. Milon giaceva sul pavimento lurido e respirava appena. Baarla fu sconvolta alla vista del suo viso gonfio per le piaghe e insanguinato.

   «Dell’acqua!» gemette Milon vedendo l’anfora.

   Baarla lo aiutò a sollevare la testa, gli portò l’anfora alle labbra ed egli bevve a lunghe sorsate. Baarla trovò un po’ di paglia in un angolo e gliela distese sotto la testa, lavò il sangue dal suo viso, gli ridette da bere e gli inumidì la tunica nei punti in cui si era attaccata al sangue rappreso delle ferite. Come a un bimbo piccolo gli mise in bocca degli acini d’uva di un grosso grappolo che egli mangiò lentamente. Alla fine Milon trovò la forza per parlare e domandò con voce appena percettibile:

   «Chi ti ha mandato da me?»

   Baarla rispose dolcemente:

   «Io seguo i comandamenti di Cristo, così come mi ha insegnato mia madre.»

   Con gli occhi spalacati egli fissava la fiamma della lampada ad olio:

   «Ma il tuo Cristo è un dio degli schiavi?»

   «Un Dio di tutti gli uomini, anche degli schiavi. Mia madre mi ha insegnato che è morto per tutti gli uomini, affinché l’amore e la verità possano abitare sulla Terra.»

   Milon lasciò ricadere la testa sulla paglia e cercava le parole:

   «Se il Cristo è morto per la verità, allora sa che io sono innocente. Io non ho mai toccato l’anello di Pyrra, mai!»

   Chiuse gli occhi spossato. Baarla era sconcertata dalle sue parole, ma lei stessa aveva visto tutte le prove della sua colpevolezza. Mentiva ora a causa della sua debolezza, oppure era vittima di un errore? Ella asciugò le lacrime miste al sangue e al sudore che scendevano sul viso di Milon e sussurrò:

   «Dormi! I dolori passeranno. Io verrò a curarti e guarirai.»

   Si alzò dolcemente e scomparve con la sua lampada. Quando ella chiuse il chiavistello dall’esterno a Milon sembrò che  una calda luce fosse rimasta presso di lui nell’oscurità. Non sentiva quasi più le sue ferite. Perfino l’amarezza che provava nei confronti di Lesco, che – come ben immaginava – l’aveva fatto passare per un ladro in quel modo vergognoso, scomparve. Una pace e una calma profonda lo riempirono. Rivedeva gli occhi dolci di Baarla alla luce della lampada ad olio. Un mondo di sogni si stese sul suo dolore; sofferenza e ingiustizia scomparvero in un sonno profondo.

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